Priorità Vitali

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“La propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario”

Avram Noam Chomsky

"Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi é permesso criticare"

Francois-Marie Arouet (Voltaire)

MONETE SOVRANE, EURO E BIT-COIN
di
Vittorio Zedda


In un mondo in cui tutte le nazioni, cominciando dalle più grandi potenze economiche come USA, Russia e Cina, vivono e prosperano in virtù dei loro sistemi monetari a MONETA SOVRANA, solo l'Unione Europea si è dotata di una moneta-debito non sovrana perché non appartiene a nessuno stato e nemmeno alla UE, bensì alla BCE, un consorzio di banche private. Una moneta, l'euro, utile soprattutto alle economie forti della UE (quelle cui l'euro conveniva) ma letale a tutte le altre, strangolate da regole sovranazionali finalizzate a conservare il valore dell'euro, a esclusivo vantaggio di quegli stati che ne detengono in maggior misura. Guarda caso, quegli stati che hanno ottenuto il passaggio nell'euro con un cambio vantaggioso, mentre l'Italia per entrare nella moneta unica ha pagato il prezzo spropositato di 1927 lire per ogni euro, segnando così da un giorno all'altro, l'inizio del proprio tracollo economico e finanziario, per giunta dopo aver indotto gli italiani pure a pagare una tassa d'ingresso nell'euro, grazie a Prodi. Vari paesi dell' "area euro" rischiano di fare la fine della Grecia, la cui catastrofe economica, dovuta all'euro e allo strapotere della Germania nella UE, evidentemente non ha spaventato abbastanza i paesi del sud-Europa. Mentre i mercati si riempiono comunque di sistemi monetari paralleli incontrollabili (i bit-coin, per esempio) e pure in Italia a livello locale si sono stampate e utilizzate monete parallele (pure a Riace), ora improvvisamente l'ipotizzato utilizzo in Italia di Buoni del Tesoro di piccolo taglio per accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione alle aziende fornitrici di beni e servizi, ridando liquidità ad un sistema rigidamente regolato, solleva l'ostilità della UE e dei lacchè nostrani che mirano a rioccupare un potere perduto con il massimo servilismo possibile verso i poteri forti della UE e della finanza. Non ci è dato spazio alcuno per adattare il sistema economico finanziario alle nostre esigenze, in ottemperanza ad un sistema monetario, quello dell'euro, che è un abito uguale per economie diseguali. Se tentiamo di muoverci, persino negli spazi angusti di residui presunti margini di autonomia, c'è chi pensa a stringerci il collo con un guinzaglio, a nodo scorsoio. Fra l'altro, per non uscire dall'euro, ma per tentare di attenuarne le storture, i difetti e le complicazioni, in ogni paese UE sono state formulate ipotesi di "monete parallele" a circolazione locale limitata, e non sostitutive della moneta della BCE. Pure in Italia ne parlarono politici ed economisti di varia appartenenza. Mi viene in mente al riguardo Berlusconi, ma una ricerca mirata sul tema sarà utile a completare il quadro. Il potere strangolatorio della UE teme che le monete parallele facciano saltare l'euro? A parte il fatto che una moneta non sovrana corre molti più rischi di una moneta sovrana (ci si può documentare su internet, al riguardo) i "soloni" della UE dovrebbero capire almeno la necessità di apportare correttivi e adeguamenti al sistema monetario e finanziario, al fine di riportare almeno in piccola parte al centro dell'attenzione della UE i cittadini della Comunità e non la sola "moneta unica", assurta ormai, e ben oltre le peggiori previsioni, a truculento moloc affamato di sacrifici umani. Il resto, a breve.


09 Giugno 2019

IL SOVRANISMO , TRA CRISI DELLA POLITICA E CRISI DELLA UE
di
Vittorio Zedda

Il massiccio intervento bellico alleato, come è noto, ha segnato la conclusione del secondo conflitto mondiale. Per un verso, ci ha “liberato” da due noti “ismi”, massacrandoci con bombardamenti aerei che hanno fatto in Italia più di centomila vittime civili, e, per altro verso, ha impedito che l’Italia diventasse uno stato satellite dell’URSS e del suo “ismo” specifico . Nel giro di circa mezzo secolo ,anche quest’ultimo“ismo” è imploso nell’URSS, senza bisogno di guerre di “liberazione” , coinvolgendo nella sua crisi i partiti politici europei ispirati alla stessa ideologia. Tornando all’epilogo del conflitto mondiale, in Italia collaborò con gli alleati quella parte delle Forze Armate rimasta fedele al giuramento di fedeltà al re ,unitamente alle formazioni partigiane, costituite sia da militari che dopo l’8 settembre 43, trovandosi nel nord –Italia ,avevano rifiutato di combattere a favore della RSI, sia da formazioni di civili di varia estrazione politica . In ogni caso nel dopoguerra la politica della nuova Italia Repubblicana si mosse ancora tra “ismi” dominanti o “neonati” ,che negli anni, come sopra detto, o si ridimensionarono, o si trasformarono o svanirono. Il sorgere e il tramontare , non di rado rovinoso, degli “ismi”, per farla breve, ha finito per rendermeli tutti poco simpatici o credibili. E i nuovi che si sono andati profilando negli ultimi anni mi hanno indotto a prudenti e ponderate valutazioni, scevre da facili entusiasmi. Il “sovranismo” ha fatto la sua comparsa nel panorama politico nostrano quasi immediatamente con la fine della “sovranità monetaria”, legata alla lira, sostituita a caro prezzo dall’euro. E’ quindi stato all’inizio una corrente di pensiero legata alla critica verso il nuovo assetto monetario ,foriero di nuovi problemi di non facile soluzione, che agli occhi di vari noti economisti erano fonte di danni economici e sociali per l’Italia, e negavano quindi le aspettative e i presunti vantaggi che l’euro avrebbe dovuto portarci. Col tempo il “sovranismo”, attingendo al principio costituzionale sancito nell’articolo 1, secondo il quale “ la sovranità appartiene al popolo”, andò sviluppando una propria analisi politica e giuridica che non investì solo più le questioni monetarie,finanziarie ed economiche, ma affrontò il più vasto panorama delle incongruenze politiche,amministrative e giuridiche , interne e internazionali, che andavano palesandosi nei trattati e nelle politiche della UE, con ripercussioni assai serie sui problemi del lavoro,dell’occupazione, della partecipazione democratica . Il tutto aggravato dalle ricorrenti politiche di austerità della UE, che piegavano gli interessi e le condizioni di vita dei cittadini ,a vantaggio di una "stabilità” della moneta ,nuovo “dogma” inappellabile e intangibile , soprattutto caro alle realtà economiche più forti, ma letale per le più deboli. Inoltre le politiche della UE, incapace di dare risposte accettabili e concordi alle nuove criticità legate all’immigrazione, al terrorismo e al trauma determinato dalla Brexit, diedero un segnale macroscopico della fragilità della presunta “Unione”. In buona sostanza, la costatata scarsa rilevanza della UE nel confronto con le grandi potenze mondiali ha reso evidente,almeno ad alcuni, che la “sovranità ridotta” imposta agli stati membri è diventata una “sovranità quasi nulla” dell’intera UE , a fronte di Cina,Russia e USA. Non era forse il caso di rivedere l’assetto globale della UE anche in rapporto ad uno specifico parametro di “sovranità” dell’Unione ? Qui mi fermo per non ripetere l’analisi che ho condotto in altro e lungo articolo, di cui fornirò il link per chi fosse interessato a sorbirselo. Concludo evidenziando la solita critica-non critica di chi bolla il sovranismo come frutto di ignoranza. Dall'ottobre 2018 si trova nelle librerie un saggio indubbiamente interessante, scritto dal professor Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del Diritto all'università di Genova,autore di numerose pubblicazioni,editorialista su un noto quotidiano e "blogger". Il saggio, edito da Sperling & Kupfer,, ha il titolo provocatorio di "Italia Sovrana", e sviluppa le sue argomentazioni storiche, giuridiche, politiche ed economiche in 170 pagine chare e leggibili. Può essere utile per una riflessione sull'ennesimo "ismo", poco noto a tanti. Il saggio è frutto di specifica competenza, non certo di "ignoranza" . Non è detto sia l'"ultima parola" sul tema : si incontra sempre qualcuno che ne sa di più o la pensa diversamente. In ogni caso è bene documentarsi e riflettere.

5 Maggio 2019

Nuovo razzismo ed esaltazione del “meticciato”
di
Vittorio Zedda


Milano. Una scuola elementare della periferia. Ricordo scolari che assistono ad uno spettacolo organizzato in occasione del carnevale ambrosiano. Compaiono sul palcoscenico due attori che vestono i costumi tradizionali di Meneghino e della Cecca, le due “maschere” milanesi. Gli attori salutano, festosi, i bambini e, parlando in dialetto milanese, li invitano a cantare con loro. Intonano: “O mia bela madonina, che te brilet de lontan, tuta dora e piscinina, …”. I bambini li guardano muti e perplessi.: nessuno sa quella canzone e nemmeno il dialetto. Gli attori capiscono al volo e cambiano repertorio. E’ un ricordo di circa vent’anni fa. Già allora i milanesi autentici nelle periferie di Milano eran pochi. Tra italiani d’ogni provenienza regionale, cresceva ogni anno la presenza di stranieri immigrati.  Oggi la situazione è ancor più complicata. Sudamericani, cinesi, magrebini, egiziani, indiani, rumeni affollano le classi. Discontinua la presenza di rom. Nella città sono censite centinaia di etnie. Altro che dialetto: nelle scuole ai bambini stranieri si deve spiegare, all’occorrenza, pure cos’è il carnevale, ammesso che abbiano imparato l’italiano. Culture, tradizioni, dialetti e identità possono dissolversi nell’oblio. Il cosiddetto “meticciato”, ammesso che questa definizione sia proponibile, ha i suoi elevati costi sociali. Ma i problemi sono anche altri e la scuola ne affronta di enormi. E così pure la società. Nei quartieri la convivenza, all’apparenza tranquilla, è invece complicata. C’è chi si integra, chi rifiuta d’integrarsi e chi solo s’adatta all’ambiente per esigenze stringenti di sopravvivenza e di lavoro, quando c’è. Molti s’arrangiano, ripiegando su attività più o meno illecite. Si formano, silenziosamente, enclave e comunità separate dal contesto. Nemmeno i riti religiosi uniscono: i luoghi di preghiera fanno riferimento più ai paesi di provenienza dei fedeli che alle fedi di appartenenza. La disgregazione sociale trova riscontro in situazioni di degrado urbano. Nascono episodicamente nelle seconde e terze generazioni di immigrati, manifestazioni di auto-riconoscimento identitario contrapposto, raramente, alla popolazione autoctona e più spesso in forma di conflitto con altri gruppi etnici di immigrati. Esiste, ma si sottovaluta, anche il razzismo interetnico, tra stranieri. Lo sradicamento dai paesi, e dai contesti socioculturali di provenienza, nonché il difficile inserimento nella nuova realtà hanno effetti talvolta nefasti. In Francia, Svezia e Gran Bretagna lo sanno drammaticamente meglio di noi. E’ questo il “meticciato”? Quale società nascerà da questa situazione? E ammesso che se ne abbia una qualche idea, quali risposte si attendono dalle istituzioni e nello specifico dalla scuola?  Chiudo, per ora, con questi interrogativi un “quadro di riferimento” problematico, tratteggiato per sommi capi, per una necessaria premessa, per una pur vaga percezione complessiva di una nuova realtà, che definire sociale appare improprio.  Ma il tema che voglio trattare è più circoscritto. Occorre partire da alcuni concetti basilari, passando poi per un altro “gradino” di avvicinamento al tema. Nelle città gente di tutto il mondo si incontra.  Anche la formazione di coppie “miste”, formate da due persone di etnia diversa, per quanto non statisticamente prevalenti su coppie etnicamente omogenee, è un dato di fatto del tutto naturale, generalmente accettato, conseguenza di occasioni di incontro, di percorsi imprevedibili della vita e dell’umano sentire. Persone assai diverse per caratteri somatici, colori di pelle, lingue e culture quasi inconfrontabili, talvolta avvertono proprio nelle più accentuate differenze soggettive un elemento ulteriore di attrazione, di interesse reciproco, di curiosità culturale e spirituale, come quella che muove e motiva un viaggiatore in terre sconosciute.  Fra noi c’è chi ha sperimentato l’emozione di trovarsi, o vivere, tra stranieri che non capiva, ma che avrebbe voluto intendere e interpellare, per bisogno assoluto di comunicare e vedere oltre l’ostacolo della differenza, di imparare quel che non sapeva e nemmeno immaginava. Analoga esperienza può portare alla nascita di una coppia etnicamente “mista”.  E così l’antica saggezza contadina del proverbio “moglie e buoi dei paesi tuoi”, si conferma in genere come un consiglio ragionevole e assai seguito, ma non per questo come un confine invalicabile. Forse, per dirla in breve, perché “il paese tuo” oggi s’è allargato o forse perché il mondo “s’è ristretto”. Quale che ne sia il motivo, i matrimoni interetnici, per quanto statisticamente siano ad elevato rischio di fallimento, non rappresentano un problema politico o sociale. Il problema sta su come si percepisce il fenomeno della fusione interetnica, sul danno che deriva dal chiamare qualsiasi cosa col nome sbagliato, fuorviante o, peggio, strumentalizzato a fini politici. E ritorno al tema del “meticciato”, termine spesso usato a sproposito, anche perché è assurto a mito ideologico di presunto valore antirazzista. Affrontiamo il nocciolo della questione. Tanto per cominciare, una coppia mista non è né “meticcia” né “meticciato”, ma è un puro e semplice dato di umanità, e vedremo il perché. Oltre le coppie miste, il discorso vale per la società multietnica e per la fusione interetnica.  La riflessione nasce dall’aver assistito ad una recente manifestazione studentesca per le vie di Milano. Apre il corteo uno striscione che inneggia a “Milano meticcia”.  E come spesso accade le corbellerie sono scritte a caratteri cubitali. Vorrebbe essere uno slogan antirazzista. Ma chiunque può coglierne l’incongruenza. L’errore è funzionale all’apprendimento e non muovo alcun rilievo al diritto degli studenti di imparare anche attraverso l’errore.  Trovo irritante invece una delle tante strumentalizzazioni ideologiche che gli studenti sono talvolta indotti a subire da chi, credendo di liberarli dai pregiudizi veri o presunti, di fatto ne condizionano il percorso intellettivo verso un pensiero aperto e critico, cui spesso gli slogan non sono affatto funzionali. Peggio è se gli slogan contengono errori grossolani, soprattutto in riferimento all’uso irrinunciabilmente corretto della lingua italiana, nonché all’esattezza scientifica delle nozioni connesse. Se vogliamo prenderci la briga di verificare i significati di “meticcio” e “meticciato” su enciclopedie aggiornate e dizionari recenti della lingua italiana, possiamo rilevare che i termini in questione sono strettamente connessi al concetto di razza. Il “meticciato”, in lingua italiana, è un dato razziale, e non si può negare. Se si tratta di animali, “è meticcio” il soggetto fecondo, cioè atto a generare, figlio di genitori di “razza diversa”. I testi più “datati” applicano la stessa definizione di meticcio ad un essere umano generato da un padre e una madre di “razze diverse” e forniscono esempi di popolazioni meticce o come tali tradizionalmente definite. I testi di più recente edizione, mentre confermano sotto l’aspetto linguistico la definizione sopra riportata, aggiungono come postilla o affermano, implicitamente o esplicitamente, che oggi il termine “meticcio” riferito agli esseri umani è superato: la divisione degli umani in razze differenti è considerata da oltre quarant’anni scientificamente inesatta in favore della riconosciuta appartenenza degli umani ad un’unica “razza”, o meglio, specie. Oltretutto parlar di razze umane comporta errori noti e purtroppo ricorrenti. “Se gli uomini si differenziano fra loro per la varietà dei caratteri culturali, per le caratteristiche fisiche è invece impossibile una classificazione dell’umanità in razze” (Da “Il Corriere UNESCO”, 8-9- 1975). La ricerca fa progredire la scienza e le nuove conoscenze influiscono anche sull’evoluzione della lingua. Personalmente ho verificato i citati termini su più fonti per sottoporre alla prova del dubbio quella che era da tempo una mia convinzione, che qui esplicito: poiché meticcio e meticciato sono termini che indicano il risultato di fusione o incrocio di razze diverse, la definizione di uomo “meticcio” non ha senso. Genitori della stessa razza non danno luogo ad alcun meticciato, quindi l’umanità non genera meticci. Punto. Un contesto umano multietnico o interetnico è, semmai, misto. E non è una questione nominalistica, perché se il concetto di razza fosse, e fosse stato, solo una irrilevante questione nominalistica probabilmente non avremmo avuto né l’Olocausto né i genocidi tuttora in atto. Meticcio e meticciato sono definizioni connesse alla razza, non all’etnia, né alla religione o alla cultura. Quindi è una corbelleria pure parlar di “meticciato culturale”. E’ un tentativo infelice di salvare il termine “meticcio”, nobilitandolo in rapporto alla cultura, che è invece un dato eminentemente umano.  La cultura non è statica: è l’azione intellettuale continua di “coltivare” il pensiero, le sue facoltà e le sue espressioni. Tale è la cultura in senso lato, citata al singolare, mentre quelle che chiamiamo “culture”, al plurale, spesso non sono molto più che usi, costumi, particolarità etniche, tradizioni, scuole di pensiero, ambiti culturali specifici, manifestazioni locali o temporali o etniche di espressioni artistiche, intellettuali o religiose, come elementi costitutivi di una specificità culturale ascritta e circoscritta a ben definiti riferimenti. La “cultura” intesa come universale, senza preclusioni, confini, barriere, rigidità, come elaborazione continua di pensieri diversi e percorsi di pensiero a confronto, è altro. Il confronto interculturale produce evoluzione e progresso, talvolta anche attraverso fasi di “contaminazione”, ma non “meticciato”. In assenza di confronto interculturale, laddove prevale la sopraffazione dovuta all’atteggiamento suprematista di una cultura sulle altre, si determina la scomparsa e l’oblio, per sopraffazione, di idiomi, tradizioni, specificità culturali, soprattutto a seguito di squilibri interetnici, dove gruppi sociali sono messi conflittualmente in minoranza e sospinti verso l’estinzione. La storia e l’archeologia ci mostrano come culture e civiltà avanzate vennero sopraffatte e ridotte al silenzio da incontenibili espansioni di domini barbarici. E il fenomeno si ripete. Anche in questo caso l’integrazione non può prescindere da un rapporto numerico fra i soggetti interessati e non solo dal raffronto qualitativo dei relativi livelli di civiltà. In una società civile i processi di cambiamento, di qualsiasi tipo e origine, immigrazione compresa, si governano nell’ambito di una partecipata condivisione democratica, ma non si subiscono.  Tornando però ad una riflessione esplicitata all’inizio, circa il danno che deriva dal chiamare una cosa qualsiasi col nome sbagliato, fuorviante o strumentalizzato a scopi ideologici, vorrei concludere richiamando l’attenzione sull’aspetto più inaccettabile e pericoloso della questione. Lo slogan della “Milano meticcia” vorrebbe sottolineare, seppur nel modo sbagliato, la realtà multietnica complicata e complessa della metropoli lombarda. Per ignoranza linguistica, scarsa chiarezza concettuale e connessi limiti culturali, finisce però per esaltare il “meticciato”, termine intrinsecamente razziale e pure improprio, come se fosse una condizione umana o sociale implicitamente preferibile, per non dire migliore, o superiore, rispetto a ciò che meticciato non è.  Esaltarlo come migliore è l’errore peggiore : è una valutazione razzista.  Purtroppo ho sentito esaltare il “meticciato” anche da presunti intellettuali, sedicenti progressisti. Il che fa pensare che il razzismo non abbia colore politico, oppure che ce ne sia d’ogni colore. Credo che ne abbiamo tutti abbastanza di razze elette, superiori o assimilate, pure o meticce che siano. Una riflessione che non dovrebbe richiedere ulteriori chiarimenti, soprattutto rivolta al mondo della scuola.                                                         


4 Marzo 2019

La UE e l’euro, tra europeisti veri e presunti
CONOSCERE PER SCEGLIERE
di
Vittorio Zedda

