Omosessuali: fratelli o sorelle, non “mammi” o “babbe” - Priorità Vitali

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Omosessuali: fratelli o sorelle, non “mammi” o “babbe”

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Abbiamo ricevuto e pubblichiamo integralmente, un interessante punto di vista, assolutamente laico, su un argomento che presto potrebbe essere riportato all'attenzione della opinione pubblica




Omosessuali: fratelli o sorelle, non “mammi” o “babbe”.

di
Leonardo Bacchi
per cortese concessione di www.congredior.eu

“Non si può cantare e portar la croce!”
(Manzoni: “I promessi sposi”)


Considero gli omosessuali, maschi o femmine che siano, come fratelli e sorelle: chiunque viva la propria sessualità in maniera libera e rispettosa della sfera privata altrui, è per me il benvenuto. Pertanto sono assolutamente favorevole a  che essi possano legalizzare la propria unione, ereditare una quota legittima dal compagno o dalla compagna che muoia, onde evitare le vergognose estromissioni di chi, per anni, è vissuto con il defunto, per poi vedersi buttare fuori casa come un cane dai suoi parenti: come è accaduto, cronaca docet, dopo la morte di Versace o Dalla.
Però non sono  d'accordo sulla totale equiparazione tra le unioni omosessuali e quelle eterosessuali, e dunque sulla possibilità di adottare figli o di procrearli all'interno della coppia “homo”, come ha stabilito la recente sentenza della Cassazione in materia.
Non considero assolutamente l'omosessualità come malattia né come uno stato contro-natura: è sempre esistita e sempre esisterà, quindi di innaturale non c'è proprio nulla. Non sarei anzi stupito se si scoprisse che è una strategia, di tipo biologico o sociale, per combattere un eccesso di natalità: insomma una specie di meccanismo di controllo demografico, utile e naturale, checché ne dicano i clericali. I quali però hanno ragione da vendere quando sostengono che, per quanto riguarda la procreazione, è solo la coppia eterosessuale che detiene una funzione primaria in natura, cosa confermata da tutti gli studi storici, sociali o antropologici. Dunque l'omosessuale che pretenda di adottare un bambino o addirittura di procrearlo con tecniche di fecondazione assistita, è una forzatura, sia sul piano umano che su quello logico.
Nel primo caso perché l'adozione o la procreazione dovrebbero essere viste in primo luogo nell'interesse del bambino, che ha bisogno, geneticamente e culturalmente, di un contributo sia femminile che maschile. Sul piano genetico, perché soltanto l'unione di gameti maschili e femminili può portare alla nascita di una nuova vita: la coppia omosessuale è sterile, con buona pace dei desideri cavillosi degli attivisti omosex.
Sul piano culturale perché il bambino ha la necessità, e dunque il diritto, di ricevere dall'ambiente informazioni che corrispondano alla sua struttura genetica, in modo da poter crescere il più possibile in armonia con se stesso e con gli altri. In modo anche, e sottolineo il concetto per non essere stupidamente accusato di omofobia, da poter decidere da quale “gender” si sentirà più attratto.
Insomma, citando Richard Dawkins, non esisterebbero solo i geni, ma anche i “memi”, ovvero vere e proprie “entità di informazione” relative alla cultura umana,  trasmissibili col linguaggio o per imitazione, definibili anche come “unità auto-propagantesi di evoluzione culturale” (Wikipedia). Temo fortemente che la coppia omosessuale non sia in grado, come quella eterosessuale, di corrispondere a questo “continuum” dai  geni ai  “memi”, né sul piano individuale (ontogenetico) né tantomeno su quello della specie (filogenetico).
Per tutti questi motivi ritengo dunque, e lo dico da ateo, che la Chiesa ha ragione quando sostiene che l'adozione o la procreazione all'interno della coppia omosex potrebbe danneggiare il bambino. Certo, qualcuno obietterà che esistono i figli di genitori separati e gli orfani: ma nel primo caso il bambino ha pur sempre la risorsa di comunicare saltuariamente col genitore col quale non convive, mentre, nel secondo caso, può venire adottato o , al limite, attivare fantasie e memorie compensative. Che però, nel caso di una convivenza con genitori dello stesso sesso, sarebbero probabilmente oggetto di una rimozione autocensoria, assai pericolosa per l'equilibrio psicologico di un bambino.
