Priorità Vitali

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“La propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario”

Avram Noam Chomsky

"Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi é permesso criticare"

Francois-Marie Arouet (Voltaire)

LA MILANO PERDUTA DI VIA OSOPPO
di
Vittorio Zedda


Via Osoppo, Milano. Quelli della mia generazione non possono fare a meno di associare il nome della strada ad una famosa rapina che lì venne messa a segno ai danni di un furgone porta-valori. Tanto che il nome della via, che dovrebbe ricordare vari eventi storici , richiama in quasi tutti ormai solo quel fatto di cronaca .Era la mattina del 27 febbraio 1958 . Per i milanesi, il 27 del mese, giorno in cui si prendeva lo stipendio, era il giorno di “San Paganino”, l’unico “santo” con ricorrenza mensile. Giorno ideale per le intenzioni di una banda di sette persone, membri di quella malavita milanese che allora si chiamava,in dialetto, “ligera”, forse per la leggerezza delle tasche vuote o per l’avventatezza con cui affrontava la vita e il rischio. Un tipo di malavita che non esiste più, soppiantata da altre e più truci, in coerenza, direi, con la generale perdita di identità e … tradizioni. Ebbene quella banda congegnò ed eseguì con precisione e tempismo “milanese” un “colpo”, rimasto famoso per l’entità del bottino, la rapidità dell’azione e l’assenza di spargimento di sangue. La combriccola non era priva di pratica nell’arte delle imboscate, da alcuni apprese durante la guerra partigiana. E’ un fatto, storicamente assodato, che non pochi partigiani provenivano dalla “ligera” o entrarono dopo la guerra a farne parte e furono protagonisti di vicende, narrate in libri autobiografici e anche in alcune note canzoni. Una fra tutte la celeberrima “Ma mi”, che sentii cantare per la prima volta dalla viva voce di un amico dei miei verdi anni, Enzo Jannacci. Ricordi a parte, torno in via Osoppo. La banda aveva studiato il percorso del furgone porta-valori carico di buste-paga, e con il tempismo necessario lo bloccò, chiudendogli la strada con un’auto improvvisamente posta di traverso, e speronandolo con un’altra vettura, carica degli addetti al “prelievo” dell’autentico tesoro trasportato: oltre 500 milioni di lire, tra contanti, assegni e titoli. L’azione durò pochi minuti. Il trambusto improvviso destò però l’immediata reazione degli abitanti della via : da una finestra un signore gridò “Ai ladri, ai ladri”. Un altro bersagliò i malviventi lanciando bottiglie da un ultimo piano, una signora bombardò con vasi di fiori la banda, ma senza colpire i bersagli. La cosa straordinaria è che un bandito, brandendo un’arma, tentò di spaventare i cittadini alle finestre,puntandoli con l’arma e gridando “ Ta ta ta ta ”. Sparò “a voce”, : “Ta ta ta ta “. Altri tempi. Se oggi uno grida “Allahu akbar”, si fa il vuoto attorno. E probabilmente seguono anche gli spari,o peggio. Allora il coraggio dei cittadini riempì le cronache dei giornali. Una signora che usciva dal negozio del fruttivendolo carica delle borse della spesa, urlò con quanta voce aveva in gola: “Brutta gente, andate a lavorare!”. Molto milanese, anche la risposta di un bandito : “ E, secondo lei, cosa stiamo facendo ?”
Qui mi fermo, ma il ricordo è destato da tutt’altro che vedo attorno. Sto attraversando il grande mercato che occupa l’intera via Osoppo, il giovedì e il sabato. Folla da suk arabo. Una volta la maggioranza dei fruttivendoli erano pugliesi. Ricordo uno che inalberava orgogliosamente su un’insegna la scritta “Il banco dei terroni”. Non c’è più, quel banco. Molti ambulanti sono marocchini. Sento contrattazioni in magrebino. Quasi la metà delle donne che fanno la spesa sono velate, con abiti lunghi, fino ai piedi, insolitamente pesanti per questi giorni di fine agosto. Spingono carrozzine con neonati e hanno attorno ciascuna altri figli piccoli. Da un anno all’altro vedo quel mercato diventare sempre più arabo. Fra poco sarà solo arabo. Intere strade qui attorno sono abitate quasi solo da stranieri . C’è un quartiere che la gente chiama “il triangolo dei mascherati”. L’allusione è ai visi coperti fino agli occhi, di tante donne. Cerco tra i visi quelli di donne riconoscibili come magrebine, ma vestite all’occidentale, ce n’è, ma poche. Conosco questa parte di Milano, strada per strada : vent’anni fa ero dirigente delle scuole di un intero quartiere, qui vicino. Non incontro più nessuno di noto . La popolazione originaria è stata sostituita. Ed è una popolazione nuova che mostra orgogliosamente di essere diversa da noi, e lo mette bene in chiaro. Il vestiario femminile ha l’effetto, e lo scopo, di marcare il territorio, di rimarcare l’estraneità e tenere le distanze. Altro che integrazione. La musulmana deve essere riconoscibile come tale: lo prescrive la loro dottrina. La musulmana, per gli uomini della sua religione, in quanto sorella nella fede, non deve essere molestata. L’abito serve, e così è scritto nei “sacri testi”, a far sapere al maschio che quella donna è intoccabile. Troppi intendono che il rispetto è dovuto solo alla donna coperta da capo a piedi; a tutte le altre donne, no. Anzi credono che laddove non vige il divieto, vige la liceità di molestare, se non addirittura l’obbligo per affermare una superiorità religiosa. Ricordate il “taharrush gamai” di Colonia, l’unico di cui si parla? In decine di città sono avvenuti fatti simili. E a che cosa ritenete siano dovuti gran parte delle molestie e degli stupri di cui quotidianamente ci parlano i mezzi d’informazione? Le donne del mercato non hanno colpa di nulla. Portano addosso il segno di una realtà oppressiva, di una sottomissione cupa ,forse irreversibile. O credono o subiscono. L’evidenza del fenomeno mostra e dimostra la progressiva sovrapposizione di una realtà umana non integrabile, su un tessuto umano preesistente, che scompare. Non aggiungo altro, ché la questione è ben nota in tutti i suoi aspetti e non esaltanti conseguenze. E mentre me ne vado da via Osoppo, mi ritrovo a pensare quasi con simpatia a quel bandito che in questa strada sessant’anni fa , sparava “a voce” il suo innocuo “Ta ta ta ta”, bersagliato da vasi di fiori e redarguito da una casalinga.

