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Il Grillo e l'agorà

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Il Grillo e l'agorà
di                                    
Vincenzo Vitale


  Certo, molto c’è ancora da capire in relazione al fenomeno del movimento 5 stelle di Grillo e perciò è possibile prevedere che politologi e commentatori , nei prossimi mesi, sforneranno le più diverse interpretazioni in proposito.
  Tuttavia, a prescindere da queste, è già possibile adesso mettere in luce alcune contraddizioni che ne caratterizzano le principali dinamiche.
  Alludo soprattutto al fatto che il punto di partenza del movimento di Grillo è senza dubbio la piazza, quella che nell’Atene del V secolo era l’agorà.  Certo, si tratta non già di una piazza intesa in senso materiale, come aggregazione fisica di tutti i cittadini chiamati a discutere e deliberare sulla cosa pubblica, ma in senso virtuale, quale appunto è la rete.
  E’ dalla rete e attraverso la rete che tutto avviene infatti nell’ambito del movimento di Grillo: discussioni, proposte, programmi, scelte, selezione delle candidature. Si tratta insomma di una forma dialogica peculiare che si lascia cogliere per alcuni aspetti che la contrassegnano.
1)E’ un dialogo policentrico, ove tutti e ciascuno sono posti sullo stesso piano e dove perciò la proposta più seria e meditata viene posta sul medesimo piano di quella più bislacca ed impraticabile, senza alcuna previa verifica: al posto dell’ uni-verso, qui siamo in presenza di un inintelligibile multi-verso.
2)E’ un dialogo non fra persone, ma fra soggetti disincarnati, fra connessioni elettroniche che interagiscono fra di loro, senza che vi possa essere sicurezza alcuna circa la reale identità di ciascuno: qui vige dunque la dimensione della irrealtà.
3) E’ un dialogo – per usare un termine ormai celebre dovuto a Zygmunt Bauman – liquido, vale a dire privo di forma, come l’acqua che, appunto senza forma propria, assume quella del recipiente ove di volta in volta venga travasata: è un discorso, dunque,  privo di struttura.   
  Non a caso, infatti, una delle benemerenze che Grillo rivendica per il proprio movimento è l’assenza assoluta di uno Statuto. Ed è logico che sia così, dal momento che lo Statuto, per ogni organizzazione politica, è il documento di presentazione della propria identità : e perciò chi non ha identità non ha, e soprattutto non deve avere, Statuto alcuno.
  A ben guardare, nel “grillismo”, c’è un’assenza davvero inquietante: manca infatti ogni spazio, perfino di pensabilità, per la persona umana.
  Ecco la vera ragione in forza della quale Grillo pretende fermissimamente che nessuno vada in televisione o rilasci interviste; ecco perché nessuno degli eletti si è fatto conoscere dal grande pubblico; ecco perché Grillo va in giro con il volto coperto e del tutto irriconoscibile.
  Non si tratta soltanto di una strategia di disorientamento della stampa, come si vuol far credere, ma di qualcosa di più e di diverso: e precisamente della negazione del volto, quale immagine indefettibile della persona umana.
  Questo il senso fenomenologico che emerge ad una analisi appena accennata del fenomeno: per Grillo, la politica è senza volto, semplicemente perché non c’è spazio alcuno per la persona umana, per la sua responsabilità, per la sua identità, per la sua libertà.
  Prova ne sia che le proposte avanzate e conosciute sono prive di ogni paternità personale: ogni proposta viene avanzata in modo anonimo ed impersonale, come sgorgasse dal nulla e al nulla fosse indirizzata.        
  Per questa precisa ragione si parla da parte di Grillo di antipolitica: perché lo spazio della politica, vale a dire della ricerca ed affermazione del bene comune, è quello proprio della persona umana organizzata nella polis, ed è perciò logico che se manca la persona sia tragicamente assente anche la politica, spodestata dal suo contrario, appunto l’antipolitica. Questa però, invece di aprire nuovi e profetici scenari, all’insegna di una mitica ( ma ovviamente puramente pensata ) neutralità delle scelte, mette il silenziatore ad ogni visione del mondo, seppellendo la libertà della decisione – con quel tanto di rischio e di responsabilità che ogni decisione comporta – nell’oscuro pantano dell’indifferentismo etico e giuridico .
  Non a caso, il movimento di Grillo annovera tutto ed il contrario di tutto: no-TAV e fanatici della tecnologia; ambientalisti e tecnocrati; antiburocrati e ligi e spietati funzionari del WEB; perfino un sacerdote di riti informatici occulti, quale sembra essere Casaleggio, una sorta di santone dall’aria ispirata che, forse temendo il logos,  rifugge il dia-logos e che perciò appare per sparire, fa capolino, ma soltanto per tacere di un  silenzio tanto inquietante quanto eloquente.
     Ma, ovviamente, nessuna meraviglia: era perfino scontato che dopo decenni di malversazioni politiche da parte dei vecchi partiti, sorgesse un movimento di antipolitica, destinato a riscuotere tanto successo.  
  Tuttavia, meraviglia assai che pochi si rendano conto della contraddizione interna al grillismo, la quale, prima o poi,  lo consumerà dell’interno.
  Infatti, da un lato, Grillo vuole la piazza virtuale – quella di internet – perché nega ogni ruolo alla democrazia rappresentativa ed ai suoi istituti – sui quali si sono pur edificati i sistemi costituzionali delle grandi democrazie occidentali; dall’altro, invece, fa eleggere in Parlamento oltre centosessanta dei suoi proprio attraverso il sistema della democrazia rappresentativa, che però rifiuta.
  Insomma, Grillo vuole ciò che ripudia e ripudia ciò che vuole : come inaugurazione di un nuovo movimento politico non c’è male.
  In questo modo si spiegano le giravolte che Grillo è stato costretto a fare allorché Bersani – uno dei tanti sconfitti delle elezioni – gli ha proposto una interlocuzione politica volta alla possibile formazione del governo.
  Per un verso, apre al governo tecnico, ma per altro verso dice di no; fa capolino a Berlusconi, per chiudergli subito la porta in faccia; sembra ascoltare Bersani, ma soltanto per irriderlo con uno sberleffo.
  Ciò accade non solo in quanto – a prescindere da alcune linee di massima tanto generiche quanto discutibili – Grillo è sprovvisto di un vero programma politico degno di tal nome, ma soprattutto perché si trova in grande difficoltà, come era facile prevedere, dal momento che è costretto adesso a muoversi all’interno di un’architettura istituzionale che egli, per definizione, aborre e condanna.    
  Ecco allora che riunisce gli eletti sì, ma non li fa parlare con i giornalisti; fa procedere alla elezione dei capigruppo, ma soltanto per tre mesi; arringa i suoi nuovi  parlamentari, ma stigmatizzando il dissenso, che infatti, ad oggi, è inesistente: egli non fa altro in realtà che “giocare” con le istituzioni alle quali non riserva alcuna credibilità intrinseca.
  Insomma, l’esatto opposto della “buona politica” tanto sbandierata a parole: il che è una riprova – se ce ne fosse bisogno – di come la politica vera esiga che si prenda posizione, che ci si sporchi le mani, che ci si metta la faccia, che si abbia infine il coraggio di difendere una omogenea visione dell’uomo e del mondo, tutte cose che Grillo si guarda bene dal fare, prigioniero del sogno della neutralità pura, che ingenera spavento, perché è parente stretta di quella del Grande Fratello di Orwell.
  Bisogna infine riconoscere come l’onestà intellettuale abbia indotto Grillo a confessare apertamente come il suo obiettivo sia ottenere il 100% dei parlamentari, per poi dissolversi come movimento politico.
  Grillo, che è persona intelligente, lo sa già: la piazza virtuale della rete non può soppiantare il Parlamento e perciò nel momento in cui tutto il Parlamento fosse innervato dalla rete – come lui auspica -  a perire sarebbe questa e non quello.  
  Grillo somiglia perciò ad uno di quegli eroi antichi che, per vendicarsi del mondo, sacrificavano se stessi, al modo di Sansone con i Filistei.
  In tutta franchezza, preferirei non essere oggi un Filisteo .          

Vincenzo Vitale
10 Marzo 2013


 
 
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