NOTE SUL DISTRIBUTISMO - Priorità Vitali

Vai ai contenuti

Menu principale:

NOTE SUL DISTRIBUTISMO

Articoli

NOTE SUL DISTRIBUTISMO

di
Pier Luigi Priori

Chi di voi  mi segue da tempo sa come io avessi previsto da anni il tracollo economico del nostro paese, le sue motivazioni e le sue meccaniche: v’è però chi, con sguardo assai più lungo del mio, sin dalla fine dell’ottocento aveva compreso come il liberismo estremo avrebbe portato ad una concentrazione di mezzi nelle mani di pochi grandi industriali e banchieri che, sempre più avulsi da ogni attività di produzione di ricchezza, avrebbero con la loro forza condizionato i governi per leggi a proprio vantaggio, falsato con cartelli la libera concorrenza, marginalizzato la proprietà privata e tutte le piccole e medie imprese che ne sono la migliore espressione, e riportato il capitalismo a quella società servile, tipica dell’epoca romana e dell’alto Medio Evo, che soprattutto grazie al Cristianesimo eravamo riusciti a superare in Europa.  Agli inizi del ‘900 Hilaire Belloc definiva “Stato servile l'ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull'intera comunità come un marchio”.
Sulla base di quanto avvenuto in una Inghilterra antesignana del fenomeno, ma non solo, già a quell’epoca questo grande economista cattolico aveva compreso che l’evoluzione del capitalismo più liberistico, a dispetto dei proclami inneggianti alle libertà ed alla democrazia, avrebbe assoggettato alla stregua del socialismo la massa degli individui a una nuova schiavitù. Fervente cattolico liberale, difensore strenuo delle libertà fondamentali del cittadino contro ogni forma di dispotismo politico ed economico, fermamente convinto che libertà e proprietà fossero inscindibili, vagheggiò una società ad ampia democrazia economica, basata sulla diffusione di massa delle proprietà. L’ideologia di Belloc e dei primi distributisti non attecchì allora, perché schiacciata fra  capitalismo e socialismo, ma torna di grande attualità oggi, dopo che il socialismo ed il collettivismo sovietico sono stati relegati nella spazzatura della storia, e l’evoluzione senza regole del liberismo anglo-sassone è dilagata in tutto il mondo, condizionando a vantaggio di pochi le scelte di governi e popoli, e depauperando paesi interi, privati di ogni voce in capitolo, a partire dal nostro. Espropriate e “privatizzate” in poche mani le leve economiche e di potere, a partire dal signoraggio della propria moneta, anche la proprietà privata si riduce progressivamente  ad un simulacro vuoto. Alla introduzione dell’IMU, mi hanno chiesto in diversi a cosa servisse possedere degli immobili, acquistati con denaro già tassato o addirittura gravati da mutui bancari, se questi dovevano essere poi nuovamente e sonoramente  tassati … in altri termini: di che proprietà si tratta, se si deve poi pagare in tassazione quasi un affitto su immobili teoricamente già nostri? Alla fine, ammesso e non concesso che il liberismo estremo, eliminando le classi intermedie, non porti ad una rivoluzione sociale ed ad una rinascita comunista… cosa differenzia i sudditi di un sistema capitalista-liberista da quelli di un sistema marxista? Il fatto che potere e ricchezze siano concentrati nelle mani di pochissimi grandi finanzieri e speculatori, anziché di alcuni burocrati di partito? E come parlare di proprietà privata e di libertà economica se lo Stato, per limitare un debito pubblico creato da una combinazione di malgoverno, parassitismo politico e signoraggio bancario della moneta, si riservasse il diritto di  attingere a piene mani da conti correnti e portafogli mobiliari?
Questo è l’abisso verso il quale in pochi anni è stato fatto precipitare il nostro sistema politico-economico.  Alcuni giorni fa in Romagna discorrevo con una ragazza italiana di 30 anni, ben diplomata alle superiori, che dopo un anno di assoluta disoccupazione (nonostante continui tentativi di trovare lavoro) si reputava ben fortunata di aver trovato da “fare delle pulizie” a mezza giornata in nero a € 5/ora. E siamo in Nord Italia… Non inorridite però chiedendovi se possa esservi uno “stato servile” più di questo… perché a breve sarà assai peggio … e starà solo a noi tirarcene fuori!
I gentiluomini che ci governano, con tutti i partiti loro complici, ci raccontano che i consumi italiani sono regrediti di venti anni… ma per valutare la congiuntura economica i consumi non sono l’unità di misura giusta, perché per inerzia la gente cerca disperatamente di mantenerli al livello cui si è abituata da decenni, a costo di utilizzare i risparmi propri e delle generazioni precedenti … Quello che nessuno ci dice è che il complesso delle attività produttrici di ricchezza (industria ed agricoltura) nel nostro paese è rapidamente precipitato di quaranta anni, e che il deterioramento continuerà  finchè non si sarà completamente rovesciato il differenziale di ricchezza e costo del lavoro fra Italia e paesi d’Estremo Oriente… e solo a quel punto (secondo i seguaci di Ricardo, fautori del liberismo selvaggio che oggi domina e regola il sistema tramite la CE ed una serie di organismi internazionali ad hoc) sarà conveniente invertire i flussi, e lasciare che produzione e qualche ricchezza tornino nel nostro paese.
