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CRISI ECONOMICA E BENE COMUNE

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CRISI ECONOMICA E  BENE COMUNE
di
Gesualdo Mazza


Nella rivista “Francesco Il Volto Secolare” del novembre 2013 è pubblicato un articolo di  Carmine Tabarro dal titolo: “Debito pubblico: una triste storia italiana”. Anche se di economia ne capisco poco,  condivido solo in parte questo articolo perché non tocca un motivo fondamentale della crisi economica iniziata nel 2007 con il crollo dei mutui “subprime” americani.
Per analizzare come si è creato il debito pubblico italiano, non si possono omettere le meccaniche della emissione della moneta e del suo signoraggio al momento della sua emissione, fondamentale concausa di questo cataclisma. Su questo tema la politica (che continua a gravare sulle nostre tasche  nonostante un referendum che avrebbe dovuto porvi termine!) ha continuato a tacere insieme agli organi di stampa, rendendosi complice dei poteri forti.  Ricordo come nonostante la crisi solo alla radio radicale siano stati stanziati venti milioni per il biennio 2014-2015. Per descrivere cosa è avvenuto andiamo brevemente per ordine, partendo dalla creazione della moneta.
L’economia primitiva basata sul baratto delle merci aveva dei grossi limiti per la difficoltà di trovare diretta corrispondenza fra ogni domanda-offerta: iniziarono così ad utilizzarsi come contropartita a cessioni di ogni merce pezzi di metallo pregiato (oro, argento, bronzo e rame), che avevano il pregio di essere facilmente comunque richiesti, mantenendo ovunque il loro valore di scambio.
Quando le città-stato iniziarono ad affermarsi resero possibili le transazioni commerciali (nel senso nostro del termine) con il conio di monete. All’inizio il valore nominale di queste monete si avvicinava a quello dei metalli in esse contenuti, ma in seguito incominciò a distaccarsi. Prendiamo ad esempio il sesterzio d’argento romano: il suo valore nominale era di un sesterzio perché imposto dall’impero romano che lo coniava, ma il suo contenuto di argento era assai di meno. Ove l’argento contenuto nel sesterzio fosse corrisposto solo al 45% del suo valore nominale ed il costo del conio e della diffusione della moneta al 5%, il guadagno della emissione per l’emittente sarebbe stato del 50% : con esso lo stato poteva finanziare la costruzione di ponti, strade, spese belliche, ecc.
Questo guadagno da parte di chi emette la moneta, cioè la differenza fra il valore nominale della moneta e il suo valore effettivo di emissione si chiama “ signoraggio “.
Poiché basato sul conio di monete metalliche, il signoraggio degli antichi stati sarebbe stato poca cosa rispetto a quello realizzato dalle moderne banche centrali.
Nel tardo medio evo, a causa delle strade sempre più insicure per brigantaggio, i commercianti prima di porsi in viaggio di affari deponevano il loro oro ed argento presso orafi, che in cambio rilasciavano loro attestati che sarebbero stati ceduti in cambio delle merci che essi man mano acquistavano: questi attestati di deposito diventarono il surrogato della moneta.
Ben presto gli orafi si accorsero che gli attestati rimanevano in circolazione più di quanto fosse prevedibile e solo una percentuale modesta veniva poi ripresentata loro per essere riconvertita nel metallo pregiato. Alcuni di essi videro così la possibilità di forti guadagni mettendo in circolazione più attestati  di deposito per quantità multiple dell’oro che essi avevano in deposito: la disponibilità di mezzi di pagamento che essi andarono così a creare era basata sulla loro attendibilità e sulla altrui buona fede. Col sistema della riserva frazionata sarebbero nate le banche.  Poco dopo gli orafi, anche gli stati iniziarono a emettere cartamoneta, che riportava l’impegno di sua convertibilità in oro dietro semplice  richiesta. Tale convertibilità venne meno quando nel 1929 la Banca di Inghilterra sospese quella della sterlina: essendo essa stata fino allora la valuta dell’economia mondiale, questo fatto contribuì a innescare la grande crisi del 1929.
Dopo la seconda guerra mondiale, il dollaro diventa la valuta di riferimento dell’economia mondiale.
Quando, con una America finanziariamente stremata dai costi della guerra del Vietnam, nel 1971 il presidente Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro, il sistema non collassò. Da quel momento fu chiaro come il valore della moneta non dipendesse più (neppure a parole) dalla convertibilità in oro: fu chiaro che esso deriva dalla fiducia che la gente ha in essa, e dalla sua conseguente accettazione da parte di tutti come mezzo di pagamento.
Nonostante il denaro abbia perso la sua convertibilità in oro, le banche centrali (a maggioranza di proprietà di privati) hanno preteso dagli stati nazionali il monopolio dell’emissione di moneta, con la conseguente proprietà al momento della sua creazione. Man mano che questo indebito monopolio è stato riconosciuto, gli stati quando hanno avuto bisogno di denaro per ottenerlo hanno dovuto indebitarsi emettendo titoli di stato.
