Testo dell'Esposto-Istanza al Tribunale di Milano - Priorità Vitali

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Testo dell'Esposto-Istanza al Tribunale di Milano

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Testo dell'Esposto-Istanza al Tribunale di Milano


PROCURA DELLA REPUBBLICA
PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO

ESPOSTO-ISTANZA

(ex artt.55 e 327 c.p.p.)


Noi sottoscritti (doc.1) , esponiamo quanto segue.

FATTO E DIRITTO


A decorrere dal prossimo 24 gennaio 2012 e fino al giorno 29 del medesimo mese presso il teatrp Parenti di Milano – uno dei più noti e prestigiosi teatri cittadini -         sarà  messa in scena  una  rappresentazione dal  titolo "Sul  concetto di volto nel figlio di Dio" (doc.2) per la regia di Romeo Castellucci.
Lo spettacolo è già  stato  nei  mesi  scorsi rappresentato presso alcuni teatri francesi e approda adesso in Italia.
Si tratta di una elaborazione teatrale in chiave surreale della condizione umana contemporanea.
Sono  presenti  perciò scena in cui  un  anziano protagonista, evidentemente non più in  grado di  badare a se stesso e  perciò preda di un  improvviso attacco di dissenteria, si imbratta di  escrementi, faticosamente  e  parzialmente  aiutato dal figlio nel tentativo di ripulirsi. Nel frattempo, sulla parete del fondale appare un gigantesco volto del Cristo, che ha le sembianze del noto ritratto dovuto ad Antonello da Messina; subito dopo salgono progressivamente sul palcoscenico diversi attori che recano sulle spalle uno zaino, dal quale estraggono vari oggetti sferici; essi  danno così  inizio a un lancio  ripetuto e  prolungato  di  tali oggetti sul volto di Cristo, che viene perfino imbrattato con un materiale che sembra avere  un  colore e  una  consistenza  tipico degli escrementi (si noti  peraltro  che i soggetti incaricati di codesto lancio  sembrano essere minorenni, l’induzione dei  quali  a tale  ripetuto  gesto non ha costituito evidentemente un problema per la sensibilità del regista). Alla fine perciò il volto del Cristo risulta abbondantemente rigato e chiazzato da tale materiale coprosimile.
Va da sé che non si disconosce certamente come ci si trovi in un contesto tipico dell’espressività   teatrale, ove  perciò  appare ovvio garantire  a chi ne sia l’artefice la più ampia libertà di espressione, del resto costituzionalmente garantita.
Altrettanto ovvio è che ciascun regista, quale interprete dell’opera, è libero di rimarcare quegli aspetti che maggiormente attirino la sua attenzione in quanto funzionali all’idea di fondo che si intende esprimere.
Nel caso in esame, appare perfino banale notare come il "messaggio" che l’opera intende trasmettere voglia essere dimostrativo della situazione miseranda in cui si trova  l’uomo  contemporaneo,   un  uomo  che  come  fa appunto uno dei protagonisti sulla scena è ridotto al punto di non saper controllare i propri istinti, tanto che  si  fa  preda  inerme della dissenteria senza neppure riuscire a mondare  le  proprie membra   dalle  lordure  che  le  hanno  imbrattate.
Altrettanto banale è la "lettura" della offensiva tesa verso il volto di Cristo che gli attori  scatenano  sulla  scena  colpendolo  e  imbrattandolo: è  null’altro  che la risaputa  tesi dell’identità  del  destino  che accomuna l’Uomo e il proprio Dio, tanto più allorché si tratti di quella seconda persona della Trinità che addirittura si è incarnata facendosi Uomo.
Ecco perché, nella prospettiva del regista,  la sozzura  di cui è  preda l’uomo  non  può non comunicarsi al volto di Cristo accomunandoli nel medesimo destino di inqualificabile e soprattutto irredimibile volgarità.
Quanto sopra viene documentato da apposito supporto elettronico che si allega (doc.3)

Premesso  questo, e dato per scontato il  necessario rispetto della libertà d’espressione,  non esclusa la dimensione artistica della stessa, resta tuttavia ineliminabile il riconoscimento di un limite che quella libertà non può mai impunemente varcare.
Chi scrive  pensa di dire  cose trite e ritrite,  sottolineando come una libertà che sia del tutto priva di  limiti  traligni nel  più puro e nefando degli arbitri, che sono in realtà la negazione della libertà medesima.
Nel caso in esame, quale  sarebbe il limite che gli scriventi assumono sia stato valicato ?
Evidentemente si tratta  del  più  elementare  sentimento  religioso che il volto del Cristo – il quale è di gran lunga il soggetto più rappresentato in tutta la storia dell’arte occidentale – è capace di suscitare fra milioni e milioni di credenti delle varie regioni del mondo.
Si è consapevoli  di  come tali  fatti si  siano verificati in territorio francese, ove spetta ad altre Autorità ogni tipo di intervento, ma a partire dal 24 gennaio p.v. è altamente probabile che essi vengano riproposti nel corso della rappresentazione indicata presso il teatro Parenti di Milano.