Il 26 maggio 2019 ci saranno le elezioni europee. Per esercitare correttamente il proprio diritto-dovere di elettore, votando, occorre che prima ciascuno conosca compiutamente i nodi sottesi alla scelta, che sappia bene quel che vuole e a chi vuol dare fiducia.  Ho l‘impressione che troppi ancora non abbiano le idee chiare. L’Europa può apparire come un tema astruso, riservato a chi ha una preparazione specifica. Ciò non di meno i cittadini sentono sulla propria pelle di vivere immersi in un problema che ha risvolti drammatici. E, in preda ad ansia e sfiducia, vorrebbero che qualcuno, con poche parole semplici ma credibili, li aiutasse a capire come uscire da una sorta di pantano esistenziale, in cui non sanno come sono finiti. Quelli invece che sull’Europa hanno idee ben strutturate, che non vuol dire per forza condivisibili, sono, ovviamente, gli “alti esponenti” delle “cabine di regia” politiche europee, nazionali e internazionali, i tecnici, i tecnocrati, gli esperti, i membri dei gruppi di potere dell’economia, della finanza e dell’informazione, gli accademici, gli uomini delle istituzioni, delle lobby e dei partiti. E pure le organizzazioni religiose. Cito per ultimi i sindacati perché, appostati tra le quinte, non mostrano quale parte reciteranno sulla scena, né possiamo darla per scontata. Però non è detto che la “consapevolezza” delle “alte sfere” sia sempre produttivo di “bene comune”, e spesso infatti non lo è, dati i grossi interessi generali e settoriali in gioco. In sintesi, nel contesto emergono almeno due livelli principali di consapevolezza: quello di chi è “addentro” agli ambiti e alle questioni tecniche e politiche dell’Europa e quello di chi ne sta fuori. Chi appartiene al primo livello, tenta di influire sulle idee di chi appartiene al secondo. E cioè a quel cittadino-elettore non particolarmente acculturato né aggiornato su temi complessi, che una volta veniva chiamato “l’uomo della strada” e aveva il suo corrispettivo femminile nella “casalinga di Voghera”. Questi due mitici personaggi stereotipati, bollati con l’ingenerosa qualifica di ignoranti, sono le vittime designate dei presunti esperti, che su di loro infieriscono usando incomprensibili terminologie tecniche infarcite di anglismi. Il che peggiora negli esiti un vezzo nazionale, cioè quello che induce tutti a dare dell’ignorante a tutti, ma poiché non si vuol dar a vedere di esserlo, nessuno mostra di non sapere di che si parla, o addirittura finge di poter spiegare agli altri quel che non ha capito. Come nella celebre gag di quel film in cui Totò e Peppino interpellano un vigile, a Milano, senza minimamente intendersi. (Totò a Peppino: “Lascia fare a me; dopo ti spiego”).  Un altro piano di presunta consapevolezza, più un atto di fede che una razionale convinzione, è quella dell’elettore che sceglie in base all’illusoria certezza che ci sia una parte politica buona a prescindere, ovviamente la sua, in contrapposizione alla parte opposta, cattiva in ogni caso. Ciò evita la fatica di pensare per capire e scegliere. E non è detto che sia un incolto, chi fa così. Nella migliore delle ipotesi è solo un disinformato su quel tema specifico, in quanto deve privilegiare altri temi per i suoi interessi, né può approfondire tutto. Nella peggiore, è un settario di basso profilo. (“Non capisco, ma mi adeguo”). Metto per ultimo, ma non è il meno rilevante, il livello di consapevolezza di chi, pur non essendo “addentro” agli ambiti dei competenti, ha cercato di conoscere come stanno le cose documentandosi e confrontando le opinioni. Gli strumenti per approfondire non mancano purché si abbia il tempo, la voglia e le energie per partecipare a conferenze e dibattiti, documentandosi con idonee letture, data la ricca produzione editoriale di articoli, saggi e trattati sul tema. Ovviamente considero determinante per gli esiti elettorali una crescita di questo tipo di consapevolezza generalizzata, frutto di riflessione e conoscenza di fonti attendibili. Rinvio per ora la compilazione di una bibliografia cui dovrei fare riferimento. Cito solo, per cominciare, due libri datati ma ancora validi: quello di Ida Magli, “La Dittatura Europea”, che nel titolo anticipa il nodo della questione, nonché quello di Daniel Estulin , “Il Club Bilderberg” che fornisce informazioni utili a completare il quadro. Nel quale, oggi, giocano il loro ruolo le superpotenze, il globalismo mercantile tecnocratico capitalista, i loschi traffici su un’immigrazione manovrata, l’espansionismo islamico e il ricatto terroristico, che completano quadro e cornice.
LA UE: PROBLEMI E SCRICCHIOLII. La perfezione è irraggiungibile e la UE lo conferma, alla grande. Ce ne siamo accorti però in modo traumatico, perché, dopo il varo della nuova moneta dell’Unione, constatammo tutti in breve tempo che con l’euro era crollato il nostro potere d’acquisto. Ciò era conseguenza anche di una speculazione sui prezzi che, per quanto prevedibile, non era stata arginata, forse intenzionalmente. Rinvio le spiegazioni in merito. Per ora dico che, toccati “nella tasca”, ci svegliammo dal sogno di una sperata nuova prosperità, ritrovandoci penalizzati, a livello sia di interesse individuale sia di interesse pubblico. Cercammo quindi in ritardo di capire come funzionasse la UE, visto che il nostro entusiasmo europeista ci aveva sospinto, con cieca fiducia, verso la nuova realtà, pur senza conoscerla a fondo, ma confidando eccessivamente nei nostri decisori politici che ci avevano condotto a quel punto. Al diminuito potere d’acquisto, si aggiunse nel tempo anche un progressivo rincaro del costo della vita, un innalzamento della pressione fiscale, un incremento costante del debito pubblico e pure della disoccupazione giovanile. Patimmo anche l’accresciuta distanza tra la democrazia partecipativa dei cittadini-contribuenti-elettori e il nuovo potere europeo, lontano non solo geograficamente. Alle istanze popolari, la risposta di ritorno era invariabilmente integrata con un “Ce lo chiede l’Europa” . “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Le risposte ottenute apparivano all’uomo comune inintelligibili, perse nel vuoto dell’ineluttabile. Il che ebbe però effetti collaterali in vari paesi d’Europa: delusi dalla diminuita capacità di risposta dei poteri pubblici nazionali depotenziati, e data la difficoltà oggettiva di una interlocuzione diretta con Bruxelles, i movimenti localisti, e in qualche caso anche quelli secessionisti, come in Catalogna, ripresero vigore, in ciò sostenuti dalla galassia di esigenze e problemi evidenziati dai contesti locati di tipo associativo, professionale, economico, amministrativo, ecc. I cittadini cercavano un ambito decisionale democratico ravvicinato, di cui avevano bisogno. D’altronde il varo della UE era stato di poco preceduto in vari stati, compreso il nostro, dalla concessione di maggiori autonomie locali e di conseguenti decentramenti amministrativi, con cui i cittadini ormai interagivano, mentre i poteri centralizzati dell’Unione parevano contrapporre a questo assetto una realtà politico-amministrativa contraddittoria, che procedeva in senso inverso. Da ciò il palesarsi nel tempo dell’istanza di un nuovo SOVRANISMO DIFFUSO a livello locale, diverso e distinto dal vecchio nazionalismo. La nuova nazione, che questo tipo di sovranismo va ormai teorizzando, si dovrebbe basare su un potere policentrico, diffuso, reticolare, che parta dalla “base” e con ciò determini una nuova entità nazionale, legittimata dal basso, su cui una nuova Europa si possa costruire. Tale struttura statuale non ripropone modelli nazionalistici, ma ne suggerisce uno nuovo e l’Europa attuale, irrigidita teutonicamente nelle sue regole dettate dalla finanza speculativa e non dalle vere esigenze dei cittadini, non pare accorgersene. I centri di potere dell’Unione colgono solo un’opposizione critica alla UE e definiscono in modo spregiativo il risveglio della volontà di partecipazione e di autodeterminazione popolare con il nome di POPULISMO, credendo con ciò di svilire agli occhi dell’opinione pubblica un movimento cui non sa e non può adeguatamente rispondere., se non tentando di squalificarlo. Chi prende per buona questa autolesionistica difesa di una UE, che avrebbe invece un grandissimo bisogno di rinnovarsi, ricade nella vecchia trappola della “reductio ad Hitlerum”, teorizzata da Leo Strauss. Il sistema tenta cioè di togliere credibilità alle istanze di un populismo,( che non è quello storico, contadino del XIX secolo, o le sue successive versioni in varie paesi ) e di ostacolare un’istanza di sovranismo, definendolo col consueto armamentario di accuse: fascista, razzista, xenofobo, isolazionista e chi più ne ha più ne dica. Senza sforzarsi di capire che cosa sta cambiando e ad ogni buon conto, puntando i piedi. Oppure puntando i piedi proprio perché quelle critiche denunciano “che il re e nudo” e la presa di coscienza che ne deriva può cambiare tutto e togliere il potere a chi ce l’ha.
CHE COS’E’ LA UE?  La contestazione anti-UE ne mette a nudo l’inconsistenza giuridica.  La Ue non è una confederazione, né una federazione, né uno stato, né un’alleanza. Si dice: è un’unione. Ma un’unione non ha come tale una dimensione giuridica univoca, originale, originaria e specifica. Fra l’altro come unione è alquanto disunita al suo interno: è dominata politicamente dalle nazioni più forti (Germania e Francia), non sempre in sintonia per i più vari motivi con Italia, Spagna e Portogallo. Schiaccia le più deboli, come la Grecia, di cui quasi più non si parla. Perde pezzi per strada: il Regno Unito ha scelto di uscirne. E’ caratterizzata da sottogruppi nazionali che tendono a differenziarsi dalla politica della UE, come i “paesi del gruppo di Visegrad”. Non ha saputo contrapporsi alla scellerata avventura guerresca voluta da un suo stato membro, la Francia contro la Libia, con danni d’ogni tipo per l’Italia. Peraltro se pezzi di un’Unione hanno fatto una guerra, vuol dire che già all’epoca l’Unione era a pezzi. E’ per ora tenuta insieme da una moneta unica , che appartiene alla BCE, e di cui può disporre però secondo parametri fissati da altri. I lacci connessi all’euro più che un legame per l’Unione, ne determinano la sofferenza. La UE non è nemmeno un segno di democrazia. Non ha una costituzione e il trattato di Lisbona, che doveva generarla, è rimasto solo un trattato maldigerito anche da chi l’ha sottoscritto. In ogni caso un trattato non è una costituzione, che solo un’entità statuale può darsi. E la UE, come già detto, tale non è. E’ governata da una Commissione, i cui membri sono nominati dai governi che ne hanno facoltà. Ha un parlamento elefantiaco che rappresenta i cittadini di 28 paesi, ma ha scarsi poteri. Ha un Consiglio europeo formato dai leader politici a livello nazionale ed europeo che dovrebbe fissare le priorità dell’azione politica, e un Consiglio dell’unione in cui i governi tentano di difendere i rispettivi interessi nazionali. Con il seguito di ulteriori consessi, uffici e organismi per le più varie esigenze. Un macchinoso e vasto apparato che costa un mare di soldi, senza neppure avere il pregio di incarnare una democrazia così efficace ed efficiente da giustificare la spesa. Ma è poi la cosiddetta “troika” che decide. La UE è quindi più definibile per ciò che non è, che per quel che è, o che per convenzione si dice che sia.