Su diverse banconote emesse in Italia fino al 1975 v’era scritto. “ Repubblica Italiana”, perché al momento della emissione appartenevano allo stato, ossia al popolo. Dopo questa data sulla banconota in lire troviamo esclusivamente la scritta: “ Banca d’Italia”, perché ogni emissione (ed il suo signoraggio) da quel momento in poi furono appannaggio solo della Banca d’Italia, la cui proprietà non è più da tempo dello stato italiano, ma di privati. Le  quote della (Banca d’Italia) sono infatti detenute da una serie di banche (con particolare rilevanza dei due gruppi principali), da casse di risparmio, da alcune assicurazioni, ed da INPS ed INAIL per soli alcuni punti percentuali. La Banca d’Italia è azionista della Banca Centrale Europea, che negli ultimi anni ha gestito le emissioni di cartamoneta.
Da quando la proprietà della moneta alla sua emissione è passata completamente alla banca centrale, lo stato Italiano non ha più avuto i benefici del suo signoraggio, e quando ha avuto bisogno di denaro, invece di pagare solo le spese di stampa della moneta, ha dovuto indebitarsi con la B.C.E., ed è stato costretto ad emettere titoli di debito pubblico (Bot o altri), comprensivi anche degli interessi di competenza.
Ammesso e non concesso che l’andamento di una economia possa essere misurato dal rapporto Debito Pubblico/Prodotto Interno Lordo (parametro dimensionale di una economia), e che più alto sia questo rapporto maggiori siano i problemi di un paese, vediamo le oscillazioni nel tempo di questo indice.
1901 20%  ;  1911 40%  ;  1921 70%  ;  1931  20%  ;  1941  30%  ;  1951  32%  1961  25%  ;
1971 20%  ;  1981 55%  ;  1991  99%  ;  1994 120%  ;  2001 106%  ;  2009 116%  ;  2010 120%
2013 130%
Se i costi di tutte le guerre coloniali degli anni ’30, della guerra di Spagna, e soprattutto di una seconda guerra mondiale persa rovinosamente, sommati a quelli enormi della ricostruzione successiva fanno lievitare l’indice Debito Pubblico/Pil solo dal 20% del 1931 al 32% del 1951, noto poi che in un altro ventennio (quello che va dal 1971 al 1991) esso  aumenta addirittura dal 20% al 99% … e si tratta di un periodo senza guerre e calamità naturali altrettanto significative! Ci è stato raccontato che si è trattato dei costi di mal governo e di spese incontrollate dei politici di quella epoca: è però difficilmente credibile che malcostume e corruzione da soli possano arrecare ad una economia danni multipli di una guerra mondiale combattuta sul proprio suolo! Data la concomitante indebita rinuncia dello stato italiano a stampare moneta propria senza indebitarsi, credo che il disastro di quegli anni sia dovuto ad una combinazione di spese clientelari incontrollate (che indubbiamente vi sono state!) con l’indebitamento statale per ottenere il denaro necessario ad effettuarle, in un momento peraltro di forte inflazione ed alti interessi sui titoli di debito pubblico.
Con l’entrata dell’euro la proprietà del denaro alla sua emissione è passata alla  Banca Centrale Europea, della quale la Banca d’Italia è azionista per circa il 12%, e lo stato italiano continua ad indebitarsi per ottenere il denaro necessario ai suoi bisogni, invece di emetterlo dal proprio ministero del tesoro senza generare debito. Gli interessi pagati dallo stato italiano per un debito pubblico così crescente superano ormai gli 85 miliardi di euro annui.
Evidenziando un aspetto di quanto fin qui discusso: la stampa di una banconota di qualunque taglio (ad esempio di cento euro) alla BCE costa qualche decina di centesimi, ma sull’indebitamento del popolo italiano grava per  il valore nominale del taglio (cento euro ) meno il costo della stampa.
Principale concausa del nostro debito pubblico, che sta portando al un sistema di fiscalità esigente che stiamo vivendo, è dunque un meccanismo monetario ben definito riconducibile al “signoraggio “ della moneta, che alcuni economisti non allineati definiscono il più grande raggiro di ogni epoca.
Solo ricuperando la sovranità monetaria si può realizzare quanto Giacinto Auriti propone: “ Il popolo crea la ricchezza col proprio lavoro. La moneta nasce dunque di proprietà dei cittadini. Essa è di proprietà del popolo e la sovranità di essa appartiene al popolo”.
Ricordiamo come la Dottrina Sociale della Chiesa affermi: “Anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società. L’uomo, infatti, è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”.
Concludendo: se l’economia deve servire il bene comune, la finanza deve essere al servizio di industria, agricoltura ed attività produttive, che possono essere creatrici  di ricchezza per la società e gli uomini in un sistema economico basato su solidarietà e sussidiarietà, e non viceversa. Non deve quindi essere l’uomo per la finanza, ma la finanza per l’uomo.



 
 
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