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PERCHE E IMPORTANTE VOTARE

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PERCHE’  E’ IMPORTANTE VOTARE
di
Antonello Tedde


Chi ha avuto la pazienza di leggere la legge elettorale, probabilmente sta pensando che andare a votare, il 4 Marzo, sia solo una perdita di tempo perché ben poca influenza il nostro voto avrà nella formazione del prossimo Parlamento. Questo è certamente vero per il singolo voto ma il complesso di tutti i voti dell’esercito dei non votanti, può avere una notevole influenza. Forse non a tutti è nota la consistenza di questo “esercito” che sta diventando sempre più imponente: nelle ultime politiche del 2013, alla Camera, il numero di coloro che non sono andati a votare sommato a quello di chi è andato ma ha inserito una scheda bianca o ha annullato il proprio voto è superiore a 13 milioni e settecentomila ossia più del 29 %  degli elettori.
Per avere un’idea più chiara dei rapporti di forza si tenga presente che il partito più votato nel 2013, ossia il M5S, ha ottenuto poco meno di 8 milioni e settecentomila voti e che la coalizione più votata, il Centrosinistra di Bersani, ha ottenuto poco meno di 10 milioni e cinquantamila voti. Come si vede “gli astensionisti” (da sottolineare come sono bravi i media ha inventare delle definizioni che hanno lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica e quindi di far sparire un fenomeno preoccupante che una volta  “battezzato” non sembra più un problema), gli astensionisti, dicevo, sono la più grossa forza politica della Nazione, ma non se ne rendono conto e non sanno usare la loro forza: pertanto non contano nulla, per loro scelta.
Si potrebbe obiettare che forse gli astensionisti sono tali perché sono soddisfatti di come stanno le cose, ma sappiamo tutti che non è vero. Quelli che sono soddisfatti vanno a votare per assicurarsi che nulla cambi . Quelli che non votano, non solo non sono soddisfatti ma pensano che niente potrà cambiare e che il loro voto è inutile.
Gli astensionisti non si rendono conto che i loro voti non utilizzati, valgono potenzialmente più di 170 seggi (alla Camera, per il Senato il ragionamento è analogo) e pertanto stanno “regalando” hai politici che dicono di disprezzare quella forza che permette ai partiti maggiori di governare come meglio credono. Anche le percentuali ufficiali verrebbero ridimensionate : la coalizione di Centrosinistra nel 2013 ha ottenuto il 29.55 % dei voti validi, ma solo il 21.42 % degli elettori ha votato per il Centrosinistra, ossia poco più di un elettore su cinque. Questa cosiddetta maggioranza ha governato l’Italia e tenuto in scacco il Parlamento per 5 anni. Quattro elettori su cinque hanno dovuto subire un Parlamento ed un Governo che non volevano. Questa sarebbe democrazia, secondo i nostri politici.
La legge elettorale sembra fatta apposta per scoraggiare dal votare chi non è simpatizzante dei partiti maggiori. Non lasciamoci abbindolare troppo facilmente. Il voto è un fondamentale diritto nei sistemi democratici: non lasciamocelo portare via. Inoltre l’esercizio del voto è un dovere civico, come stabilito dall’Art. 48 della Costituzione.
Se gli “astensionisti per disgusto” si chiedessero quali sono le cause reali che hanno portato al degrado della politica probabilmente potrebbero dare un notevole contributo al suo risanamento. Uno di questi motivi è che vengono accettate e non vengono messe in discussione delle “verità” (che verità non sono) e che distorcono il nostro giudizio. Alcune sono “frottole trasversali” che sono comuni ai tutti i partiti, altre sono nate da una parte, ma nessuno le ha contestate e come succede spesso una bugia ripetuta e non contestata “diventa”verità.
Vediamone alcune.
Si suppone che qualunque cittadino abbia le capacità e le competenze necessarie, ossia che non siano necessarie particolari capacità e competenze, per ricoprire qualunque carica politica. Nulla di più falso. I Deputati e i Senatori, nel nostro sistema istituzionale, hanno il compito di promulgare le leggi che regolano la vita dei cittadini, di accordare la fiducia al Governo, di controllarne l’operato ed inoltre di eleggere il Presidente della Repubblica, pertanto per svolgere il loro lavoro devono avere capacità, competenza ed esperienza, ovviamente, nel campo della politica. Sembra una osservazione ovvia: se devo far volare un aereo mi occorre un pilota capace ed esperto, non volerei mai su un aeroplano pilotato da un chirurgo o da un avvocato, sia pure bravissimi nel loro mestiere, ugualmente non mi farei operare da un pilota di Jumbo. In politica questa sembra un’eresia, addirittura un attentato alla libertà. Da oltre venti anni siamo ossessionati da frasi che ci mettono in guardia dai “professionisti della politica” così ci troviamo di fronte una classe politica costituita per la massima parte da dilettanti.