MA GLI EUROPEISTI SE NE SONO ACCORTI? Chi si mostra critico verso la UE e l’euro, viene accusato di antieuropeismo. Quindi fascista, retrogrado, populista e via salmodiando. Non esiste ancora nei codici il reato d’opinione di “lesa UE”, ma continuando così, possiamo aspettarcelo. Però si teme la disgregazione dell’Europa, che sarebbe poi solo una conseguenza del suo attuale assetto, e allora si ricordano con  nostalgia i padri del pensiero e del progetto europeo, e in particolare gli  italiani che vi contribuirono. Ricorre così la citazione del “Manifesto di Ventotene” specie da parte di chi, da sinistra, difende questa UE. Ma quali corrispondenze sussistono oggi tra questa UE e il citato Manifesto? Quali compatibilità tra il disegno socialista di un’Europa di popoli affrancati dal bisogno e dall’ingiustizia, con questa UE legata a quello che viene chiamato “turbo-capitalismo finanziario speculativo” per i cui interessi i popoli possono essere costretti a periodi di austerità, sotto la minaccia di quel cappio ricattatorio che è lo “spread“?  Al centro delle attenzioni della UE non sono posti i cittadini ma la moneta unica e il pareggio di bilancio, tant’è che questo è assurto a principio costituzionale, affinché non venga intaccato un sistema intangibile. Fu proprio per difendere l’intangibità del sistema,che venne fatto nascere il governo Monti, quello uscito dal cappello di Napolitano , che  fece Monti senatore a vita e poi, a stretto giro, presidente del consiglio. Monti, quello che si vantò di "aver distrutto la domanda interna" in Italia, cui avrebbe dovuto poi sopperire un intervento della UE, che non ci fu. Ne conseguì un altro taglio al potere d'acquisto e alla capacità produttiva del paese, letale tanto per i ceti sociali più deboli quanto per gli imprenditori in difficoltà. Ci impoverì tutti, e così iniziò un nuovo declino economico, che non s'è ancora fermato. Aumentarono i suicidi per cause economiche, ma diminuì lo spread. Quale successo per Monti! E che sollievo per l’Europa! Ai fini dell'impoverimento generale bisognava infierire sui pensionati. Quando la Fornero tagliò le pensioni, non scoppiò la rivolta, né si mosse una foglia: tanto aveva già pianto lei per tutti. Nella politica di casa nostra, lo stesso fatto è lecito se lo commettono gli uni, illecito se lo commettono gli altri. E quelli che subiscono (sempre gli stessi) sono tenuti a protestare in un caso e a star rigorosamente zitti nell'altro. E poi dicono che gli italiani sono indisciplinati - Macché, obbediscono! E’ questa l’Europa che sognavamo? Gli europeisti ne volevano e ne vogliono un’altra, che metta al centro i cittadini e non la moneta unica: quell’euro che nel titolo del libro di Domenico Longo, fu definito “La truffa del secolo”. Se non riformiamo la Ue e il suo sistema monetario, il rischio che corriamo con questa moneta unica è che un giorno o l’altro in tasca ci resti solo un’unica moneta. Poiché la libertà, civiltà e la democrazia le avremo già perdute.   

5 Gennaio 2019

LA MILANO PERDUTA DI VIA OSOPPO
di
Vittorio Zedda


Via Osoppo, Milano. Quelli della mia generazione non possono fare a meno di associare il nome della strada ad una famosa rapina che lì venne messa a segno ai danni di un furgone porta-valori. Tanto che il nome della via, che dovrebbe ricordare vari eventi storici , richiama in quasi tutti ormai solo quel fatto di cronaca .Era la mattina del 27 febbraio 1958 . Per i milanesi, il 27 del mese, giorno in cui si prendeva lo stipendio, era il giorno di “San Paganino”, l’unico “santo” con ricorrenza mensile. Giorno ideale per le intenzioni di una banda di sette persone, membri di quella malavita milanese che allora si chiamava,in dialetto, “ligera”, forse per la leggerezza delle tasche vuote o per l’avventatezza con cui affrontava la vita e il rischio. Un tipo di malavita che non esiste più, soppiantata da altre e più truci, in coerenza, direi, con la generale perdita di identità e … tradizioni. Ebbene quella banda congegnò ed eseguì con precisione e tempismo “milanese” un “colpo”, rimasto famoso per l’entità del bottino, la rapidità dell’azione e l’assenza di spargimento di sangue. La combriccola non era priva di pratica nell’arte delle imboscate, da alcuni apprese durante la guerra partigiana. E’ un fatto, storicamente assodato, che non pochi partigiani provenivano dalla “ligera” o entrarono dopo la guerra a farne parte e furono protagonisti di vicende, narrate in libri autobiografici e anche in alcune note canzoni. Una fra tutte la celeberrima “Ma mi”, che sentii cantare per la prima volta dalla viva voce di un amico dei miei verdi anni, Enzo Jannacci. Ricordi a parte, torno in via Osoppo. La banda aveva studiato il percorso del furgone porta-valori carico di buste-paga, e con il tempismo necessario lo bloccò, chiudendogli la strada con un’auto improvvisamente posta di traverso, e speronandolo con un’altra vettura, carica degli addetti al “prelievo” dell’autentico tesoro trasportato: oltre 500 milioni di lire, tra contanti, assegni e titoli. L’azione durò pochi minuti. Il trambusto improvviso destò però l’immediata reazione degli abitanti della via : da una finestra un signore gridò “Ai ladri, ai ladri”. Un altro bersagliò i malviventi lanciando bottiglie da un ultimo piano, una signora bombardò con vasi di fiori la banda, ma senza colpire i bersagli. La cosa straordinaria è che un bandito, brandendo un’arma, tentò di spaventare i cittadini alle finestre,puntandoli con l’arma e gridando “ Ta ta ta ta ”. Sparò “a voce”, : “Ta ta ta ta “. Altri tempi. Se oggi uno grida “Allahu akbar”, si fa il vuoto attorno. E probabilmente seguono anche gli spari,o peggio. Allora il coraggio dei cittadini riempì le cronache dei giornali. Una signora che usciva dal negozio del fruttivendolo carica delle borse della spesa, urlò con quanta voce aveva in gola: “Brutta gente, andate a lavorare!”. Molto milanese, anche la risposta di un bandito : “ E, secondo lei, cosa stiamo facendo ?”
Qui mi fermo, ma il ricordo è destato da tutt’altro che vedo attorno. Sto attraversando il grande mercato che occupa l’intera via Osoppo, il giovedì e il sabato. Folla da suk arabo. Una volta la maggioranza dei fruttivendoli erano pugliesi. Ricordo uno che inalberava orgogliosamente su un’insegna la scritta “Il banco dei terroni”. Non c’è più, quel banco. Molti ambulanti sono marocchini. Sento contrattazioni in magrebino. Quasi la metà delle donne che fanno la spesa sono velate, con abiti lunghi, fino ai piedi, insolitamente pesanti per questi giorni di fine agosto. Spingono carrozzine con neonati e hanno attorno ciascuna altri figli piccoli. Da un anno all’altro vedo quel mercato diventare sempre più arabo. Fra poco sarà solo arabo. Intere strade qui attorno sono abitate quasi solo da stranieri . C’è un quartiere che la gente chiama “il triangolo dei mascherati”. L’allusione è ai visi coperti fino agli occhi, di tante donne. Cerco tra i visi quelli di donne riconoscibili come magrebine, ma vestite all’occidentale, ce n’è, ma poche. Conosco questa parte di Milano, strada per strada : vent’anni fa ero dirigente delle scuole di un intero quartiere, qui vicino. Non incontro più nessuno di noto . La popolazione originaria è stata sostituita. Ed è una popolazione nuova che mostra orgogliosamente di essere diversa da noi, e lo mette bene in chiaro. Il vestiario femminile ha l’effetto, e lo scopo, di marcare il territorio, di rimarcare l’estraneità e tenere le distanze. Altro che integrazione. La musulmana deve essere riconoscibile come tale: lo prescrive la loro dottrina. La musulmana, per gli uomini della sua religione, in quanto sorella nella fede, non deve essere molestata. L’abito serve, e così è scritto nei “sacri testi”, a far sapere al maschio che quella donna è intoccabile. Troppi intendono che il rispetto è dovuto solo alla donna coperta da capo a piedi; a tutte le altre donne, no. Anzi credono che laddove non vige il divieto, vige la liceità di molestare, se non addirittura l’obbligo per affermare una superiorità religiosa. Ricordate il “taharrush gamai” di Colonia, l’unico di cui si parla? In decine di città sono avvenuti fatti simili. E a che cosa ritenete siano dovuti gran parte delle molestie e degli stupri di cui quotidianamente ci parlano i mezzi d’informazione? Le donne del mercato non hanno colpa di nulla. Portano addosso il segno di una realtà oppressiva, di una sottomissione cupa ,forse irreversibile. O credono o subiscono. L’evidenza del fenomeno mostra e dimostra la progressiva sovrapposizione di una realtà umana non integrabile, su un tessuto umano preesistente, che scompare. Non aggiungo altro, ché la questione è ben nota in tutti i suoi aspetti e non esaltanti conseguenze. E mentre me ne vado da via Osoppo, mi ritrovo a pensare quasi con simpatia a quel bandito che in questa strada sessant’anni fa , sparava “a voce” il suo innocuo “Ta ta ta ta”, bersagliato da vasi di fiori e redarguito da una casalinga.

1 Settembre 2018

A CHI GIOVA DIFFONDERE LA PAURA DI UNA NUOVA MARCIA SU ROMA?
di
Vittorio Zedda

I nodi vengono al pettine e c’è chi parla di “impeachment” del Presidente della Repubblica e chi agita lo spauracchio di una marcia su Roma, da parte dei partiti di centro-destra. Chi parla di "impeachment" probabilmente non sa quanto sia ardua, macchinosa e incerta nell'iter e negli esiti la procedura di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica. Penso che chi ha elaborato, a suo tempo, la normativa specifica abbia voluto salvaguardare un ipotetico interesse generale. Di fatto è ancora oggetto di discussione se e quanto siano tutelati i cittadini nel caso che il Presidente ecceda i suoi poteri. Comunque potrebbe anche succedere (o è successo?) che un presidente nomini senatore a vita un tizio per ignoti meriti e poi ce lo rifili come Presidente del Consiglio, il tutto nel quadro istituzionale prodotto dal "Porcellum" bocciato dalla Corte Costituzionale, per cui anche l'elezione di quel Presidente della Repubblica ha un probabile "difetto di nascita". Non so se...In quanto all'Europa credo che i veri europeisti siano quelli che non si riconoscono nella brutta copia" di UE che abbiamo ereditato e che è difficile identificare con lo spirito e il disegno dei Padri Fondatori. Quest'Europa è di fatto nelle mani di paesi "forti" che, se vogliono, fanno la guerra di loro iniziativa, accoppano il Gheddafi di turno e tirano razzi sulla Siria, giusto per dare una mano ai siriani. Oppure chiudono a Ventimiglia e a Melilla la frontiera ai migranti, Ma minacciano l'Italia se non continua ad accoglierli e soprattutto a tenerseli. E non parlo né dell'Austria né dell'Ungheria...In quanto all'euro, fior di economisti, compresi sei premi Nobel, ne hanno indicato i gravi difetti e le storture. Ma oggi se critichi l'euro vieni lapidato, perché vige il pensiero unico che vieta il dissenso. E prima ti minacciano, per piegarti. Per quello che ho letto e meditato per anni, dico che "l'euro è la truffa del secolo"(cit. Domenico Longo) e per giunta impoverisce i più poveri, intesi come cittadini e come stati. Però tutti sanno, e pure il prof. Savona lo sa e l'ha detto, che, sì, bisognerebbe uscire dall'euro, ma questo sistema monetario è ormai così radicato e gestito dai poteri finanziari e bancari mondiali che l'uscita è poco praticabile ora, mentre dovrebbero almeno essere attuate robuste riforme atte a correggere e adeguare la moneta comune a criteri meno vessatori e oppressivi per le economie più deboli. Ma la sinistra del nostro tempo pare d'accordo con banche, finanza speculativa e sfruttatori di mano d'opera, nostrana e pure migrante, e nulla deve cambiare Altro che marcia su Roma: chi gestisce il potere da anni ormai, marcia e si mette sotto i piedi. i poveri diavoli...Allora io non credo a marce diverse da quelle che partiti e sindacati da 70 anni organizzano nella e sulla Capitale, un giorno sì e uno no, per le più varie istanze e proteste. E mi pare non le abbiano mai definite “marce su Roma” anche se non di rado certi toni violenti potevano insospettire, e molto. Perché le marce e le manifestazioni fatte in democrazia e per la democrazia non hanno niente a che vedere con quella del Ventennio. E bollare anticipatamente come "marcia su Roma" la possibile manifestazione di piazza dell'avversario politico mette tutti nella condizione di restituire la pariglia all'oppositore. E così non se ne esce. Facciamo esprimere civilmente e pacificamente i cittadini, perché dare del fascista può essere una grave provocazione o un modo per opprimere e reprimere la libera opinione. Non ci serve né il fascismo di ieri, né il fascismo di certi antifascisti di oggi. Ci serve confronto, senza minacce più o meno velate, senza manipolazioni e repressioni della libertà politica. Quindi la marcia del ‘22 non si ripeterà. perché i tempi sono cambiati. Non sono migliorati, ma non sono gli stessi.

30 Maggio 2018

PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?
di
Antonello Tedde


In quest’ultimo mese e mezzo abbiamo sentito di tutto sui risultati elettorali, ma non abbiamo mai sentito qualcuno porre questa domanda: “PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?”
Non sapevano che c’erano le elezioni? Avevano tutti un impegno irrimandabile? Erano tutti soddisfatti di come andavano le cose per cui il loro voto non era necessario?
Certamente non sono questi i motivi dell’astensionismo, oltretutto sempre crescente: rispetto al 2013 altri 2 milioni di elettori hanno rinunciato al voto.
Chi è andato a votare si è trovato davanti una scheda in cui poteva fare una croce mediante la quale sceglieva tra alcuni pacchetti preconfezionati. Il suo voto è servito a mandare in Parlamento come suo rappresentante una persona di cui non sa nulla : non ne conosce il nome, non sa in quale parte d’Italia si trovi e, se il suo voto è all’interno di una coalizione, non sa neppure con certezza a quale partito appartenga. Non è una esagerazione : tutti i voti dati a +Europa sono andati al PD e tutti i voti dati a UDC sono andati agli altri partiti della coalizione del Centrodestra. I parlamentari erano stati scelti a monte, con criteri che non conosciamo ma che possiamo immaginare, dai gruppi dirigenti dei vari partiti.  
I capi delle più importanti forze politiche della passata legislatura, ossia quelli che hanno scelto i parlamentari che sono stati eletti il 4 marzo scorso, erano un ex-senatore (Berlusconi) non più parlamentare perché ineleggibile per la legge Severino, un ex-sindaco (Renzi) non parlamentare, un cittadino (Grillo) senza alcun mandato politico.
Quanti elettori erano consapevoli che buona parte del Parlamento che “stavano per eleggere” era stato composto e definito da persone che non avevano alcun mandato da parte degli elettori stessi ?
Probabilmente questo era abbastanza chiaro, almeno nei suoi principi generali, agli elettori che non sono andati a votare, gli altri forse hanno fatto finta di non saperlo, ma ad ogni tornata elettorale il numero di chi rinuncia a sperare va sempre aumentando: dalle elezioni del 1996 ad oggi i non votanti sono passati dal 17 % al 27 %, da 8 milioni a quasi 14 milioni.
Quando un elettore decide il suo voto, normalmente lo fa credendo che le sue aspettative, le sue esigenze, il tipo di società in cui vorrebbe vivere possano identificarsi con quanto promesso dal partito da lui scelto. Quando il partito delude l’elettore, non è che questo cambia opinione e vota per chi prometteva l’opposto delle sue aspettative, se mai voterebbe per il partito più vicino alle sue posizioni, ma in un sistema bipolare  o forzatamente bipolare non esistono partiti “vicini” perché o sono conglobati e fagocitati in una coalizione o vengono esclusi, per cui l’elettore semplicemente non vota più.
La politica dell’alternanza vaneggiata da chi vedeva Centrodestra e Centrosinistra alternarsi nei ruoli di maggioranza e opposizione ipotizzando che gli elettori facessero pendere la bilancia verso uno o l’altro schieramento a seguiti di una attenta e ponderata analisi politico e sociologica non era in realtà che il brutale “Ti ho votato, mi hai deluso, non voto più” con il conseguente aumento di cittadini che rinunciano al voto.
Se si rinuncia al voto, però, si rinuncia alla democrazia e il potere va nelle mani di chi lo cerca unicamente per i propri interessi e le proprie ambizioni.
Da oltre venti anni non abbiamo più la possibilità di scegliere i parlamentari, che vengono scelti dai partiti e siamo fortemente limitati anche nella scelta dei partiti col desolante risultato che la qualità dei politici è penosamente degradata al punto che in un sistema che è parlamentare e proporzionale continuano a ragionare come se fossero in un sistema presidenziale e maggioritario che nella Repubblica Italiana non è mai esistito.
Sarebbero patetici se non avessero la responsabilità di una Nazione.


29 Aprile 2018

COME  VOLEVASI  DIMOSTRARE
di
Antonello Tedde


Come volevasi dimostrare ….. cambiata la legge elettorale è cambiato l’assetto del sistema politico, con buona pace di chi affermava che  “la legge elettorale non interessa gli italiani”.
Come volevasi dimostrare …..non sono mancati gli”esperti” che si sono precipitati a dichiarare che siamo nella Terza Repubblica,. Secondo questi signori cambia la Repubblica ogni volta che cambiano le proporzioni dei partiti nel Parlamento. Quando la Democrazia Cristiana  ed il PSI furono demoliti dal terremoto provocato da  “Mani Pulite”, si parlò di Seconda Repubblica, oggi che il Partito Democratico si è demolito da solo con la fallimentare politica dell’ultima  legislatura si vaneggia di Terza Repubblica. Ciò che rattrista è che qualcuno ci crede.
Come volevasi dimostrare ….. i politici italiani sono, per la maggior parte, incompetenti, principalmente preoccupati di riuscire a soddisfare la loro personale ambizione, incapaci non solo di immaginare e costruire la politica dei prossimi anni ma addirittura incapaci di comprendere la situazione politica attuale. Lo stesso si può dire di molti commentatori.
Fortunatamente siamo ancora nella prima Repubblica, la Costituzione non è cambiata, le regole sono le stesse degli ultimi settanta anni ed il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, ad esse si attiene.
Fortunatamente non tutti i politici attuali sono incompetenti e qualcuno, forse sino adesso poco ascoltato, sta timidamente ricordando che una democrazia parlamentare non è una dittatura di partito e che la situazione attuale degli schieramenti politici dovrebbe essere la norma e non un avvenimento drammatico che porterà “all’ingovernabilità” e a nuove elezioni. Il fatto anomalo non è che gli elettori abbiano preferenze diverse, ma piuttosto che i vari schieramenti politici abbiano condotto la campagna elettorale lanciandosi  palate di letame in maniera vergognosa e incivile. Con questo antefatto viene un poco difficile far finta di nulla e riconoscere che in fondo i programmi sono compatibili e conciliabili con gli interessi dei cittadini.
L’attuale legge elettorale, per molti versi deprecabile, ha un unico pregio: aver eliminato il cosiddetto “premio di maggioranza” che, giustamente dichiarato incostituzionale, permetteva al partito che avesse anche un solo voto in più di avere la maggioranza assoluta, con le conseguenze che abbiamo visto in questi ultimi anni. Un partito che ha la maggioranza assoluta controlla il Parlamento e di conseguenza il Governo, può cambiare le leggi (anche la legge elettorale) ed anche la Costituzione senza controllo da parte di nessuno. Chi controlla il partito di fatto controlla la Nazione. Un sistema di questo tipo porta facilmente ad una deriva autoritaria e ad una forma di dittatura più o meno palese.
Stiamo attenti prima di sostenere che basta cambiare “un pochino” la legge elettorale e tornare subito a votare.

9 Aprile 2018

LE POLEMICHE SUL GIURAMENTO DI SALVINI IN PIAZZA DUOMO
di
Vittorio Zedda

Penso che tanti potrebbero condividere, come fosse loro, questa mia osservazione: sono politicamente un laico e se, per fantasiosa ipotesi, mi fossi trovato  a fare un comizio in piazza del Duomo, per qualsivoglia partito,non avrei fatto alcun giuramento pubblico, né sulla Costituzione, né sul Vangelo. Semplicemente, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente. Presumo che , il mio, sia un modo di sentire abbastanza comune, radicato nel costume, quindi di una “forma mentis” che non richieda spiegazioni. Ma io non sono un politico, tanto meno uno impegnato in campagna elettorale, attento a fare calcoli previsionali in merito alle conseguenze o all’esito che possono avere certe parole “forti” sugli elettori. Di fatto quel giuramento, fatto a sorpresa in chiusura di comizio, ha suscitato critiche: ha fatto pensare ad un azzardo, ad una discutibile trovata elettorale, ad una boutade poco ponderata, secondo quello stile “salviniano” diretto ed esplicito, per alcuni aggressivo e sgradevole, per altri semplicemente sincero. Quindi uno scivolone politico. Viceversa, leggendo quotidiani e “social”, mi colpiscono le critiche che tendono a cogliere in fallo Salvini più sugli aspetti religiosi che su quelli politici del suo “gesto”. E sveglia l’attenzione il fatto che in una società come la nostra, così poco religiosa e ancor meno cristiana, si indirizzi la polemica su una presunta contraddittorietà di Salvini rispetto al Vangelo da lui richiamato, piuttosto che sul valore o sul disvalore strettamente politico del suo discorso. Quasi che valide e opposte ragioni eminentemente politiche non ce ne fossero. E qui si palesa il nodo della questione. Già l’arcivescovo di Milano l’ha criticato, ma su questo non mi pronuncio: mi potrei immaginare nei panni di chiunque, ma non in quelli di un arcivescovo. Ho le mie opinioni anche su di lui, ma non mi spingo oltre.  Ho letto però le critiche di improvvisati esegeti del Vangelo e della Bibbia, evidentemente digiuni dell’uno e dell’altra. E non parlo di fede, ma di semplice lettura.  Critiche provenienti da sedicenti cristiani, presunti tali o immemori del verbo evangelico, ma anche critiche provenienti da non cristiani, la cui ignoranza dei due citati testi sarebbe stata peraltro l’unica giustificata, a patto però che si fossero astenuti dal citare ciò che non conoscono. Superato l’impatto emotivo o di sconcerto per quel giuramento, più volte riproposto in televisione, ne emerge invece col tempo la logica di non immediata comprensione,ma meditata e intenzionale. Si sia d’accordo o no sul senso dell’operazione, Salvini ha voluto dichiarare fino in fondo i suoi convincimenti. Il più scontato, in ipotesi, potrebbe essere il seguente: "Io sono così e lo dico per chiarezza; se a qualcuno non sta bene, libero di scegliere altro". Politicamente forse un'operazione a somma zero: perderà l'appoggio di alcuni e ne guadagnerà di altri. Un giuramento può anche marcare un discrimine, e certo non aggrega o seduce i dubbiosi. Per di più , fatto in un comizio elettorale, viene recepito dalla gente, che non è ingenua, per il suo valore  simbolico, un po’ sopra le righe, ovviamente propagandistico. Ma la logica che c’è sotto emerge tenendo in conto dati connessi al tempo, al luogo e alla storia recente. Il fatto è che la gente, sommersa da notizie e polemiche, tende  a vivere una sorta di permanente oblio ed estraniamento dai fatti in tumultuosa successione e, presumibilmente, proprio da quelli cui dovrebbe dare maggior attenzione. Quella di Salvini e' stata invece una probabile sottolineatura identitaria, culturale e politica racchiusa direi, più che concisamente, seccamente in poche parole. Proviamo ad analizzare il quadro geopolitico e culturale di riferimento.  L’Italia è contagiata da un costume, diffuso a livello europeo, in cui pare che dichiararsi cristiani assuma una connotazione  discriminante verso chi non lo è. E’ assurdo, ma è così..Mi limito al dato, perché la sua analisi svierebbe il discorso. A fronte di questa sorta di  compressione della testimonianza cristiana, si rafforza la presenza islamica nella società, nonché l’islamizzazione appoggiata da settori politici delle sinistre nazionali ed europee che vedono nella crescita dell’islam in Europa un’utile forza d’urto per ribaltare il  quadro politico-sociale ancora prevalente nell’occidente, e quindi battere una “fastidiosa” presenza religiosa residua,  erede di una ormai debole radice cristiana. Il romanzo “ Sottomissione” di Houellebeck, per certi versi continuazione di certe visioni profetiche di Oriana Fallaci, descrive molto bene il progressivo piegarsi della Francia all’islam, a seguito della perfusione quasi osmotica di un condizionamento sociale, che sostituisce all’arrendevole sentire cristiano del nostro tempo, la forte e totalizzante presenza islamica e filo-islamica. Curiosamente non desta meraviglia che la terra dei lumi, la patria di “liberté,egalité,fraternité” che modificò politica e costume anche facendo cadere tante teste, si arrenda ad una mentalità islamica, ideologicamente agli antipodi, arretrata, oscurantista, immodificata e che comunque di teste continua a farne cadere qua e là nel mondo per tutt’altre ragioni. Il quadro è reso più drammatico da molti fatti: da quel che sta succedendo in Svezia, da un terrorismo che semina stragi ovunque in Europa e non solo, da una massiccia immigrazione manovrata e solo in parte giustificata, da una minaccia trasversale all’intero occidente il cui dato più appariscente è la perdita della sicurezza e della libertà dei cittadini nelle loro patrie. Una  città come Milano è sotto costante minaccia terroristica e chi ci vive in merito sa più di quanto i mezzi d’informazione volutamente non dicano, per evidente condizionamento politico. Di più: chi non soffre di amnesie ideologiche ha ben presente almeno tre fatti che riguardano la città. Il primo è la prepotente manifestazione di forza data dai musulmani a Milano, il 4 gennaio 2009, quando a migliaia occuparono senza alcuna autorizzazione la piazza del Duomo e vi celebrarono un’imponente preghiera collettiva, orientata, in modo dottrinalmente e geograficamente esatto, verso La Mecca. Chiunque può immaginare che cosa succederebbe se dei cristiani inscenassero abusivamente un rito religioso, di fatto ostile, nelle sacre pertinenze di una moschea. Per quel fatto, che configurava anche fattispecie di reato, oltre che  un atteggiamento violento e offensivo, non vi furono conseguenze. Rappresentanti di una piccola minoranza di quei musulmani in preghiera presentarono poi  le loro personali scuse per quel gesto così eclatante e così sottaciuto, avendone evidentemente avvertito in ritardo la gravità e temendone le conseguenze, su cui peraltro il mondo religioso e civile della metropoli sorvolò. Il secondo fatto è la presenza nel consiglio comunale di Milano di una musulmana , di cui è nota la vicinanza ai Fratelli Musulmani, organizzazione accusata di contiguità col terrorismo  persino in alcuni importanti paesi arabi. Il terzo,  più recente e più grave fatto è costituito dalla manifestazione di odio razzista anti-ebraico inscenata il 9 dicembre 2017  a Milano da una folla di immigrati musulmani e da loro sostenitori, estremisti politici nostrani, in cui si inneggiò ripetutamente con una formula religiosamente islamica alla “morte degli ebrei “ ( non degli israeliani ), ricordando la strage operata a suo tempo a Kaybar dal profeta dell’islam, e auspicandone la cruenta ripetizione, a danno degli ebrei. Razzismo chiaro ed esplicito, manifestato a breve distanza dalla Giornata del Ricordo, ma passato incredibilmente sotto silenzio e pare persino impunito.
Sui tre fatti citati (e non posso sapere se a queste motivazioni Salvini ne potesse aggiungere altre) ne derivano motivi per spiegare la dichiarazione di  appartenenza culturale cristiana dell’oratore, ma anche per richiamare opportunamente il dovuto  rispetto ai principi della Costituzione. Una Costituzione più volte definita anche da un nostro presidente della Repubblica come la “religione civile degli Italiani” a cui il giuramento fatto in piazza del Duomo si riferiva per motivi politicamente discutibili quanto si vuole, ma certamente appropriati e non irrilevanti. In quanto al giuramento sul Vangelo, che ha scandalizzato i benpensanti, mi riservo, da laico, di dedicare altre riflessioni in una prossima occasione. Ma pare oggi meno inappropriato il motivo per cui nella piazza del Duomo di Milano, luogo simbolo e scenario di eventi non solo simbolici sopra ricordati, sia stata pronunciata una parola forte e inusitata. Tacere non sempre è saggio.

2 Marzo 2018

                                                                                                                       

PERCHE’  E’ IMPORTANTE VOTARE
di
Antonello Tedde


Chi ha avuto la pazienza di leggere la legge elettorale, probabilmente sta pensando che andare a votare, il 4 Marzo, sia solo una perdita di tempo perché ben poca influenza il nostro voto avrà nella formazione del prossimo Parlamento. Questo è certamente vero per il singolo voto ma il complesso di tutti i voti dell’esercito dei non votanti, può avere una notevole influenza. Forse non a tutti è nota la consistenza di questo “esercito” che sta diventando sempre più imponente: nelle ultime politiche del 2013, alla Camera, il numero di coloro che non sono andati a votare sommato a quello di chi è andato ma ha inserito una scheda bianca o ha annullato il proprio voto è superiore a 13 milioni e settecentomila ossia più del 29 %  degli elettori.
Per avere un’idea più chiara dei rapporti di forza si tenga presente che il partito più votato nel 2013, ossia il M5S, ha ottenuto poco meno di 8 milioni e settecentomila voti e che la coalizione più votata, il Centrosinistra di Bersani, ha ottenuto poco meno di 10 milioni e cinquantamila voti. Come si vede “gli astensionisti” (da sottolineare come sono bravi i media ha inventare delle definizioni che hanno lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica e quindi di far sparire un fenomeno preoccupante che una volta  “battezzato” non sembra più un problema), gli astensionisti, dicevo, sono la più grossa forza politica della Nazione, ma non se ne rendono conto e non sanno usare la loro forza: pertanto non contano nulla, per loro scelta.
Si potrebbe obiettare che forse gli astensionisti sono tali perché sono soddisfatti di come stanno le cose, ma sappiamo tutti che non è vero. Quelli che sono soddisfatti vanno a votare per assicurarsi che nulla cambi . Quelli che non votano, non solo non sono soddisfatti ma pensano che niente potrà cambiare e che il loro voto è inutile.
Gli astensionisti non si rendono conto che i loro voti non utilizzati, valgono potenzialmente più di 170 seggi (alla Camera, per il Senato il ragionamento è analogo) e pertanto stanno “regalando” hai politici che dicono di disprezzare quella forza che permette ai partiti maggiori di governare come meglio credono. Anche le percentuali ufficiali verrebbero ridimensionate : la coalizione di Centrosinistra nel 2013 ha ottenuto il 29.55 % dei voti validi, ma solo il 21.42 % degli elettori ha votato per il Centrosinistra, ossia poco più di un elettore su cinque. Questa cosiddetta maggioranza ha governato l’Italia e tenuto in scacco il Parlamento per 5 anni. Quattro elettori su cinque hanno dovuto subire un Parlamento ed un Governo che non volevano. Questa sarebbe democrazia, secondo i nostri politici.
La legge elettorale sembra fatta apposta per scoraggiare dal votare chi non è simpatizzante dei partiti maggiori. Non lasciamoci abbindolare troppo facilmente. Il voto è un fondamentale diritto nei sistemi democratici: non lasciamocelo portare via. Inoltre l’esercizio del voto è un dovere civico, come stabilito dall’Art. 48 della Costituzione.
Se gli “astensionisti per disgusto” si chiedessero quali sono le cause reali che hanno portato al degrado della politica probabilmente potrebbero dare un notevole contributo al suo risanamento. Uno di questi motivi è che vengono accettate e non vengono messe in discussione delle “verità” (che verità non sono) e che distorcono il nostro giudizio. Alcune sono “frottole trasversali” che sono comuni ai tutti i partiti, altre sono nate da una parte, ma nessuno le ha contestate e come succede spesso una bugia ripetuta e non contestata “diventa”verità.
Vediamone alcune.
Si suppone che qualunque cittadino abbia le capacità e le competenze necessarie, ossia che non siano necessarie particolari capacità e competenze, per ricoprire qualunque carica politica. Nulla di più falso. I Deputati e i Senatori, nel nostro sistema istituzionale, hanno il compito di promulgare le leggi che regolano la vita dei cittadini, di accordare la fiducia al Governo, di controllarne l’operato ed inoltre di eleggere il Presidente della Repubblica, pertanto per svolgere il loro lavoro devono avere capacità, competenza ed esperienza, ovviamente, nel campo della politica. Sembra una osservazione ovvia: se devo far volare un aereo mi occorre un pilota capace ed esperto, non volerei mai su un aeroplano pilotato da un chirurgo o da un avvocato, sia pure bravissimi nel loro mestiere, ugualmente non mi farei operare da un pilota di Jumbo. In politica questa sembra un’eresia, addirittura un attentato alla libertà. Da oltre venti anni siamo ossessionati da frasi che ci mettono in guardia dai “professionisti della politica” così ci troviamo di fronte una classe politica costituita per la massima parte da dilettanti.
L’”ingovernabilità-“ é la maggiore disgrazia che possa capitare ad una nazione e potrebbe essere una verità se si desse al termine il suo vero significato. Per i politici che ci ritroviamo, governabilità significa: “se non abbiamo una maggioranza che ci permetta di fare quello che vogliamo per cinque anni, non possiamo governare”. Sarebbe più corretto dire che non sanno governare e non sanno neppure come si governa, perché, in democrazia, la politica è la capacità di comprendere le diverse esigenze e mediandole trovare una soluzione ottimale in grado di soddisfare il maggior numero di cittadini. Questo è possibile se tutta la società civile è correttamente rappresentata nel Parlamento ed i parlamentari hanno la capacità e la volontà di cercare e trovare il bene comune . La presunzione di possedere la sapienza assoluta (e questo sottintende che chi non è d’accordo non capisce niente e probabilmente è in malafede) é l’anticamera della dittatura ed il seme del malgoverno.
“Non esistono più le ideologie”. Può essere, nella migliore delle ipotesi, una battuta di spirito. In un sistema in cui il benessere e le esigenze dei cittadini sono secondari e strumentali alle esigenze dell’Economia e della Finanza, affermare che non esistono ideologie è soltanto una cinica beffa. L’idea che il mercato e le sue leggi siano l’unico e indiscutibile principio al quale la Società debba sottomettersi  non è una verità assoluta, ma soltanto la conseguenza di una ideologia che non è neppure nuova. Un segnale inquietante è che i cittadini non sono più cittadini, sono diventati “consumatori”, “risparmiatori”, “speculatori” (quelli un po’ monelli), insomma sono soltanto degli elementi dell’economia.  Sino a qualche secolo fa si dava per scontato che il potere fosse nelle mani dell’aristocrazia “per diritto divino” sino a quando ci si è resi conto che i nobili non avevano il sangue blu, ma rosso come tutti. La questione fu risolta con rivoluzioni sanguinose, ma il circolo vizioso potere-porta-ricchezza e ricchezza-porta-potere non si è interrotto, al più si é invertito l’ordine: si parte dalla ricchezza per raggiungere il potere, ma, essendo un cerchio, il risultato non cambia. L’aristocrazia è cambiata, non ha più il sangue blu, si tiene opportunamente riservata ma ha comunque in mano la maggior parte della ricchezza del pianeta. Le ideologie esistono, non lasciamoci lavare il cervello.
“Quello che conta è il Programma”. Anche questa è una bella frase ad effetto, presuppone che si possa veramente descrivere il programma di governo di 5 anni. Tutto quello che può accadere ed accade in cinque anni non è certamente prevedibile, a meno di sovrannaturali capacità di preveggenza. Non è immaginabile come verrà gestito tutto quello che non è previsto nel programma (terremoti, alluvioni, guerre e tensioni internazionali, crisi finanziarie ecc. ecc.). Se qualcuno esamina i programmi (che con l’attuale legge elettorale devono essere depositati e firmati dal rappresentante del partito) si rende conto che più che programmi sono proclami elettorali che enfatizzano i risultati che si prefiggono di ottenere, ma restano nebulosi su come questi dovrebbero essere raggiunti. Dire che si vuole cambiare la Scuola, la Sanità, la tassazione, le istituzioni non significa nulla se non viene detto come ed in quale direzione si vuole procedere. Per descriverlo non sono sufficienti una o due od anche qualche decina di pagine (che già nessuno legge, figuriamoci se fossero centinaia o migliaia).
Le frasi “rischiamo di tornare alla Prima Repubblica”, “sono metodi da Prima Repubblica” sono spesso ripetute enfatizzando un evidente disprezzo per la “Prima Repubblica”. Niente di più ridicolo: la “Prima Repubblica” è una trovata giornalistica. Di grande successo senza dubbio, ma soltanto un modo di dire, perché non è mai esistita una Seconda Repubblica. Normalmente si numerano le Repubbliche (prima, seconda, terza ecc.) quando avvengono delle variazioni nella struttura delle istituzioni fondamentali di una nazione: In Italia si sarebbe potuto parlare di Seconda Repubblica se fosse passata la riforma della Costituzione, seccamente bocciata dai cittadini nel Referendum del 4 Dicembre 2016. Il confine tra la cosiddetta Prima Repubblica e l’immaginaria Seconda Repubblica viene di solito posizionato nel 1994 in coincidenza con le elezioni politiche nelle quali fu applicata per la prima volta la Legge Mattarella. Fu una riforma del sistema elettorale non della Costituzione. Dal 1993 ad oggi abbiamo avuto quattro leggi elettorali ma questa è ancora la prima ed unica Repubblica, anche se molti, male informati e poco desiderosi di informarsi, potranno accogliere questa affermazione come una manifestazione di nostalgia della “disprezzata prima repubblica”. Quello che è cambiato è che, nell’immaginario collettivo, siamo diventati una nazione bipartitica, con un Premier eletto dal popolo, compiacendoci di essere un pò anglosassoni  anzi un po’ americani, sino al punto che qualche partito vuole scegliere il candidato premier  con le Primarie (all’italiana) e segretari e/o presidenti di molti partiti si autonominano “candidato premier” dimenticando che qualunque cittadino italiano che goda dei diritti politici è potenzialmente un “candidato premier”.
“La legge elettorale non interessa gli italiani”. Questa è una affermazione pericolosa perché la legge elettorale effettivamente non è interessante, nel senso che non è una lettura divertente e piacevole, però interessa moltissimo gli elettori, perché la devono usare ed è lo strumento con il quale si dovrebbe espletare in maniera civile e democratica la sovranità del popolo. Che la sovranità appartenga al popolo non è una affermazione velleitaria ma è esplicitamente dichiarato nella seconda riga dell’articolo 1 della Costituzione (non ci vuole molta fatica a trovarla) ed è diritto e dovere del popolo vigilare e controllare coloro ai quali il potere è stato delegato. Se il sistema politico si è degradato, evidentemente vi è stata poca cura e poca attenzione da parte degli elettori, vittime di una propaganda condotta con molta costanza e determinazione.
In una nazione politicamente matura il giorno dopo le elezioni non ci si dovrebbe preoccupare di sapere chi “ha vinto”, perché le elezioni non devono essere una gara per la conquista del potere. Gli elettori non dovrebbero essere divisi in vincitori e perdenti, che dovranno subire cinque anni di un governo che non vogliono.
Il 5 Marzo non andremo a votare per scegliere il Governo, andremo a votare per scegliere il Parlamento, sarà il Presidente della Repubblica, dopo aver visto la composizione del Parlamento voluto dagli elettori, a nominare il Presidente del Consiglio che proporrà i componenti del Governo. Se il Governo, nel corso della Legislatura, per qualsivoglia motivo non riscuoterà la fiducia del Parlamento, il Presidente della Repubblica ne nominerà un altro (senza nuove elezioni,alle quali si ricorrerà solo se il Parlamento si rivelerà incapace di approvare un altro Governo). Questo è quello che prevede la nostra Costituzione ed è anche il minimo di conoscenze politiche e istituzionali che ogni cittadino dovrebbe avere.
Nel corso della campagna elettorale si sentono da parte di molti politici delle dichiarazioni sorprendenti, si parla di “inciucio” ossia di imbroglio (pasticciando su un termine dialettale che ha tutt’altro significato), riferendosi a quella che dovrebbe essere la normale trattativa politica successiva alle elezioni, ossia dopo che gli schieramenti politici saranno stati definiti dai cittadini, si parla di premier e di squadra di governo, si giura e si spergiura che non ci saranno alleanze post-elettorali perché non possono esserci alleanze con corrotti e disonesti (se invece le alleanze si fanno prima tutto va bene). Si invita a non votare per un partito per  non far vincere gli avversari, si mette in guardia l’elettore dal disperdere i voti. Questa non è politica matura, é pressappochismo e dilettantismo. Quel che è peggio è che la stampa ed i commentatori politici trovano normale questo sproloquio sconclusionato.
Alla luce di quanto detto, perché è importante andare a votare?  Perché, come gia detto, la quantità di non votanti è talmente imponente da poter cambiare completamente i rapporti di forze tra gli schieramenti, perché liste teoricamente escluse dalle soglie minime di voto potrebbero tranquillamente entrare in Parlamento arricchendo il panorama politico e le possibili scelte di maggioranze alternative (tanto odiate da Centrodestra, Centrosinistra e M5S), perché nei collegi uninominali si avrebbe la possibilità di scegliere un candidato per le sue qualità e non per l’appartenenze alle liste o alle coalizioni principali, perché la logica di minoranze che controllano il Governo, che controlla il Parlamento che a sua volta condiziona con leggi elettorali progettate ad “hoc”  l’elettorato allontanandolo dalla politica venga finalmente interrotta e i partiti ritornino al ruolo di portavoce dei cittadini, dopo troppi anni di partitocrazia al limite della Democrazia.
Cambiare questo stato di cose dipende da noi elettori.

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SI TORNA A VOTARE
di
Antonello Tedde


Finalmente si ritorna a votare per le politiche, Tra meno di un mese  potremo sostituire i parlamentari eletti con la legge Calderoli (legge nº 270 del 21 dicembre 2005, il cosiddetto “Porcellum”)  che, come noto, è stata dichiarata incostituzionale con la sentenza N° 1 del 2014 della Corte Costituzionale.
Voteremo con una Legge che è stata studiata ed approvata dall’atttuale Parlamento. Questo stesso Parlamento aveva tentato di introdurre “l’Italicum”, legge elettorale che fu bocciata dalla Consulta ancor prima di essere stata usata. L’attuale legge elettorale, la n. 165 del 3 novembre 2017, viene spesso definita un’obbrobrio, anche da quelli che l’hanno approvata, e difficilmente si può dar loro torto. D’altra parte chi l’ha votata si difende affermando che è stata il risultato del miglior compromesso raggiungibile, compromesso un po’ forzato visto che, se non ricordo male, è stata approvata ricorrendo ben otto volte al voto di fiducia.
Sarebbe auspicabile che il nuovo Parlamento elaborasse una legge elettorale rispondente ai principi costituzionali, che garantisse la rappresentatività degli elettori, la possibilità per i cittadini di scegliere i propri delegati e riportasse i parlamentari a rispondere del proprio operato ai propri elettori e non alle segreterie dei partiti che li hanno portati in Parlamento.
Cerchiamo di capire un po’ meglio questa legge e quali sono le principali differenze con la precedente del 2005.
La Legge prevede un sistema misto con una parte dei seggi assegnati con sistema maggioritario e i restanti assegnati con sistema proporzionale, analogamente alla Legge Mattarella dove il 75% dei seggi era attribuito con sistema maggioritario ed il 25% con metodo proporzionale mentre la attuale legge prevede il 64% dei seggi assegnati con metodo proporzionale ed il 36% con metodo maggioritario (231 seggi per la Camera e 109 per il Senato) dando quindi una prevalenza alla quota proporzionale.
Il territorio è diviso in circoscrizioni (per il Senato corrispondono alle 20 Regioni)  a loro volta suddivise in collegi uninominali; più collegi uninominali, di norma, formano un collegio plurinominale.
Ogni collegio uninominale assegna un seggio col sistema maggioritario, pertanto ogni lista o coalizione di liste presenta un unico candidato. Il più votato va in Parlamento. Nella stessa scheda sono presenti le liste singole (o le liste accorpate in coalizioni) che partecipano all’assegnazione dei seggi del collegio pluriniminale, che vanno da tre sino ad otto seggi per la Camera e da due ad otto per il Senato, a seconda delle dimensioni del collegio. Per ogni lista sono elencati i candidati, da un minimo di 2 ad un massimo pari al numero di seggi del collegio, ma comunque non superiori a quattro.
Sulla scheda non è possibile esprimere preferenze (le liste sono bloccate e l’ordine in cui sono elencati i candidati definisce la graduatoria degli stessi per l’assegnazione dei seggi).
Come si vede con un unico segno si vota per il collegio uninominale, per il collegio plurinominale, per la lista e per la coalizione. Pacchetto preconfezionato: si può scegliere solo la lista con buona pace della libertà di scelta del cittadino e del mandato al suo rappresentante in Parlamento.
E’ da notare come il numero dei candidati sia mediamente inferiore al numero di seggi disponibili per cui con un contorto meccanismo di recupero può essere ripescato un candidato non eletto nel suo collegio e potenzialmente appartenente anche ad un’altra circoscrizione, per cui non solo col proprio voto si firma una cambiale in bianco per dei candidati che non si conoscono  se non per il nome scritto sulla scheda ma anche per dei candidati che non si sa neppure chi siano e da dove provengano. E’ abbastanza evidente che limitare il numero di candidati nel collegio ha il solo scopo di permettere l’elezione “sicura” di personaggi che il partito vuole in Parlamento. Tutto questo non è fatto nell’interesse dei cittadini e della democrazia ma soltanto nell’interesse personale di alcuni candidati e per sottolineare il potere di scelta che il partito esercita sui propri candidati. Abbastanza chiaramente il “senza limite di mandato” previsto in Costituzione per i parlamentari risulta fortemente condizionato visto che il parlamentare non è scelto dall’elettore ma dal partito.
A differenza della precedente, in questa legge non è previsto il premio di maggioranza,  con grande rammarico dei nostalgici del “partito forte” e della governabilità assoluta. Sono però rimaste le soglie di sbarramento per cui una lista che non raccolga almeno il 3% dei voti validi non può avere seggi in Parlamento. Questo per consolare quei ”democratici” che ritengono abbiano diritto ad avere rappresentanti in Parlamento solo i più forti mentre le minoranze, con i loro diritti e le loro richieste, devono sparire e non far perdere tempo. Per chi non ha voglia di fare i conti, il 3% di 47 milioni di elettori è circa pari a 1.400.000 voti. Non è proprio una minoranza trascurabile.
Si vota su una scheda unica per la quota proporzionale e per quella maggioritaria. Non è ammesso voto disgiunto, ossia votare per il plurinominale una lista diversa dall’uninominale, pena l’annullamento della scheda.
La possibilità per i partiti di presentarsi in coalizione consente ai partiti maggiori di aumentare le probabilità di avere seggi nei collegi uninominali, mentre i piccoli partiti (inferiori al 3% ma superiori all'1%) appartenenti alla coalizione, pur non prendendo seggi per il partito danno i voti da loro ottenuti alla coalizione aumentando i seggi a questa spettanti nei collegi plurinominali. Appare ancora una volta evidente il tentativo di trasformare la politica italiana in un sistema bipartitico (od almeno bipolare), tentativo assolutamente velleitario iniziato 25 anni fa  e miseramente fallito visto che alle attuali elezioni sono state presentate oltre 30 liste ed i poli di aggregazione sono, per adesso, indiscutibilmente almeno tre.
Pur essendo ammesse le coalizioni a livello nazionale non esiste un capo della coalizione né  un programma della coalizione, esiste invece un capo ed un programma per ogni lista.
Questa nelle sue linee principali la legge elettorale in vigore. Qualche dubbio sulla sua rispondenza ai principi costituzionali sicuramente può nascere, ma al momento non si può fare nulla e con queste regole andremo a votare.
Per molti il problema non è “per chi” ma “se” andare a votare. La mia opinione è che votare è nostro diritto e nostro dovere, tanto più ci rendono difficile manifestare le nostre scelte tanto più dobbiamo esercitare il nostro diritto. Non votare non è una manifestazione di protesta: è una dichiarazione di resa.


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6 Febbraio 2018



COME CANARINI IN GABBIA
di
Vittorio Zedda

Avevo un canarino. Ogni tanto gli aprivo la gabbietta e lasciavo lo sportellino aperto. Il canarino usciva nella stanza, faceva un voletto, sostava incerto su qualche mobile e poi tornava verso la sua gabbia, cercando di rientrarci. Temeva la libertà e non sapeva più che farsene. Come imparò a uscire, imparò a rientrare. Dentro la gabbietta c’era l’acqua e i semi di miglio. Fuori non trovava nulla ed era disabituato a volare. Meglio la prigione: garantiva la sopravvivenza.
La UE ha abituato i suoi cittadini a comportarsi da canarini, e con l’euro li ha messi in gabbia. Prima i cittadini hanno debolmente protestato e gli economisti più avveduti hanno denunciato con ogni mezzo che l’euro era la truffa del secolo. Ma i governi che avevano partecipato all’operazione truffaldina hanno fatto di tutto per rinforzare la gabbia e hanno seminato la paura: “Chi si ribella all’euro non avrà più né acqua né miglio nella vaschetta!”. Il tempo che passava senza che nulla cambiasse, se non in peggio, ha giocato a favore di chi ha venduto i popoli europei a poteri finanziari che i cittadini non possono controllare, ad un sistema bancario che è padrone della moneta che ci somministra secondo i suoi interessi. Per meglio realizzare i suoi disegni, il potere si avvale di inediti progetti di ingegneria sociale e di sostituzione etnica, e anche culturale. Nei popoli la voglia di ribellarsi e il legittimo desiderio di partecipare alle scelte, hanno un po’ alla volta ceduto ad una sorta di mesta rassegnazione generale. Cittadini senza voce né forza, incapaci di orientare il proprio destino, subiscono le scelte di un potere non democratico, estraneo, incomprensibile e lontano, che ha deciso per noi e contro di noi, quale deve essere la nostra vita, la nostra casa, le nostre idee e il nostro cibo e a chi dobbiamo cederlo. Un potere sovrannazionale ha deciso il nostro destino e chi ci governa in Italia è il suo occhiuto guardiano in casa nostra.
Abbiamo ancora una possibilità di alzare la testa il 4 marzo. Di iniziare daccapo una graduale, avveduta, tenace inversione di tendenza. E di tracciare un nuovo percorso da uomini liberi e partecipi. Nulla è facile. Impossibile è solo ciò cui rinunciamo prima di provarci. Pensiamoci bene e diamoci da fare, il 4 marzo.

29 Gennaio 2018



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