1 Settembre 2018

A CHI GIOVA DIFFONDERE LA PAURA DI UNA NUOVA MARCIA SU ROMA?
di
Vittorio Zedda

I nodi vengono al pettine e c’è chi parla di “impeachment” del Presidente della Repubblica e chi agita lo spauracchio di una marcia su Roma, da parte dei partiti di centro-destra. Chi parla di "impeachment" probabilmente non sa quanto sia ardua, macchinosa e incerta nell'iter e negli esiti la procedura di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica. Penso che chi ha elaborato, a suo tempo, la normativa specifica abbia voluto salvaguardare un ipotetico interesse generale. Di fatto è ancora oggetto di discussione se e quanto siano tutelati i cittadini nel caso che il Presidente ecceda i suoi poteri. Comunque potrebbe anche succedere (o è successo?) che un presidente nomini senatore a vita un tizio per ignoti meriti e poi ce lo rifili come Presidente del Consiglio, il tutto nel quadro istituzionale prodotto dal "Porcellum" bocciato dalla Corte Costituzionale, per cui anche l'elezione di quel Presidente della Repubblica ha un probabile "difetto di nascita". Non so se...In quanto all'Europa credo che i veri europeisti siano quelli che non si riconoscono nella brutta copia" di UE che abbiamo ereditato e che è difficile identificare con lo spirito e il disegno dei Padri Fondatori. Quest'Europa è di fatto nelle mani di paesi "forti" che, se vogliono, fanno la guerra di loro iniziativa, accoppano il Gheddafi di turno e tirano razzi sulla Siria, giusto per dare una mano ai siriani. Oppure chiudono a Ventimiglia e a Melilla la frontiera ai migranti, Ma minacciano l'Italia se non continua ad accoglierli e soprattutto a tenerseli. E non parlo né dell'Austria né dell'Ungheria...In quanto all'euro, fior di economisti, compresi sei premi Nobel, ne hanno indicato i gravi difetti e le storture. Ma oggi se critichi l'euro vieni lapidato, perché vige il pensiero unico che vieta il dissenso. E prima ti minacciano, per piegarti. Per quello che ho letto e meditato per anni, dico che "l'euro è la truffa del secolo"(cit. Domenico Longo) e per giunta impoverisce i più poveri, intesi come cittadini e come stati. Però tutti sanno, e pure il prof. Savona lo sa e l'ha detto, che, sì, bisognerebbe uscire dall'euro, ma questo sistema monetario è ormai così radicato e gestito dai poteri finanziari e bancari mondiali che l'uscita è poco praticabile ora, mentre dovrebbero almeno essere attuate robuste riforme atte a correggere e adeguare la moneta comune a criteri meno vessatori e oppressivi per le economie più deboli. Ma la sinistra del nostro tempo pare d'accordo con banche, finanza speculativa e sfruttatori di mano d'opera, nostrana e pure migrante, e nulla deve cambiare Altro che marcia su Roma: chi gestisce il potere da anni ormai, marcia e si mette sotto i piedi. i poveri diavoli...Allora io non credo a marce diverse da quelle che partiti e sindacati da 70 anni organizzano nella e sulla Capitale, un giorno sì e uno no, per le più varie istanze e proteste. E mi pare non le abbiano mai definite “marce su Roma” anche se non di rado certi toni violenti potevano insospettire, e molto. Perché le marce e le manifestazioni fatte in democrazia e per la democrazia non hanno niente a che vedere con quella del Ventennio. E bollare anticipatamente come "marcia su Roma" la possibile manifestazione di piazza dell'avversario politico mette tutti nella condizione di restituire la pariglia all'oppositore. E così non se ne esce. Facciamo esprimere civilmente e pacificamente i cittadini, perché dare del fascista può essere una grave provocazione o un modo per opprimere e reprimere la libera opinione. Non ci serve né il fascismo di ieri, né il fascismo di certi antifascisti di oggi. Ci serve confronto, senza minacce più o meno velate, senza manipolazioni e repressioni della libertà politica. Quindi la marcia del ‘22 non si ripeterà. perché i tempi sono cambiati. Non sono migliorati, ma non sono gli stessi.