L’”ingovernabilità-“ é la maggiore disgrazia che possa capitare ad una nazione e potrebbe essere una verità se si desse al termine il suo vero significato. Per i politici che ci ritroviamo, governabilità significa: “se non abbiamo una maggioranza che ci permetta di fare quello che vogliamo per cinque anni, non possiamo governare”. Sarebbe più corretto dire che non sanno governare e non sanno neppure come si governa, perché, in democrazia, la politica è la capacità di comprendere le diverse esigenze e mediandole trovare una soluzione ottimale in grado di soddisfare il maggior numero di cittadini. Questo è possibile se tutta la società civile è correttamente rappresentata nel Parlamento ed i parlamentari hanno la capacità e la volontà di cercare e trovare il bene comune . La presunzione di possedere la sapienza assoluta (e questo sottintende che chi non è d’accordo non capisce niente e probabilmente è in malafede) é l’anticamera della dittatura ed il seme del malgoverno.
“Non esistono più le ideologie”. Può essere, nella migliore delle ipotesi, una battuta di spirito. In un sistema in cui il benessere e le esigenze dei cittadini sono secondari e strumentali alle esigenze dell’Economia e della Finanza, affermare che non esistono ideologie è soltanto una cinica beffa. L’idea che il mercato e le sue leggi siano l’unico e indiscutibile principio al quale la Società debba sottomettersi  non è una verità assoluta, ma soltanto la conseguenza di una ideologia che non è neppure nuova. Un segnale inquietante è che i cittadini non sono più cittadini, sono diventati “consumatori”, “risparmiatori”, “speculatori” (quelli un po’ monelli), insomma sono soltanto degli elementi dell’economia.  Sino a qualche secolo fa si dava per scontato che il potere fosse nelle mani dell’aristocrazia “per diritto divino” sino a quando ci si è resi conto che i nobili non avevano il sangue blu, ma rosso come tutti. La questione fu risolta con rivoluzioni sanguinose, ma il circolo vizioso potere-porta-ricchezza e ricchezza-porta-potere non si è interrotto, al più si é invertito l’ordine: si parte dalla ricchezza per raggiungere il potere, ma, essendo un cerchio, il risultato non cambia. L’aristocrazia è cambiata, non ha più il sangue blu, si tiene opportunamente riservata ma ha comunque in mano la maggior parte della ricchezza del pianeta. Le ideologie esistono, non lasciamoci lavare il cervello.
“Quello che conta è il Programma”. Anche questa è una bella frase ad effetto, presuppone che si possa veramente descrivere il programma di governo di 5 anni. Tutto quello che può accadere ed accade in cinque anni non è certamente prevedibile, a meno di sovrannaturali capacità di preveggenza. Non è immaginabile come verrà gestito tutto quello che non è previsto nel programma (terremoti, alluvioni, guerre e tensioni internazionali, crisi finanziarie ecc. ecc.). Se qualcuno esamina i programmi (che con l’attuale legge elettorale devono essere depositati e firmati dal rappresentante del partito) si rende conto che più che programmi sono proclami elettorali che enfatizzano i risultati che si prefiggono di ottenere, ma restano nebulosi su come questi dovrebbero essere raggiunti. Dire che si vuole cambiare la Scuola, la Sanità, la tassazione, le istituzioni non significa nulla se non viene detto come ed in quale direzione si vuole procedere. Per descriverlo non sono sufficienti una o due od anche qualche decina di pagine (che già nessuno legge, figuriamoci se fossero centinaia o migliaia).
Le frasi “rischiamo di tornare alla Prima Repubblica”, “sono metodi da Prima Repubblica” sono spesso ripetute enfatizzando un evidente disprezzo per la “Prima Repubblica”. Niente di più ridicolo: la “Prima Repubblica” è una trovata giornalistica. Di grande successo senza dubbio, ma soltanto un modo di dire, perché non è mai esistita una Seconda Repubblica. Normalmente si numerano le Repubbliche (prima, seconda, terza ecc.) quando avvengono delle variazioni nella struttura delle istituzioni fondamentali di una nazione: In Italia si sarebbe potuto parlare di Seconda Repubblica se fosse passata la riforma della Costituzione, seccamente bocciata dai cittadini nel Referendum del 4 Dicembre 2016. Il confine tra la cosiddetta Prima Repubblica e l’immaginaria Seconda Repubblica viene di solito posizionato nel 1994 in coincidenza con le elezioni politiche nelle quali fu applicata per la prima volta la Legge Mattarella. Fu una riforma del sistema elettorale non della Costituzione. Dal 1993 ad oggi abbiamo avuto quattro leggi elettorali ma questa è ancora la prima ed unica Repubblica, anche se molti, male informati e poco desiderosi di informarsi, potranno accogliere questa affermazione come una manifestazione di nostalgia della “disprezzata prima repubblica”. Quello che è cambiato è che, nell’immaginario collettivo, siamo diventati una nazione bipartitica, con un Premier eletto dal popolo, compiacendoci di essere un pò anglosassoni  anzi un po’ americani, sino al punto che qualche partito vuole scegliere il candidato premier  con le Primarie (all’italiana) e segretari e/o presidenti di molti partiti si autonominano “candidato premier” dimenticando che qualunque cittadino italiano che goda dei diritti politici è potenzialmente un “candidato premier”.