Si badi.
Non si  intende  qui chiedere la  punizione di alcuno, proprio  nella  consapevolezza di come finora nulla si sia verificato sul territorio dello Stato italiano.
Tuttavia, desideriamo portare all’attenzione di codesto Ufficio gli aspetti che seguono.

1)  Pur  dopo il pesante  intervento di  depenalizzazione che la Corte Costituzionale ha  posto  in  essere  nel  2006,  nel   nostro  codice   penale  permangono  (ma  fino  a quando ? ) due  fattispecie  che mette  conto  di  richiamare  con un po’ di attenzione :
sono quelle previste dal primo e dal secondo comma dell’art. 404 del codice penale.
Il primo comma punisce con la multa fino a 5.000,00 euro l’offesa arrecata in un luogo di culto, in un luogo  pubblico  o  aperto al  pubblico (quale  appunto è un teatro come il Parenti9 ad una confessione religiosa.
Nel caso in esame , la lordura reiterata,  posta  in  essere  in  scena,  del volto di Cristo sembra proprio oggettivamente idonea a recare offesa alla confessione religiosa che su quel volto si fonda ed è stat storicamente istituzionalizzata: il cristianesimo.
Il secondo comma, invece, prevede la reclusione finoa due anni per chi distrugge, disperde […] "imbratta" cose che formino oggetto di culto.
Da questo  secondo  punto di vista, l’uniforme  giurisprudenza  aiuta  a individuare gli elementi della fattispecie.
La  Cassazione  ha  infatti  affermato che: <<costituisce  cosa oggetto di culto quella che si adora  come il  crocefisso, l’immagine  sacra,  la reliquia>> (Cass. 28 ottobre 1966,563,67).
Con specifico riferimento alle "cose oggetto del culto", è sempre la Cassazione a precisare che "le cose vengono in considerazione non perché esse stesse formino oggetto  di  offesa,  ma  perché  ad  esse  è  diretta  la manifestazione di vilipendio per offendere la religione>>(Cassazione 21 dicembre 1967 – 24 febbraio 1968, n. 1637).
Sulla  scorta  dell’ insegnamento della  Suprema Corte, attenta  interprete  delle norme  richiamate,  il lancio di oggetti contundentie di materiale coprosimile sul volto di Cristo integra sia la fattispecie prevista dal primo che quella prevista dal secondo comma.

Infatti,  come  già  accennato,  l’immagine raffigurante il volto di Cristo, ovunque essa  sia  collocata  e indipendentemente  dal contesto che la circonda, per un credente è sempre e comunque l’immagine del Verbo incarnatp, destinatario di adorazione e devozione.  Non occorre  perciò, perché  quell’immagine  esplichi  la sua potentissima forza evocativa,  che essa  sia allocata all’interno  di  una Chiesa o di un luogo di culto,  dal momento che il Cristiano, ovunque la contempli, si riconosce fratello degli altri proprio in Cristo.
Da un altro punto di vista, il secondo comma tutela la "cosa", vale a dire l’oggetto materiale che sia significativo per un sentimento religioso e ne punisce l’imbrattamento. Nel caso in esame, non può negarsi come il liquame scuro che  chiazza il volto di Cristo e  che  in più partilo segna sia purtroppo in grado di suscitare in ogni persona  dotata  di un minimo di sensibilità  (non  solo  religiosa) uno stato di  profondo  turbamento  e di grave disagio  spirituale e psicologico ( si noti peraltro come tali forme di disagio accomunino perfino i non credenti, purchè dotati della sensibilità propria di ogni essere umano) .
Ad essere gravemente offesi dalla rappresentazione menzionata sono dunque quei beni primari che vengono  tutelati  dalle norme indicate nel codice penale: il diritto di ciascuno a non vedere  violata  impunemente la  propria  sensibilità  religiosa e spirituale.
Teniamo a precisare come ugualmente si sarebbe incorsi negli illeciti sopra menzionati se,  in luogo del volto di Cristo,  il  lancio  di  sassi  e materiale vario fosse  stato  posto in essere nei confronti di un’immagine recante il volto di Maometto o le fattezze di Buddha.
In  un  caso  del genere è evidente che sarebbe stato violato il sentimento religioso della comunità islamica o di quella buddista, che legittimamente avrebbero chiesto di essere tutelate sotto questo specifico profilo.
E  se  la  recente  storia  italiana  ci insegna quanto solerte sia la tutela approntata a favore della sensibilità islamica, qui si chiede soltanto di essere destinatari dell’identica tutela: non di una maggiore, ma neppure di una        minore.

Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, è appena il caso di notare come per unanime giurisprudenza, oltre che in virtù dell’esame strettamente lessicale delle disposizioni, a concretare  le fattispecie  indicate  sia  sufficiente il dolo generico, non occorrendo per nulla il dolo specifico, vale a dire lo scopo dichiarato di vilipendere la religione o la cosa oggetto di culto.
Come si esprime la  Cassazione, oltre che la magistratura di merito <<è  sufficiente la coscienza che la religione riceva offesa dall’atto deliberatamente commesso sulla  cosa  oggetto di culto>> (Tribuale di Roma, 7 luglio 1979, 456 – Cassazione, cit.).
A nulla  valgono perciò le giustificazioni offerte dal regista in varie interviste, laddove egli afferma di non avere avuto affatto l’intenzione specifica di offendere, posto che il dolo specifico non è richiesto dalla norma incriminatrice.
Non si creda che gli scriventi siano vittime di forme di inguaribile integralismo religioso:essi sono soltanto cittadini responsabili di uno Stato, il cui ordinamento concede loro tutela: ed è questa che chiedono.
Nulla di diverso accade  normalmente  allorché politici, magistrati, cantanti, pubbliche personalità,  sentendosi  diffamate,  vale a dire offese nella loro reputazione sociale da un determinato pezzo giornalistico, ne lamentano l’illiceità, chiedendo ed ottenendo congrui risarcimenti.
I casi sono innumerevoli e i Tribunaliben conoscono ciò a cui qui si allude.
Non  diversamente  perciò  da chi si sente  offeso  nella  propria reputazione sociale da  un  articolo  viziato  a  volte  soltanto  in  ragione  di  un  titolo o di un "occhiello" non  esattamente collimanti  con la verità  dei fatti,  gli odierni scriventi  chiedono che sia tutelata la loro sensibilità religiosa e spirituale, insieme a quella di qualche altra decina di milioni di italiani.
Dal  punto  di  vista  qui adottato, si vorrebbe fare intendere a codesto Ufficio che la sensibilità e il sentimento religioso non sono meno universali e meno meritevoli  di  tutela  di quanto siano  l’onore e la reputazione personali, così oggi ampiamente tutelati a valorizzati.
2) Sia chiaro: qui ed ora  non  si chiede alcuna punizione per reati, tra l’altro non ancora commessi.