30 Maggio 2018

PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?
di
Antonello Tedde


In quest’ultimo mese e mezzo abbiamo sentito di tutto sui risultati elettorali, ma non abbiamo mai sentito qualcuno porre questa domanda: “PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?”
Non sapevano che c’erano le elezioni? Avevano tutti un impegno irrimandabile? Erano tutti soddisfatti di come andavano le cose per cui il loro voto non era necessario?
Certamente non sono questi i motivi dell’astensionismo, oltretutto sempre crescente: rispetto al 2013 altri 2 milioni di elettori hanno rinunciato al voto.
Chi è andato a votare si è trovato davanti una scheda in cui poteva fare una croce mediante la quale sceglieva tra alcuni pacchetti preconfezionati. Il suo voto è servito a mandare in Parlamento come suo rappresentante una persona di cui non sa nulla : non ne conosce il nome, non sa in quale parte d’Italia si trovi e, se il suo voto è all’interno di una coalizione, non sa neppure con certezza a quale partito appartenga. Non è una esagerazione : tutti i voti dati a +Europa sono andati al PD e tutti i voti dati a UDC sono andati agli altri partiti della coalizione del Centrodestra. I parlamentari erano stati scelti a monte, con criteri che non conosciamo ma che possiamo immaginare, dai gruppi dirigenti dei vari partiti.  
I capi delle più importanti forze politiche della passata legislatura, ossia quelli che hanno scelto i parlamentari che sono stati eletti il 4 marzo scorso, erano un ex-senatore (Berlusconi) non più parlamentare perché ineleggibile per la legge Severino, un ex-sindaco (Renzi) non parlamentare, un cittadino (Grillo) senza alcun mandato politico.
Quanti elettori erano consapevoli che buona parte del Parlamento che “stavano per eleggere” era stato composto e definito da persone che non avevano alcun mandato da parte degli elettori stessi ?
Probabilmente questo era abbastanza chiaro, almeno nei suoi principi generali, agli elettori che non sono andati a votare, gli altri forse hanno fatto finta di non saperlo, ma ad ogni tornata elettorale il numero di chi rinuncia a sperare va sempre aumentando: dalle elezioni del 1996 ad oggi i non votanti sono passati dal 17 % al 27 %, da 8 milioni a quasi 14 milioni.
Quando un elettore decide il suo voto, normalmente lo fa credendo che le sue aspettative, le sue esigenze, il tipo di società in cui vorrebbe vivere possano identificarsi con quanto promesso dal partito da lui scelto. Quando il partito delude l’elettore, non è che questo cambia opinione e vota per chi prometteva l’opposto delle sue aspettative, se mai voterebbe per il partito più vicino alle sue posizioni, ma in un sistema bipolare  o forzatamente bipolare non esistono partiti “vicini” perché o sono conglobati e fagocitati in una coalizione o vengono esclusi, per cui l’elettore semplicemente non vota più.
La politica dell’alternanza vaneggiata da chi vedeva Centrodestra e Centrosinistra alternarsi nei ruoli di maggioranza e opposizione ipotizzando che gli elettori facessero pendere la bilancia verso uno o l’altro schieramento a seguiti di una attenta e ponderata analisi politico e sociologica non era in realtà che il brutale “Ti ho votato, mi hai deluso, non voto più” con il conseguente aumento di cittadini che rinunciano al voto.
Se si rinuncia al voto, però, si rinuncia alla democrazia e il potere va nelle mani di chi lo cerca unicamente per i propri interessi e le proprie ambizioni.
Da oltre venti anni non abbiamo più la possibilità di scegliere i parlamentari, che vengono scelti dai partiti e siamo fortemente limitati anche nella scelta dei partiti col desolante risultato che la qualità dei politici è penosamente degradata al punto che in un sistema che è parlamentare e proporzionale continuano a ragionare come se fossero in un sistema presidenziale e maggioritario che nella Repubblica Italiana non è mai esistito.
Sarebbero patetici se non avessero la responsabilità di una Nazione.


29 Aprile 2018

COME  VOLEVASI  DIMOSTRARE
di
Antonello Tedde


Come volevasi dimostrare ….. cambiata la legge elettorale è cambiato l’assetto del sistema politico, con buona pace di chi affermava che  “la legge elettorale non interessa gli italiani”.
Come volevasi dimostrare …..non sono mancati gli”esperti” che si sono precipitati a dichiarare che siamo nella Terza Repubblica,. Secondo questi signori cambia la Repubblica ogni volta che cambiano le proporzioni dei partiti nel Parlamento. Quando la Democrazia Cristiana  ed il PSI furono demoliti dal terremoto provocato da  “Mani Pulite”, si parlò di Seconda Repubblica, oggi che il Partito Democratico si è demolito da solo con la fallimentare politica dell’ultima  legislatura si vaneggia di Terza Repubblica. Ciò che rattrista è che qualcuno ci crede.
Come volevasi dimostrare ….. i politici italiani sono, per la maggior parte, incompetenti, principalmente preoccupati di riuscire a soddisfare la loro personale ambizione, incapaci non solo di immaginare e costruire la politica dei prossimi anni ma addirittura incapaci di comprendere la situazione politica attuale. Lo stesso si può dire di molti commentatori.
Fortunatamente siamo ancora nella prima Repubblica, la Costituzione non è cambiata, le regole sono le stesse degli ultimi settanta anni ed il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, ad esse si attiene.
Fortunatamente non tutti i politici attuali sono incompetenti e qualcuno, forse sino adesso poco ascoltato, sta timidamente ricordando che una democrazia parlamentare non è una dittatura di partito e che la situazione attuale degli schieramenti politici dovrebbe essere la norma e non un avvenimento drammatico che porterà “all’ingovernabilità” e a nuove elezioni. Il fatto anomalo non è che gli elettori abbiano preferenze diverse, ma piuttosto che i vari schieramenti politici abbiano condotto la campagna elettorale lanciandosi  palate di letame in maniera vergognosa e incivile. Con questo antefatto viene un poco difficile far finta di nulla e riconoscere che in fondo i programmi sono compatibili e conciliabili con gli interessi dei cittadini.
L’attuale legge elettorale, per molti versi deprecabile, ha un unico pregio: aver eliminato il cosiddetto “premio di maggioranza” che, giustamente dichiarato incostituzionale, permetteva al partito che avesse anche un solo voto in più di avere la maggioranza assoluta, con le conseguenze che abbiamo visto in questi ultimi anni. Un partito che ha la maggioranza assoluta controlla il Parlamento e di conseguenza il Governo, può cambiare le leggi (anche la legge elettorale) ed anche la Costituzione senza controllo da parte di nessuno. Chi controlla il partito di fatto controlla la Nazione. Un sistema di questo tipo porta facilmente ad una deriva autoritaria e ad una forma di dittatura più o meno palese.
Stiamo attenti prima di sostenere che basta cambiare “un pochino” la legge elettorale e tornare subito a votare.