“La legge elettorale non interessa gli italiani”. Questa è una affermazione pericolosa perché la legge elettorale effettivamente non è interessante, nel senso che non è una lettura divertente e piacevole, però interessa moltissimo gli elettori, perché la devono usare ed è lo strumento con il quale si dovrebbe espletare in maniera civile e democratica la sovranità del popolo. Che la sovranità appartenga al popolo non è una affermazione velleitaria ma è esplicitamente dichiarato nella seconda riga dell’articolo 1 della Costituzione (non ci vuole molta fatica a trovarla) ed è diritto e dovere del popolo vigilare e controllare coloro ai quali il potere è stato delegato. Se il sistema politico si è degradato, evidentemente vi è stata poca cura e poca attenzione da parte degli elettori, vittime di una propaganda condotta con molta costanza e determinazione.
In una nazione politicamente matura il giorno dopo le elezioni non ci si dovrebbe preoccupare di sapere chi “ha vinto”, perché le elezioni non devono essere una gara per la conquista del potere. Gli elettori non dovrebbero essere divisi in vincitori e perdenti, che dovranno subire cinque anni di un governo che non vogliono.
Il 5 Marzo non andremo a votare per scegliere il Governo, andremo a votare per scegliere il Parlamento, sarà il Presidente della Repubblica, dopo aver visto la composizione del Parlamento voluto dagli elettori, a nominare il Presidente del Consiglio che proporrà i componenti del Governo. Se il Governo, nel corso della Legislatura, per qualsivoglia motivo non riscuoterà la fiducia del Parlamento, il Presidente della Repubblica ne nominerà un altro (senza nuove elezioni,alle quali si ricorrerà solo se il Parlamento si rivelerà incapace di approvare un altro Governo). Questo è quello che prevede la nostra Costituzione ed è anche il minimo di conoscenze politiche e istituzionali che ogni cittadino dovrebbe avere.
Nel corso della campagna elettorale si sentono da parte di molti politici delle dichiarazioni sorprendenti, si parla di “inciucio” ossia di imbroglio (pasticciando su un termine dialettale che ha tutt’altro significato), riferendosi a quella che dovrebbe essere la normale trattativa politica successiva alle elezioni, ossia dopo che gli schieramenti politici saranno stati definiti dai cittadini, si parla di premier e di squadra di governo, si giura e si spergiura che non ci saranno alleanze post-elettorali perché non possono esserci alleanze con corrotti e disonesti (se invece le alleanze si fanno prima tutto va bene). Si invita a non votare per un partito per  non far vincere gli avversari, si mette in guardia l’elettore dal disperdere i voti. Questa non è politica matura, é pressappochismo e dilettantismo. Quel che è peggio è che la stampa ed i commentatori politici trovano normale questo sproloquio sconclusionato.
Alla luce di quanto detto, perché è importante andare a votare?  Perché, come gia detto, la quantità di non votanti è talmente imponente da poter cambiare completamente i rapporti di forze tra gli schieramenti, perché liste teoricamente escluse dalle soglie minime di voto potrebbero tranquillamente entrare in Parlamento arricchendo il panorama politico e le possibili scelte di maggioranze alternative (tanto odiate da Centrodestra, Centrosinistra e M5S), perché nei collegi uninominali si avrebbe la possibilità di scegliere un candidato per le sue qualità e non per l’appartenenze alle liste o alle coalizioni principali, perché la logica di minoranze che controllano il Governo, che controlla il Parlamento che a sua volta condiziona con leggi elettorali progettate ad “hoc”  l’elettorato allontanandolo dalla politica venga finalmente interrotta e i partiti ritornino al ruolo di portavoce dei cittadini, dopo troppi anni di partitocrazia al limite della Democrazia.
Cambiare questo stato di cose dipende da noi elettori.
A queste elezioni si presentano 27 liste. Tolte le liste in coalizione (CentroDestra e CentroSinistra), il M5S  ed alcune liste presenti solo in poche regioni, restano 14 liste che si presentano autonomamente e tra queste, tenendo conto della soglia minima del 3%, ben poche hanno la possibilità di ottenere seggi in Parlamento, secondo i sondaggi e le previsioni degli esperti che ipotizzano anche un astensionismo maggiore, ma se i quasi 14 milioni di cittadini che non hanno votato nel 2013 e che non hanno evidentemente simpatie né per il Centrodestra, né per il Centrosinistra e neppure per il M5S, votassero per le liste minori a seconda delle loro preferenze ed idee, i loro voti non sarebbero dispersi e ci sarebbero degli schieramenti alternativi ed imprevisti che farebbero “saltare il banco” e tutti i ragionamenti sui risultati fatti prima delle elezioni. Forse con 6 o 7 gruppi parlamentari con numero di seggi equilibrato i nostri politici dilettanti dovrebbero imparare il mestiere o farsi da parte e lasciare il posto a chi è capace.  
Mi pare che valga la pena di impegnarsi un poco e non limitarsi alla “protesta silenziosa” che è molto signorile, ma non la sente nessuno.

27 Febbraio 2018


 
 
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