 Si chiede  però che  codesto  Ufficio  in virtù  del combinato  disposto dagli artt. 55 e 327 c.p.p., assolvendo diligentemente agli obblighi che ne scaturiscono, voglia, dopo essere stato debitamente informato attraverso la presente esposto – istanza di quanto  probabilmente  accadrà  presso il teatro Parenti di Milanonei giorni tra il 24 ed il 29 gennaio, assumere tutte le iniziative necessarie allo scopo.
In particolare si chiede che codesto Ufficio svolga una necessaria azione di vigilanza e  prevenzione  allo scopo di  impedire che nei luoghi indicati e nei giorni  menzionati  possano  essere  consumati  i  reati  precedentemente illustrati, che, peraltro, sono perseguibili d’ufficio.
- Si vorrebbe infine qui  fugare  ogni dubbio circa alcune possibili reazioni che la presente  iniziativa  potrebbe  suscitare  in  chi,  per varie ragioni, non la condividesse.
Innanzitutto, è ben chiaro come non basta invocare"il sacro fuoco dell’arte" per legittimare qualsiasi esito lesivo dell’altrui sfera giuridica.
Il  codice  penale  infatti  non  prevede come causa di giustificazione l’espressione artistica.
E’ ben vero che, come accade nell’ambito della diffamazione a mezzo stampa, vi sono ambiti in cui  il giudizio circa  la lesività delle  espressioni  e dei ragionamenti va condotto  con  maggiore  flessibilità:  e  quello  artistico è certamente uno di questi. Tuttavia, anche in questi ambiti sono presenti dei limiti oggettivi e riconoscibili e nel caso in esame sembra proprio che questi limiti siano stati ampiamente valicati, finendo  con  il  ledere  la  sfera giuridica soggettiva di tante altre  persone  che - apprezzando  o  meno il senso strettamente artistico dell’operazione – ne  risultano  comunque  offese  nei loro più profondi sentimenti religiosi: per i cristiani,  lo si voglia o no,  il volto di  Cristo è  sempre e comunque intangibile.
- Né si dica che ciò che si chiede a codesto Ufficio è una forma surrettizia di "censura" applicata  alla  rappresentazione  teatrale: questo è nulla più che giocare con le parole.
Infatti la "censura" – tipica dei regimi totalitari, quelli cioè privi del diritto e del senso del diritto –  opera  allo scopo di tacitare legittime opinioni e legittimi giudizi di inermi cittadini,  così  come accadeva nell’esperienza dei regimi totalitari del secolo scorso.
Nel caso in esame, invece, si chiede soltanto che si voglia, nelle forme e nei modi previsti dalla legge, prevenire la commissione di illeciti penali, espressamente previsti dal codice vigente. Se è "censura" quella invocata nel caso in esame, dovremmo  allora  chiamare "censura" il comportamento del Presidente che impedisce  al difensore di   bistrattare  il  testimone   in   aula   o  quello del  Direttore  della   testata    giornalistica    che    interviene    nella  sua   funzione  istituzionale  di controllo, per impedire che il giornalista possa offendere la reputazione di una qualche pubblica personalità.
Invocare la  "censura"  è perciò  qui   null’altro che  un puro sofisma che – frutto di un evidente retaggio ideologico – come tale va denunciato e trattato.
E d’altra parte è noto che << qui iure suo utitur neminem  laedit>>….
- Né infine si stigmatizzi la presente richiesta quale forma di sottile e mascherata intolleranza
La vera intolleranza – non sottile, ma assolutamente evidente – è piuttosto quella posta in essere da coloro che, come nel caso in esame, pur di dare libero sfogo alla elaborazione dei propri incubi, rappresentandoli su un palcoscenico attraverso immagini  di discutibile caratura estetica,  non si  preoccupano  minimamente  della  possibilità  di  violare i sentimenti  e  la sensibilità di altre persone  (poche o molte che siano).
Chi è allora il vero "intollerante" ? Chi, schermandosi dietro la "foglia di fico" dell’espressività artistica,  travolge e  calpesta  con  sobrio  cinismo la sensibilità degli altri ? Oppure chi,  per tutelarsi  nei  propri  sentimenti e nella propria sensibilità chiede che, secondo diritto, tale scempio possa essere prevenuto e vanificato ?
La risposta a questa domanda sarà contenuta nel credito che la presente istanza troverà presso codesto Ufficio.
*****
Tanto premesso si chiede :
che codesto Ufficio in virtù del combinato disposto dagli artt. 55 e 327 c.p.p. assolvendo  diligentemente  agli  obblighi che ne scaturiscono, voglia, dopo essere stato debitamente informato attraverso al presente esposto-istanza di quanto probabilmente accadrà  presso  il  teatro  Parenti  di Milano nei giorni tra il 24 ed il 29 gennaio,  voglia  assumere tutte le iniziative necessarie allo scopo.
In particolare si chiede che codesto Ufficio svolga una necessaria azione di vigilanza e  prevenzione allo scopo di impedire che nei luoghi indicati e nei giorni  menzionati  possano  essere  consumati  i  reati precedentemente illustrati, peraltro procedibili d’ufficio.


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I sottoscritti  nominano  quali  propri difensori di fiducia il Prof. Avv. Vincenzo Vitale e l’Avv. Dario Murgia del Foro di Catania.
Eleggono domicilio presso lo Studio Legale Vitale, sito in Catania viale XX Settembre 19 (fax:095-8365300).
Delegano al deposito della presente istanza l’Avv. Dario Murgia, collaboratore di Studio dell’Avv. Vitale.


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Si allegano:


1) Documenti di identità degli istanti;







2) Programmazione dello spettacolo dal titolo "Sul concetto di volto nel foglio di
   Dio" pubblicato sul sito del teatro Parenti di Milano;
3) Chiavetta elettronica.


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Milano, lì 14.1.2012


                                                                                               Gli istanti

 
 
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