Ma c'è anche un secondo motivo, di carattere eminentemente logico, che dimostra quanto la famiglia omosessuale in formato Barilla sia una forzatura e dunque una deformazione del concetto stesso di libertà.
Negli ultimi decenni gli attivisti omosessuali hanno lottato, giustamente, per vedersi riconoscere il diritto a vivere la propria sessualità non riproduttiva, dopo secoli di persecuzioni e di emarginazione. Ora che l'hanno ottenuto, non possono pretendere di avere anche il diritto opposto, ovvero quello di procreare come la stragrande maggioranza delle coppie etero: mi sembra un malcelato e scorretto desiderio di “normalità”, che mal si concilia con quella condizione di “diversità” che era stata invocata e difesa a spada tratta poco prima. Un esempio assai efficace spiega quanto questa contraddizione possa essere clamorosa: immaginiamo un pacifista che voglia fare obiezione di coscienza e dunque ottenga, come è suo diritto, di prestare il servizio civile e non quello militare. Bene, ora immaginiamo che in seguito questo giovanotto, alla ricerca di un lavoro, vinca un concorso per poter essere assunto come impiegato nell'amministrazione delle Forze Armate: certo, non imbraccerebbe mai un fucile, ma verrebbe comunque pagato con gli stessi fondi con cui si fabbricano fucili, cannoni, bombe e carri armati. La sua assunzione sarebbe dunque un'assurdità e andrebbe proibita, non per discriminazione, ma semplicemente per quel minimo di coerenza che, mancando nel giovanotto in questione, deve essere dimostrata da uno Stato di Diritto degno di tal nome.
L'analogia con gli omosessuali che pretendono di giocare a fare i “mammi” e le “babbe” mi sembra abbastanza evidente...
Infine c'è una terza ragione che mi vede contrario al vero e proprio matrimonio omosex: le coppie di questo tipo, generalmente, non sono degli esempi di stabilità. Forse questo accade perché tali rapporti sono basati principalmente sull'attrazione sessuale, labile nel tempo, fatto sta che gli omosessuali fanno e disfano le loro relazioni con una frequenza che mal si adatta all'esigenza di stabilità emozionale ed educativa di un bambino.
Ma alla base di tale frenesia nei rapporti c'è anche un altro motivo, oggetto di accurata censura da  parte degli omosessuali stessi, eccezion fatta per quelli intellettualmente più onesti. Come Proust, che inizia “Sodoma e Gomorra” con questa acuta riflessione: gli omosessuali si innamorano sì di persone dello stesso sesso, ma che non hanno lo stesso orientamento sessuale: al centro delle loro fantasie, sopratutto emozionali, ci sarà sempre un / una ETEROSESSUALE del loro stesso sesso, dunque non in grado di poterli corrispondere. Da qui alla classica irrequietezza amorosa e relazionale che caratterizza i rapporti omosex (si pensi al Barone di Charlus e  ad  Albertine nella “Recherche” proustiana), il passo è brevissimo e il rischio che a farne le spese siano i “figli” è davvero molto elevato.
A meno che le coppie homo non vogliano adottare o procreare un figlio proprio nel grottesco tentativo di stabilizzare e “normalizzare” la loro relazione, cosa che però meriterebbe la medaglia d'oro al più spudorato cinismo...
Quanto ho appena esposto spiega il perché non ho mai usato, come la vulgata imporrebbe, la parola “gay”: è una parola che detesto, mistificatrice e ipocrita, perché l'omosessuale NON vive una condizione di “gaiezza”, condizionato com'è a non poter veramente appagare il proprio desiderio più profondo.
Ribadisco: l'omosessualità non è certo una malattia, non essendo invalidante, ma può portare a forme di disagio psicologico e sofferenza di difficile soluzione.
Non voglio tediare il lettore con un'altra citazione letteraria, ma mi sembra opportuno riportare una splendida poesia di Saffo, che esprime il suo infinito struggimento per una sua ex allieva e amante, che poi la lascia per sposarsi:


“Sembra a me simile agli Dèi
quell'uomo che siede di fronte
a te,  e ascolta te che parli
soavemente

e sorridi amorosa: e questo
il cuore in petto mi smarrisce.
E come appena ti guardo,
la voce mi manca,

la lingua mi si spezza e un fuoco
sottile a un tratto s'insinua nelle membra
e con gli occhi non vedo nulla e rombano
le orecchie

il sudore m'inonda, un tremito
mi scuote tutta, sono più verde dell'erba,
sembro poco lontana
dal morire.”

Saffo sapeva accettare la propria condizione e forgiare la propria amarezza in arte raffinata, senza illudersi su quali fossero i ruoli adatti a propagare la specie.  Tutto questo, in perfetta armonia ideologica con il grandissimo popolo al quale apparteneva: che non solo tollerava l'omosessualità, ma la incoraggiava, persino a scopo pedagogico; sapendo però che solo alla famiglia eterosessuale era demandata la procreazione e l'educazione dei bambini, almeno fino all'adolescenza. Dopodiché, liberissimi di seguire i loro amori, etero o homo che fossero, sia prima del matrimonio che dopo, per evadere in maniera serena e socialmente tollerata dai doveri domestici. L'idea della famiglia eterosessuale come nucleo originario della Polis troverà la sua consacrazione filosofica in Aristotele, felicemente sposato ma non restio ad avventure erotiche con ambo i sessi.
L'ennesima lezione, di tolleranza e chiarezza di idee della cultura classica, da far meditare ai nostri “Gay” a parole, che pensano a chiedere diritti, una speciale tutela giuridica da specie protetta dal WWF, e poi danno dell'intollerante a chi, educatamente, si permette di dissentire.
Forse una soluzione, tale da consentire una seria adozione anche da parte degli omosessuali o dei single, potrebbe però trovarsi: basterebbe che si accordassero con una persona del sesso opposto (che sia o meno dello stesso orientamento sessuale poco importa), per adottare un bambino all'interno di una "famiglia" che si verrebbe pertanto a costituire unicamente per questo scopo, senza che i genitori stiano in realtà insieme. Anzi, i due potrebbero perfino non convivere e dunque alternarsi nella cura del bambino esattamente come due genitori divorziati. Forse non sarebbe una soluzione ideale come quella di una famiglia tradizionale, ma avrebbe almeno il grosso vantaggio di offrire al bambino una figura maschile e una femminile. Qui mi limito a lanciare la proposta, starà agli interessati  prenderla in considerazione.

Corollario: ovvero nemesi spassosa in un futuro ormai prossimo.

Fantasociologia? Di qui a qualche anno, approvata e socialmente accettata la famiglia “Gay”, non saranno infrequenti, all'intero di essa, scenette di questo genere: il giorno del suo diciottesimo compleanno, l'ormai ex pargoletto/a guarda dritto negli occhi i “genitori” e sbotta, mentre si allaccia lo zaino sulle spalle:

<<Carissimi/e, non  mi avete fatto mancare nulla, vi voglio bene ma sento un vuoto nella mia vita che può essere riempito solo da una persona di sesso opposto. Quindi vi dico addio, o al massimo arrivederci, perché in strada la mia lei (o il mio lui) mi sta già aspettando. >>
Che nemesi pazzesca sarebbe, la tanto desiderata famiglia omosex che fabbrica figli eterosex a ritmi industriali...

 
 
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