9 Aprile 2018

LE POLEMICHE SUL GIURAMENTO DI SALVINI IN PIAZZA DUOMO
di
Vittorio Zedda

Penso che tanti potrebbero condividere, come fosse loro, questa mia osservazione: sono politicamente un laico e se, per fantasiosa ipotesi, mi fossi trovato  a fare un comizio in piazza del Duomo, per qualsivoglia partito,non avrei fatto alcun giuramento pubblico, né sulla Costituzione, né sul Vangelo. Semplicemente, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente. Presumo che , il mio, sia un modo di sentire abbastanza comune, radicato nel costume, quindi di una “forma mentis” che non richieda spiegazioni. Ma io non sono un politico, tanto meno uno impegnato in campagna elettorale, attento a fare calcoli previsionali in merito alle conseguenze o all’esito che possono avere certe parole “forti” sugli elettori. Di fatto quel giuramento, fatto a sorpresa in chiusura di comizio, ha suscitato critiche: ha fatto pensare ad un azzardo, ad una discutibile trovata elettorale, ad una boutade poco ponderata, secondo quello stile “salviniano” diretto ed esplicito, per alcuni aggressivo e sgradevole, per altri semplicemente sincero. Quindi uno scivolone politico. Viceversa, leggendo quotidiani e “social”, mi colpiscono le critiche che tendono a cogliere in fallo Salvini più sugli aspetti religiosi che su quelli politici del suo “gesto”. E sveglia l’attenzione il fatto che in una società come la nostra, così poco religiosa e ancor meno cristiana, si indirizzi la polemica su una presunta contraddittorietà di Salvini rispetto al Vangelo da lui richiamato, piuttosto che sul valore o sul disvalore strettamente politico del suo discorso. Quasi che valide e opposte ragioni eminentemente politiche non ce ne fossero. E qui si palesa il nodo della questione. Già l’arcivescovo di Milano l’ha criticato, ma su questo non mi pronuncio: mi potrei immaginare nei panni di chiunque, ma non in quelli di un arcivescovo. Ho le mie opinioni anche su di lui, ma non mi spingo oltre.  Ho letto però le critiche di improvvisati esegeti del Vangelo e della Bibbia, evidentemente digiuni dell’uno e dell’altra. E non parlo di fede, ma di semplice lettura.  Critiche provenienti da sedicenti cristiani, presunti tali o immemori del verbo evangelico, ma anche critiche provenienti da non cristiani, la cui ignoranza dei due citati testi sarebbe stata peraltro l’unica giustificata, a patto però che si fossero astenuti dal citare ciò che non conoscono. Superato l’impatto emotivo o di sconcerto per quel giuramento, più volte riproposto in televisione, ne emerge invece col tempo la logica di non immediata comprensione,ma meditata e intenzionale. Si sia d’accordo o no sul senso dell’operazione, Salvini ha voluto dichiarare fino in fondo i suoi convincimenti. Il più scontato, in ipotesi, potrebbe essere il seguente: "Io sono così e lo dico per chiarezza; se a qualcuno non sta bene, libero di scegliere altro". Politicamente forse un'operazione a somma zero: perderà l'appoggio di alcuni e ne guadagnerà di altri. Un giuramento può anche marcare un discrimine, e certo non aggrega o seduce i dubbiosi. Per di più , fatto in un comizio elettorale, viene recepito dalla gente, che non è ingenua, per il suo valore  simbolico, un po’ sopra le righe, ovviamente propagandistico. Ma la logica che c’è sotto emerge tenendo in conto dati connessi al tempo, al luogo e alla storia recente. Il fatto è che la gente, sommersa da notizie e polemiche, tende  a vivere una sorta di permanente oblio ed estraniamento dai fatti in tumultuosa successione e, presumibilmente, proprio da quelli cui dovrebbe dare maggior attenzione. Quella di Salvini e' stata invece una probabile sottolineatura identitaria, culturale e politica racchiusa direi, più che concisamente, seccamente in poche parole. Proviamo ad analizzare il quadro geopolitico e culturale di riferimento.  L’Italia è contagiata da un costume, diffuso a livello europeo, in cui pare che dichiararsi cristiani assuma una connotazione  discriminante verso chi non lo è. E’ assurdo, ma è così..Mi limito al dato, perché la sua analisi svierebbe il discorso. A fronte di questa sorta di  compressione della testimonianza cristiana, si rafforza la presenza islamica nella società, nonché l’islamizzazione appoggiata da settori politici delle sinistre nazionali ed europee che vedono nella crescita dell’islam in Europa un’utile forza d’urto per ribaltare il  quadro politico-sociale ancora prevalente nell’occidente, e quindi battere una “fastidiosa” presenza religiosa residua,  erede di una ormai debole radice cristiana. Il romanzo “ Sottomissione” di Houellebeck, per certi versi continuazione di certe visioni profetiche di Oriana Fallaci, descrive molto bene il progressivo piegarsi della Francia all’islam, a seguito della perfusione quasi osmotica di un condizionamento sociale, che sostituisce all’arrendevole sentire cristiano del nostro tempo, la forte e totalizzante presenza islamica e filo-islamica. Curiosamente non desta meraviglia che la terra dei lumi, la patria di “liberté,egalité,fraternité” che modificò politica e costume anche facendo cadere tante teste, si arrenda ad una mentalità islamica, ideologicamente agli antipodi, arretrata, oscurantista, immodificata e che comunque di teste continua a farne cadere qua e là nel mondo per tutt’altre ragioni. Il quadro è reso più drammatico da molti fatti: da quel che sta succedendo in Svezia, da un terrorismo che semina stragi ovunque in Europa e non solo, da una massiccia immigrazione manovrata e solo in parte giustificata, da una minaccia trasversale all’intero occidente il cui dato più appariscente è la perdita della sicurezza e della libertà dei cittadini nelle loro patrie. Una  città come Milano è sotto costante minaccia terroristica e chi ci vive in merito sa più di quanto i mezzi d’informazione volutamente non dicano, per evidente condizionamento politico. Di più: chi non soffre di amnesie ideologiche ha ben presente almeno tre fatti che riguardano la città. Il primo è la prepotente manifestazione di forza data dai musulmani a Milano, il 4 gennaio 2009, quando a migliaia occuparono senza alcuna autorizzazione la piazza del Duomo e vi celebrarono un’imponente preghiera collettiva, orientata, in modo dottrinalmente e geograficamente esatto, verso La Mecca. Chiunque può immaginare che cosa succederebbe se dei cristiani inscenassero abusivamente un rito religioso, di fatto ostile, nelle sacre pertinenze di una moschea. Per quel fatto, che configurava anche fattispecie di reato, oltre che  un atteggiamento violento e offensivo, non vi furono conseguenze. Rappresentanti di una piccola minoranza di quei musulmani in preghiera presentarono poi  le loro personali scuse per quel gesto così eclatante e così sottaciuto, avendone evidentemente avvertito in ritardo la gravità e temendone le conseguenze, su cui peraltro il mondo religioso e civile della metropoli sorvolò. Il secondo fatto è la presenza nel consiglio comunale di Milano di una musulmana , di cui è nota la vicinanza ai Fratelli Musulmani, organizzazione accusata di contiguità col terrorismo  persino in alcuni importanti paesi arabi. Il terzo,  più recente e più grave fatto è costituito dalla manifestazione di odio razzista anti-ebraico inscenata il 9 dicembre 2017  a Milano da una folla di immigrati musulmani e da loro sostenitori, estremisti politici nostrani, in cui si inneggiò ripetutamente con una formula religiosamente islamica alla “morte degli ebrei “ ( non degli israeliani ), ricordando la strage operata a suo tempo a Kaybar dal profeta dell’islam, e auspicandone la cruenta ripetizione, a danno degli ebrei. Razzismo chiaro ed esplicito, manifestato a breve distanza dalla Giornata del Ricordo, ma passato incredibilmente sotto silenzio e pare persino impunito.
Sui tre fatti citati (e non posso sapere se a queste motivazioni Salvini ne potesse aggiungere altre) ne derivano motivi per spiegare la dichiarazione di  appartenenza culturale cristiana dell’oratore, ma anche per richiamare opportunamente il dovuto  rispetto ai principi della Costituzione. Una Costituzione più volte definita anche da un nostro presidente della Repubblica come la “religione civile degli Italiani” a cui il giuramento fatto in piazza del Duomo si riferiva per motivi politicamente discutibili quanto si vuole, ma certamente appropriati e non irrilevanti. In quanto al giuramento sul Vangelo, che ha scandalizzato i benpensanti, mi riservo, da laico, di dedicare altre riflessioni in una prossima occasione. Ma pare oggi meno inappropriato il motivo per cui nella piazza del Duomo di Milano, luogo simbolo e scenario di eventi non solo simbolici sopra ricordati, sia stata pronunciata una parola forte e inusitata. Tacere non sempre è saggio.