Dobbiamo/possiamo porvi rimedio.  Ripartiamo dall’idea che la proprietà privata debba essere difesa, affinché possa un giorno tornare diffusa, e che la proprietà dei mezzi di produzione non debba essere di pochi finanzieri, ma il più possibile nelle mani di chi nelle aziende vi lavora: che le leggi non debbano favorire o sussidiarizzare i grandi, ma gli artigiani, le piccole e medie imprese, le aziende con proprietà diffusa fra i loro lavoratori, le banche popolari e le casse rurali, le cooperative vere (nulla a che vedere coi giganti finanziari tosco-romagnoli di partito): che il piccolo commercio (col suo indotto produttivo, perlopiù locale) riprenda ruolo ed economicità di fronte alla grande distribuzione.  Devono essere incentivati quegli imprenditori che sono direttamente coinvolti nella gestione operativa e globale delle loro aziende, e deve essere riconosciuto come  i loro interessi perlopiù convergano con quelli dei loro dirigenti, impiegati ed operai: di fronte alle masse, l’immagine dello stato corporativo si è “sporcata” per la sua parziale adozione dal sistema fascista… ma era basata su complementarietà, solidarietà e sussidiarietà, ed era quanto di più tipico possa esservi nella nostra cultura economica.
Partendo dalla sua difesa e valorizzazione della proprietà privata, tutto questo in parole assai povere è il distributismo: una dottrina economica che, pur definitasi in ambiente anglo-sassone in contrapposizione a socialismo e liberismo estremo, trova radici profonde nella cultura e nel modo di essere e di lavorare nostro e dei popoli del Sud-Europa, ed è assolutamente compatibile con la dottrina sociale della Chiesa.
Matteo Mazzariol è il presidente del Movimento Distributista Italiano, che senza obbiettivi partitici di sorta si propone la diffusione del pensiero economico distributista fra associazioni, partiti e movimenti:  Il dr. Mazzariol ed io ci conoscemmo molti anni fa ad incontri del primo Coordinamento Nazionale per la Sovranità Monetaria: allora entrambi avevamo già intuito quanto fosse indispensabile restituire ai popoli la loro sovranità monetaria, aldilà del fatto che questo avvenisse a livello nazionale, europeo, o per aggregati di stati omogenei all’interno della Comunità Europea: di nuovo oggi  precorriamo i tempi sul Distributismo, vedendo in esso non solo uno strumento di resistenza ai poteri forti (come fu in Inghilterra all’inizio del ‘900), ma anche una base solida su cui ricostruire una società libera, basata su una proprietà privata forte perché diffusa. La teoria distributista è peraltro omogenea con quanto esposto nel mio libercolo “Prospettive per l’Italia” del 2011, già noto alla maggioranza dei miei lettori.    
Come sempre in passato, politici e media, al servizio di grande finanza e dei grandi conglomerati, ci gridano da ogni dove che la strada è ormai obbligata, e che quanto desideriamo  “non si può fare”:  lasciatemi dire invece che se lo desideriamo, non v’è nulla che non si possa fare!  Noi siamo padroni del nostro destino, e la formulazione e l’adattamento della teoria distributista ai nostri tempi ed al nostro contesto rappresenta una opportunità preziosa per uscire dai binari impostici da chi sta manipolando il mondo in cui viviamo, e ritrovare noi stessi, la nostra cultura e quella “ideologia” economica e modo di agire in ambito sociale che più di ogni altro ci sono intimamente congeniali.  
Il Lassez Faire di Adam Smith e Ricardo fu la codifica e giustificazione “a posteriori” di cambiamenti nei paesi di prima industrializzazione a vantaggio delle oligarchie economiche.  Il marxismo nacque da una proiezione in avanti di alcuni grandi filosofi, come reazione all’affermazione del liberismo estremo, mentre il distributismo… esprime e razionalizza quell’insieme di valori positivi e di vita economica organizzata che hanno permeato la nostra società dopo duemila anni di interrelazione col cristianesimo, e che (sia che siamo credenti o meno) rappresentano la base più tipica della società italiana.
Dobbiamo ora difendere queste radici, così come tutta la nostra cultura, da globalizzazione selvaggia, appiattimento e relativismo: da esse dobbiamo trarre forza per stare uniti e superare gli anni difficili che ci attendono, per lasciare a chi verrà dopo di noi il privilegio di essere nati nel paese più interessante del mondo, liberi dal bisogno di emigrare per poter avere una vita piena.
In questo periodo di politica di contestazione assai poco costruttiva, e di pessimi esempi dei personaggi pubblici cui ci eravamo affidati …  smettiamo di sperare in soluzioni che ci piovano dall’alto, di seguire nuovi politici improvvisati, o personaggi quasi messianici, ma di scarse virtù e con un ego smisurato  inversamente proporzionale alle loro capacità effettive  … le risposte sono in noi stessi: il cambiamento deve salire dalla base, e la forza sarà nella comprensione, nella partecipazione ed infine  nel numero, perché i buoni sono ancora tanti: riscoprendo il distributismo,  troveremo  vie e modi.

Pier Luigi Priori
13 Aprile 2013


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu