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Gaia Tedde :

Note Biografiche





















 

Imparare a "vedere"

di Gaia Tedde - 29 ottobre 2011


“Oggi viviamo nell’era della comunicazione!”, sembra essere questo lo slogan che, per la maggiore, riempie le bocche della marea di tuttologi opinionisti che affollano i talk-show in tv, anticamera dell’immondezzaio delle nostre case.
La comunicazione è uno strumento degli uomini per relazionarsi gli uni gli altri, ma di questi tempi sta assumendo caratteri sempre più svilenti e commerciali.
Basta un click per conoscere, informarsi, guardare ogni cosa la mente umana possa pensare, e anche quelle che mai avrebbe voluto neanche immaginare!
Quest’epoca di televisione, internet, grande fratello ed occhi puntati sul mondo ci rende pericolosamente miopi, se non addirittura cechi!
Distratti e abbagliati dagli imperanti neon luminosi rischiamo d’inciampare sui nostri stessi piedi, incapaci ormai di guardare e osservare, quasi passivamente veniamo investiti da immagini che immagazziniamo in maniera quasi acritica.
Non ci preoccupiamo più del come guardare la vita, le cose, le persone e la realtà che ci sta intorno…
Questa mattina, stranamente, non avevo fretta.
Ho avuto il tempo per vivere pienamente qualche istante dell’inizio di questa giornata in silenzio, e guardandomi davvero intorno, ho potuto concedermi il lusso di fermarmi a riflettere.
Voglio condividere con voi ciò che ne è venuto fuori, perché penso che abbiamo bisogno di condividere un certo modo di vedere la realtà che ci circonda, anche per sentirci meno alieni in questo mondo che vuole farci credere di poter fare a meno dell’essenza, mentre arranca nell’apparenza.

In una sala bar, l’uomo davanti a me fa colazione.
E’ proprio davanti a me, e non posso fare a meno di guardarlo.
Credo abbia un ottantina d’anni, il volto solcato da rughe profonde che ne rivelano la vita dura, come i suoi lineamenti e le sue mani, tozze, gonfie e poco collaborative.
Lo vedo mentre cerca di aprire una monodose di marmellata, dopo aver faticato a lungo per spalmare il burro sul pane, che un po’ si è sbriciolato e un po’ si è proprio sfaldato tra quelle mani rigide, quasi legnose.
Lo guardo combattere pacificamente quella sua lotta quotidiana, e capisco quant’è vero che gli anziani somigliano ai bambini.
Nella sua goffaggine, in quelle mani che hanno smesso di servirlo, rivedo tutte le difficoltà di un bambino, ma senza l’aiuto dello stupore, lui deve rimparare a fare tutto ciò che già conosce con quel corpo che, ogni giorno, s’inventa un nuovo limite.
Qualcosa mi si smuove dentro, e non è pietà, né compassione, ma rispetto.
Ammiro quella tenacia, quello sforzo, solo per poter fare colazione!
Penso a quanto tempo ha impiegato per imburrare il pane e vedo che ancora non è riuscito ad aprire la marmellata, immagino che quando riuscirà finalmente a mangiare io sarò già altrove.
Penso che questo sarebbe il momento in cui un bambino si arrenderebbe e chiederebbe aiuto alla sua mamma.
Ma il mio vecchino fa qualcosa che mi sorprende; la sua mamma è la sua età: lo vedo fare un forellino su un lato dell’odiosa confezione e un altro sul lato opposto. Da un foro entra l’aria e dall’altro escono riccioli di marmellata, dritti sul pane imburrato. Chiude il pane, pigia un po’ e finalmente può mangiare.
Questo un bambino non avrebbe saputo farlo, certo che no!
Finisce con calma la sua colazione, lentamente si alza, raccoglie le sue cose e, dondolando un po’, se ne va dove deve andare.
Resto ancora seduta, e vedo arrivare un cameriere seccato che, con un una smorfia schifata, ripulisce il tavolo dalle briciole.
Un bambino avrebbe fatto di molto peggio, e probabilmente il cameriere avrebbe fatto spallucce, pensando: “I bambini, che ci vuoi fare?” e avrebbe fatto il suo lavoro serenamente, senza pensare che quel bambino aveva accanto una madre che, come spesso accade, non avrebbe cercato di ripulire, ma questo non sarebbe importato, per i bambini si perdonano anche genitori maleducati.
Perché non riusciamo a guardare gli anziani con la stessa comprensione e lo stesso amore che riserviamo ai bambini?

Gli anziani sono spesso soli al mondo, stanchi della vita, senza più genitori né fratelli, magari con un coniuge sepolto da anni, e figli lontani da abbracciare solo nelle feste.
E la società non ha pietà con queste persone, che forse non lavorano più, ma lungi dal parassitare, hanno ancora tanto da dare e da dire, se solo qualcuno li ascoltasse!
Nei bambini è facile riversare le nostre speranze, le nostre lacune affettive: nei loro occhi e nei loro visini paffuti vediamo il futuro, ma non ci fermiamo mai a guardare il passato, chi nel volto ha segnato lo scorrere del tempo, e non può farci dono d’altro che del suo presente.
Forse è anche questo uno dei motivi per cui il mondo oggi va alla rovescia: non guardandoci mai indietro stiamo perdendo la memoria di quanto è costato ciò che oggi è dato per scontato, per diritto acquisito.
Non impariamo niente dalla storia, e non sapendo da dove veniamo, non sappiamo più chi siamo, e mai potremmo sapere dove vogliamo andare e chi vorremmo essere…
Forse ciò che mi fa scrivere è solo il rimpianto di nonni mancati troppo presto per poter essere goduti e anche sopportati con stanchezza e sofferenza, o forse scrivo perché non posso gridare la profonda indignazione che mi divora troppe volte quando, sul mio posto di lavoro (in farmacia). Vedo arrivare nipoti e figli, senza uno straccio d’amore verso i propri anziani; li sopportano come un peso, una spesa eccessiva, talvolta anche senza far niente per celare la propria insofferenza, e sta a me raccogliere, con profondo imbarazzo, la mortificazione tra le rughe di chi si sente solo una persona inutile.
Se è vero che i bambini sono un dono ed una speranza per il futuro, è vero anche che gli anziani sono già ora un patrimonio ed una certezza.
La nostra è una terra antica, ricca di cultura, gravida di tradizioni secolari, che in nome della modernità e dell’emancipazione, della globalizzazione, rischiamo di perdere, preferendo un omologazione mortificante ed impersonale.
Oggi che mi trovo lontana dalla mia amata Sardegna, il ricordo più bello e che davvero mi smuove qualcosa nell’addome è quello di una gita con amici: per il carnevale andammo a Mamoiada, tra le maschere dei Mammuthones, Issohadores, tra il tuonare dei pesanti campanacci, il suono della musica, il ballo Mamujadinu, mi sentivo orgogliosa di esser parte di un qualcosa di così antico e profondamente radicato nella terra e nella storia, il sangue mi scorreva nelle vene richiamando e riconoscendo quei profumi e suoni, pur senza conoscerli
 Questo è vero per la mia Sardegna, ma tutta la nostra Italia conosce e si vanta delle sue rugose e secolari tradizioni, forse fuori moda, ma assolutamente immortali.
Il rischio, sempre più incombente, è la condanna a morte che mamma tv e papà internet hanno sentenziato da tempo, e sempre con più forza se ne fanno esecutori, manipolando le menti più giovani, complici innocenti, che già al liceo non sanno più come scrivere in italiano, sostituendo con sigle comode e veloci parole antiche e bellissime.
Vorrei invitare i lettori a riconoscere questa esecuzione lenta e dolorosa, vorrei poter accendere la voglia di un rifiuto secco e deciso,  che possa  rianimare le nostre coscienze e la voglia di sentirci esseri umani, con un passato e una storia destinata a risplendere nel futuro, senza risentire di questo presente labile.
Per questo motivo oggi ricevo quella dignitosa lotta per una colazione come un regalo, sperando che prima o poi la vita mi darà modo di arricchirmi del patrimonio di qualcuno di questi soli del mondo, e magari farmi spiegare il trucco per rigirare la mia marmellata, per riuscire a gustarmi presto la colazione all’inizio di questa lunga giornata chiamata vita.


 
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