2 Marzo 2018

                                                                                                                       

PERCHE’  E’ IMPORTANTE VOTARE
di
Antonello Tedde


Chi ha avuto la pazienza di leggere la legge elettorale, probabilmente sta pensando che andare a votare, il 4 Marzo, sia solo una perdita di tempo perché ben poca influenza il nostro voto avrà nella formazione del prossimo Parlamento. Questo è certamente vero per il singolo voto ma il complesso di tutti i voti dell’esercito dei non votanti, può avere una notevole influenza. Forse non a tutti è nota la consistenza di questo “esercito” che sta diventando sempre più imponente: nelle ultime politiche del 2013, alla Camera, il numero di coloro che non sono andati a votare sommato a quello di chi è andato ma ha inserito una scheda bianca o ha annullato il proprio voto è superiore a 13 milioni e settecentomila ossia più del 29 %  degli elettori.
Per avere un’idea più chiara dei rapporti di forza si tenga presente che il partito più votato nel 2013, ossia il M5S, ha ottenuto poco meno di 8 milioni e settecentomila voti e che la coalizione più votata, il Centrosinistra di Bersani, ha ottenuto poco meno di 10 milioni e cinquantamila voti. Come si vede “gli astensionisti” (da sottolineare come sono bravi i media ha inventare delle definizioni che hanno lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica e quindi di far sparire un fenomeno preoccupante che una volta  “battezzato” non sembra più un problema), gli astensionisti, dicevo, sono la più grossa forza politica della Nazione, ma non se ne rendono conto e non sanno usare la loro forza: pertanto non contano nulla, per loro scelta.
Si potrebbe obiettare che forse gli astensionisti sono tali perché sono soddisfatti di come stanno le cose, ma sappiamo tutti che non è vero. Quelli che sono soddisfatti vanno a votare per assicurarsi che nulla cambi . Quelli che non votano, non solo non sono soddisfatti ma pensano che niente potrà cambiare e che il loro voto è inutile.
Gli astensionisti non si rendono conto che i loro voti non utilizzati, valgono potenzialmente più di 170 seggi (alla Camera, per il Senato il ragionamento è analogo) e pertanto stanno “regalando” hai politici che dicono di disprezzare quella forza che permette ai partiti maggiori di governare come meglio credono. Anche le percentuali ufficiali verrebbero ridimensionate : la coalizione di Centrosinistra nel 2013 ha ottenuto il 29.55 % dei voti validi, ma solo il 21.42 % degli elettori ha votato per il Centrosinistra, ossia poco più di un elettore su cinque. Questa cosiddetta maggioranza ha governato l’Italia e tenuto in scacco il Parlamento per 5 anni. Quattro elettori su cinque hanno dovuto subire un Parlamento ed un Governo che non volevano. Questa sarebbe democrazia, secondo i nostri politici.
La legge elettorale sembra fatta apposta per scoraggiare dal votare chi non è simpatizzante dei partiti maggiori. Non lasciamoci abbindolare troppo facilmente. Il voto è un fondamentale diritto nei sistemi democratici: non lasciamocelo portare via. Inoltre l’esercizio del voto è un dovere civico, come stabilito dall’Art. 48 della Costituzione.
Se gli “astensionisti per disgusto” si chiedessero quali sono le cause reali che hanno portato al degrado della politica probabilmente potrebbero dare un notevole contributo al suo risanamento. Uno di questi motivi è che vengono accettate e non vengono messe in discussione delle “verità” (che verità non sono) e che distorcono il nostro giudizio. Alcune sono “frottole trasversali” che sono comuni ai tutti i partiti, altre sono nate da una parte, ma nessuno le ha contestate e come succede spesso una bugia ripetuta e non contestata “diventa”verità.
Vediamone alcune.
Si suppone che qualunque cittadino abbia le capacità e le competenze necessarie, ossia che non siano necessarie particolari capacità e competenze, per ricoprire qualunque carica politica. Nulla di più falso. I Deputati e i Senatori, nel nostro sistema istituzionale, hanno il compito di promulgare le leggi che regolano la vita dei cittadini, di accordare la fiducia al Governo, di controllarne l’operato ed inoltre di eleggere il Presidente della Repubblica, pertanto per svolgere il loro lavoro devono avere capacità, competenza ed esperienza, ovviamente, nel campo della politica. Sembra una osservazione ovvia: se devo far volare un aereo mi occorre un pilota capace ed esperto, non volerei mai su un aeroplano pilotato da un chirurgo o da un avvocato, sia pure bravissimi nel loro mestiere, ugualmente non mi farei operare da un pilota di Jumbo. In politica questa sembra un’eresia, addirittura un attentato alla libertà. Da oltre venti anni siamo ossessionati da frasi che ci mettono in guardia dai “professionisti della politica” così ci troviamo di fronte una classe politica costituita per la massima parte da dilettanti.
L’”ingovernabilità-“ é la maggiore disgrazia che possa capitare ad una nazione e potrebbe essere una verità se si desse al termine il suo vero significato. Per i politici che ci ritroviamo, governabilità significa: “se non abbiamo una maggioranza che ci permetta di fare quello che vogliamo per cinque anni, non possiamo governare”. Sarebbe più corretto dire che non sanno governare e non sanno neppure come si governa, perché, in democrazia, la politica è la capacità di comprendere le diverse esigenze e mediandole trovare una soluzione ottimale in grado di soddisfare il maggior numero di cittadini. Questo è possibile se tutta la società civile è correttamente rappresentata nel Parlamento ed i parlamentari hanno la capacità e la volontà di cercare e trovare il bene comune . La presunzione di possedere la sapienza assoluta (e questo sottintende che chi non è d’accordo non capisce niente e probabilmente è in malafede) é l’anticamera della dittatura ed il seme del malgoverno.
“Non esistono più le ideologie”. Può essere, nella migliore delle ipotesi, una battuta di spirito. In un sistema in cui il benessere e le esigenze dei cittadini sono secondari e strumentali alle esigenze dell’Economia e della Finanza, affermare che non esistono ideologie è soltanto una cinica beffa. L’idea che il mercato e le sue leggi siano l’unico e indiscutibile principio al quale la Società debba sottomettersi  non è una verità assoluta, ma soltanto la conseguenza di una ideologia che non è neppure nuova. Un segnale inquietante è che i cittadini non sono più cittadini, sono diventati “consumatori”, “risparmiatori”, “speculatori” (quelli un po’ monelli), insomma sono soltanto degli elementi dell’economia.  Sino a qualche secolo fa si dava per scontato che il potere fosse nelle mani dell’aristocrazia “per diritto divino” sino a quando ci si è resi conto che i nobili non avevano il sangue blu, ma rosso come tutti. La questione fu risolta con rivoluzioni sanguinose, ma il circolo vizioso potere-porta-ricchezza e ricchezza-porta-potere non si è interrotto, al più si é invertito l’ordine: si parte dalla ricchezza per raggiungere il potere, ma, essendo un cerchio, il risultato non cambia. L’aristocrazia è cambiata, non ha più il sangue blu, si tiene opportunamente riservata ma ha comunque in mano la maggior parte della ricchezza del pianeta. Le ideologie esistono, non lasciamoci lavare il cervello.
“Quello che conta è il Programma”. Anche questa è una bella frase ad effetto, presuppone che si possa veramente descrivere il programma di governo di 5 anni. Tutto quello che può accadere ed accade in cinque anni non è certamente prevedibile, a meno di sovrannaturali capacità di preveggenza. Non è immaginabile come verrà gestito tutto quello che non è previsto nel programma (terremoti, alluvioni, guerre e tensioni internazionali, crisi finanziarie ecc. ecc.). Se qualcuno esamina i programmi (che con l’attuale legge elettorale devono essere depositati e firmati dal rappresentante del partito) si rende conto che più che programmi sono proclami elettorali che enfatizzano i risultati che si prefiggono di ottenere, ma restano nebulosi su come questi dovrebbero essere raggiunti. Dire che si vuole cambiare la Scuola, la Sanità, la tassazione, le istituzioni non significa nulla se non viene detto come ed in quale direzione si vuole procedere. Per descriverlo non sono sufficienti una o due od anche qualche decina di pagine (che già nessuno legge, figuriamoci se fossero centinaia o migliaia).
Le frasi “rischiamo di tornare alla Prima Repubblica”, “sono metodi da Prima Repubblica” sono spesso ripetute enfatizzando un evidente disprezzo per la “Prima Repubblica”. Niente di più ridicolo: la “Prima Repubblica” è una trovata giornalistica. Di grande successo senza dubbio, ma soltanto un modo di dire, perché non è mai esistita una Seconda Repubblica. Normalmente si numerano le Repubbliche (prima, seconda, terza ecc.) quando avvengono delle variazioni nella struttura delle istituzioni fondamentali di una nazione: In Italia si sarebbe potuto parlare di Seconda Repubblica se fosse passata la riforma della Costituzione, seccamente bocciata dai cittadini nel Referendum del 4 Dicembre 2016. Il confine tra la cosiddetta Prima Repubblica e l’immaginaria Seconda Repubblica viene di solito posizionato nel 1994 in coincidenza con le elezioni politiche nelle quali fu applicata per la prima volta la Legge Mattarella. Fu una riforma del sistema elettorale non della Costituzione. Dal 1993 ad oggi abbiamo avuto quattro leggi elettorali ma questa è ancora la prima ed unica Repubblica, anche se molti, male informati e poco desiderosi di informarsi, potranno accogliere questa affermazione come una manifestazione di nostalgia della “disprezzata prima repubblica”. Quello che è cambiato è che, nell’immaginario collettivo, siamo diventati una nazione bipartitica, con un Premier eletto dal popolo, compiacendoci di essere un pò anglosassoni  anzi un po’ americani, sino al punto che qualche partito vuole scegliere il candidato premier  con le Primarie (all’italiana) e segretari e/o presidenti di molti partiti si autonominano “candidato premier” dimenticando che qualunque cittadino italiano che goda dei diritti politici è potenzialmente un “candidato premier”.
“La legge elettorale non interessa gli italiani”. Questa è una affermazione pericolosa perché la legge elettorale effettivamente non è interessante, nel senso che non è una lettura divertente e piacevole, però interessa moltissimo gli elettori, perché la devono usare ed è lo strumento con il quale si dovrebbe espletare in maniera civile e democratica la sovranità del popolo. Che la sovranità appartenga al popolo non è una affermazione velleitaria ma è esplicitamente dichiarato nella seconda riga dell’articolo 1 della Costituzione (non ci vuole molta fatica a trovarla) ed è diritto e dovere del popolo vigilare e controllare coloro ai quali il potere è stato delegato. Se il sistema politico si è degradato, evidentemente vi è stata poca cura e poca attenzione da parte degli elettori, vittime di una propaganda condotta con molta costanza e determinazione.
In una nazione politicamente matura il giorno dopo le elezioni non ci si dovrebbe preoccupare di sapere chi “ha vinto”, perché le elezioni non devono essere una gara per la conquista del potere. Gli elettori non dovrebbero essere divisi in vincitori e perdenti, che dovranno subire cinque anni di un governo che non vogliono.
Il 5 Marzo non andremo a votare per scegliere il Governo, andremo a votare per scegliere il Parlamento, sarà il Presidente della Repubblica, dopo aver visto la composizione del Parlamento voluto dagli elettori, a nominare il Presidente del Consiglio che proporrà i componenti del Governo. Se il Governo, nel corso della Legislatura, per qualsivoglia motivo non riscuoterà la fiducia del Parlamento, il Presidente della Repubblica ne nominerà un altro (senza nuove elezioni,alle quali si ricorrerà solo se il Parlamento si rivelerà incapace di approvare un altro Governo). Questo è quello che prevede la nostra Costituzione ed è anche il minimo di conoscenze politiche e istituzionali che ogni cittadino dovrebbe avere.
Nel corso della campagna elettorale si sentono da parte di molti politici delle dichiarazioni sorprendenti, si parla di “inciucio” ossia di imbroglio (pasticciando su un termine dialettale che ha tutt’altro significato), riferendosi a quella che dovrebbe essere la normale trattativa politica successiva alle elezioni, ossia dopo che gli schieramenti politici saranno stati definiti dai cittadini, si parla di premier e di squadra di governo, si giura e si spergiura che non ci saranno alleanze post-elettorali perché non possono esserci alleanze con corrotti e disonesti (se invece le alleanze si fanno prima tutto va bene). Si invita a non votare per un partito per  non far vincere gli avversari, si mette in guardia l’elettore dal disperdere i voti. Questa non è politica matura, é pressappochismo e dilettantismo. Quel che è peggio è che la stampa ed i commentatori politici trovano normale questo sproloquio sconclusionato.
Alla luce di quanto detto, perché è importante andare a votare?  Perché, come gia detto, la quantità di non votanti è talmente imponente da poter cambiare completamente i rapporti di forze tra gli schieramenti, perché liste teoricamente escluse dalle soglie minime di voto potrebbero tranquillamente entrare in Parlamento arricchendo il panorama politico e le possibili scelte di maggioranze alternative (tanto odiate da Centrodestra, Centrosinistra e M5S), perché nei collegi uninominali si avrebbe la possibilità di scegliere un candidato per le sue qualità e non per l’appartenenze alle liste o alle coalizioni principali, perché la logica di minoranze che controllano il Governo, che controlla il Parlamento che a sua volta condiziona con leggi elettorali progettate ad “hoc”  l’elettorato allontanandolo dalla politica venga finalmente interrotta e i partiti ritornino al ruolo di portavoce dei cittadini, dopo troppi anni di partitocrazia al limite della Democrazia.
Cambiare questo stato di cose dipende da noi elettori.

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SI TORNA A VOTARE
di
Antonello Tedde


Finalmente si ritorna a votare per le politiche, Tra meno di un mese  potremo sostituire i parlamentari eletti con la legge Calderoli (legge nº 270 del 21 dicembre 2005, il cosiddetto “Porcellum”)  che, come noto, è stata dichiarata incostituzionale con la sentenza N° 1 del 2014 della Corte Costituzionale.
Voteremo con una Legge che è stata studiata ed approvata dall’atttuale Parlamento. Questo stesso Parlamento aveva tentato di introdurre “l’Italicum”, legge elettorale che fu bocciata dalla Consulta ancor prima di essere stata usata. L’attuale legge elettorale, la n. 165 del 3 novembre 2017, viene spesso definita un’obbrobrio, anche da quelli che l’hanno approvata, e difficilmente si può dar loro torto. D’altra parte chi l’ha votata si difende affermando che è stata il risultato del miglior compromesso raggiungibile, compromesso un po’ forzato visto che, se non ricordo male, è stata approvata ricorrendo ben otto volte al voto di fiducia.
Sarebbe auspicabile che il nuovo Parlamento elaborasse una legge elettorale rispondente ai principi costituzionali, che garantisse la rappresentatività degli elettori, la possibilità per i cittadini di scegliere i propri delegati e riportasse i parlamentari a rispondere del proprio operato ai propri elettori e non alle segreterie dei partiti che li hanno portati in Parlamento.
Cerchiamo di capire un po’ meglio questa legge e quali sono le principali differenze con la precedente del 2005.
La Legge prevede un sistema misto con una parte dei seggi assegnati con sistema maggioritario e i restanti assegnati con sistema proporzionale, analogamente alla Legge Mattarella dove il 75% dei seggi era attribuito con sistema maggioritario ed il 25% con metodo proporzionale mentre la attuale legge prevede il 64% dei seggi assegnati con metodo proporzionale ed il 36% con metodo maggioritario (231 seggi per la Camera e 109 per il Senato) dando quindi una prevalenza alla quota proporzionale.
Il territorio è diviso in circoscrizioni (per il Senato corrispondono alle 20 Regioni)  a loro volta suddivise in collegi uninominali; più collegi uninominali, di norma, formano un collegio plurinominale.
Ogni collegio uninominale assegna un seggio col sistema maggioritario, pertanto ogni lista o coalizione di liste presenta un unico candidato. Il più votato va in Parlamento. Nella stessa scheda sono presenti le liste singole (o le liste accorpate in coalizioni) che partecipano all’assegnazione dei seggi del collegio pluriniminale, che vanno da tre sino ad otto seggi per la Camera e da due ad otto per il Senato, a seconda delle dimensioni del collegio. Per ogni lista sono elencati i candidati, da un minimo di 2 ad un massimo pari al numero di seggi del collegio, ma comunque non superiori a quattro.
Sulla scheda non è possibile esprimere preferenze (le liste sono bloccate e l’ordine in cui sono elencati i candidati definisce la graduatoria degli stessi per l’assegnazione dei seggi).
Come si vede con un unico segno si vota per il collegio uninominale, per il collegio plurinominale, per la lista e per la coalizione. Pacchetto preconfezionato: si può scegliere solo la lista con buona pace della libertà di scelta del cittadino e del mandato al suo rappresentante in Parlamento.
E’ da notare come il numero dei candidati sia mediamente inferiore al numero di seggi disponibili per cui con un contorto meccanismo di recupero può essere ripescato un candidato non eletto nel suo collegio e potenzialmente appartenente anche ad un’altra circoscrizione, per cui non solo col proprio voto si firma una cambiale in bianco per dei candidati che non si conoscono  se non per il nome scritto sulla scheda ma anche per dei candidati che non si sa neppure chi siano e da dove provengano. E’ abbastanza evidente che limitare il numero di candidati nel collegio ha il solo scopo di permettere l’elezione “sicura” di personaggi che il partito vuole in Parlamento. Tutto questo non è fatto nell’interesse dei cittadini e della democrazia ma soltanto nell’interesse personale di alcuni candidati e per sottolineare il potere di scelta che il partito esercita sui propri candidati. Abbastanza chiaramente il “senza limite di mandato” previsto in Costituzione per i parlamentari risulta fortemente condizionato visto che il parlamentare non è scelto dall’elettore ma dal partito.
A differenza della precedente, in questa legge non è previsto il premio di maggioranza,  con grande rammarico dei nostalgici del “partito forte” e della governabilità assoluta. Sono però rimaste le soglie di sbarramento per cui una lista che non raccolga almeno il 3% dei voti validi non può avere seggi in Parlamento. Questo per consolare quei ”democratici” che ritengono abbiano diritto ad avere rappresentanti in Parlamento solo i più forti mentre le minoranze, con i loro diritti e le loro richieste, devono sparire e non far perdere tempo. Per chi non ha voglia di fare i conti, il 3% di 47 milioni di elettori è circa pari a 1.400.000 voti. Non è proprio una minoranza trascurabile.
Si vota su una scheda unica per la quota proporzionale e per quella maggioritaria. Non è ammesso voto disgiunto, ossia votare per il plurinominale una lista diversa dall’uninominale, pena l’annullamento della scheda.
La possibilità per i partiti di presentarsi in coalizione consente ai partiti maggiori di aumentare le probabilità di avere seggi nei collegi uninominali, mentre i piccoli partiti (inferiori al 3% ma superiori all'1%) appartenenti alla coalizione, pur non prendendo seggi per il partito danno i voti da loro ottenuti alla coalizione aumentando i seggi a questa spettanti nei collegi plurinominali. Appare ancora una volta evidente il tentativo di trasformare la politica italiana in un sistema bipartitico (od almeno bipolare), tentativo assolutamente velleitario iniziato 25 anni fa  e miseramente fallito visto che alle attuali elezioni sono state presentate oltre 30 liste ed i poli di aggregazione sono, per adesso, indiscutibilmente almeno tre.
Pur essendo ammesse le coalizioni a livello nazionale non esiste un capo della coalizione né  un programma della coalizione, esiste invece un capo ed un programma per ogni lista.
Questa nelle sue linee principali la legge elettorale in vigore. Qualche dubbio sulla sua rispondenza ai principi costituzionali sicuramente può nascere, ma al momento non si può fare nulla e con queste regole andremo a votare.
Per molti il problema non è “per chi” ma “se” andare a votare. La mia opinione è che votare è nostro diritto e nostro dovere, tanto più ci rendono difficile manifestare le nostre scelte tanto più dobbiamo esercitare il nostro diritto. Non votare non è una manifestazione di protesta: è una dichiarazione di resa.


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6 Febbraio 2018



COME CANARINI IN GABBIA
di
Vittorio Zedda

Avevo un canarino. Ogni tanto gli aprivo la gabbietta e lasciavo lo sportellino aperto. Il canarino usciva nella stanza, faceva un voletto, sostava incerto su qualche mobile e poi tornava verso la sua gabbia, cercando di rientrarci. Temeva la libertà e non sapeva più che farsene. Come imparò a uscire, imparò a rientrare. Dentro la gabbietta c’era l’acqua e i semi di miglio. Fuori non trovava nulla ed era disabituato a volare. Meglio la prigione: garantiva la sopravvivenza.
La UE ha abituato i suoi cittadini a comportarsi da canarini, e con l’euro li ha messi in gabbia. Prima i cittadini hanno debolmente protestato e gli economisti più avveduti hanno denunciato con ogni mezzo che l’euro era la truffa del secolo. Ma i governi che avevano partecipato all’operazione truffaldina hanno fatto di tutto per rinforzare la gabbia e hanno seminato la paura: “Chi si ribella all’euro non avrà più né acqua né miglio nella vaschetta!”. Il tempo che passava senza che nulla cambiasse, se non in peggio, ha giocato a favore di chi ha venduto i popoli europei a poteri finanziari che i cittadini non possono controllare, ad un sistema bancario che è padrone della moneta che ci somministra secondo i suoi interessi. Per meglio realizzare i suoi disegni, il potere si avvale di inediti progetti di ingegneria sociale e di sostituzione etnica, e anche culturale. Nei popoli la voglia di ribellarsi e il legittimo desiderio di partecipare alle scelte, hanno un po’ alla volta ceduto ad una sorta di mesta rassegnazione generale. Cittadini senza voce né forza, incapaci di orientare il proprio destino, subiscono le scelte di un potere non democratico, estraneo, incomprensibile e lontano, che ha deciso per noi e contro di noi, quale deve essere la nostra vita, la nostra casa, le nostre idee e il nostro cibo e a chi dobbiamo cederlo. Un potere sovrannazionale ha deciso il nostro destino e chi ci governa in Italia è il suo occhiuto guardiano in casa nostra.
Abbiamo ancora una possibilità di alzare la testa il 4 marzo. Di iniziare daccapo una graduale, avveduta, tenace inversione di tendenza. E di tracciare un nuovo percorso da uomini liberi e partecipi. Nulla è facile. Impossibile è solo ciò cui rinunciamo prima di provarci. Pensiamoci bene e diamoci da fare, il 4 marzo.

29 Gennaio 2018



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