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BUONE FESTE … ANCHE IN RECESSIONE !

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BUONE FESTE … ANCHE IN RECESSIONE !

di Pier Luigi Priori


Con la crisi economica diventata anche ufficialmente recessione, abbiamo appena trascorso un Natale diverso: mentre i consumatori tagliavano acquisti e doni, città come Milano hanno risparmiato in festoni ed illuminazioni natalizie, mentre in televisione … si sono viste molte meno di quelle pellicole “buone” che gli altri anni trasformavano anche questo nemico giurato del piccolo schermo in spettatore …   
Non tutto il male viene per nuocere: compresi i limiti del nostro modello di società a crescita indefinita, ci stiamo risvegliando dall’ubriacatura consumistica degli ultimi decenni: rinunciando a tanto del superfluo forse sapremo ritrovare quei valori di verità, giustizia, libertà e solidarietà che avevano guidato la nostra crescita del dopoguerra, aiutandoci a realizzare una delle società più prospere ed eque al mondo … perlomeno fino alla caduta del muro di Berlino ed alla globalizzazione….  
Dalle prime forme di organizzazione sociale, era stato lungo il cammino dell’umanità per arrivare agli stati moderni, grandi aggregati convenzionali nei quali le persone dovrebbero ottenere una ampia gamma di servizi, in cambio del gettito tributario necessario al loro mantenimento.
Nelle democrazie moderne, le comunità e le persone avrebbero dovuto fissare assieme le regole di funzionamento di questi stati: più essi si sono allargati più però si sono invece allontanati dal controllo dei singoli cittadini, e gruppi organizzati o pochi potenti ne hanno così fissato a proprio esclusivo vantaggio le regole “vere”, che spesso sfuggono completamente ai cittadini. Le masse sono state infatti incantate da una informazione sempre più parziale e dalla degenerazione della politica in un teatrino progressivamente corrotto ed asservito ai grandi interessi finanziari, che condizionandolo a non trattare gli aspetti essenziali e centrali del sistema, lo hanno ridotto a mero diversivo, nonché strumento di disputa di interessi minori.
Quanto enunciato si è enormemente aggravato dalla caduta del muro di Berlino in poi: fino alla fine del comunismo le logiche del capitalismo e le sue perversioni erano state infatti temperate dalla necessità di mantenere il consenso delle masse: appena venuta meno la minaccia della “alternativa”, e persasi la forza negoziale dei sindacati e dei partiti comunisti e socialisti occidentali, le basi distorte della finanza del mondo “libero” hanno potuto portare all’estremo le loro logiche diventando attori maggiori della globalizzazione selvaggia che ha travolto i paesi più sviluppati. Venti anni dopo il crollo del sistema comunista e degli spietati regimi ad esso intimamente connessi, dobbiamo ora prendere atto anche del sostanziale fallimento del modello capitalista di sviluppo economico noto come liberismo, che immaginava che il semplice equilibrio tra la domanda e l’offerta assicurasse la salvaguardia e la crescita del mercato.
Quando negli anni ’70 studiavo economia, l’applicazione più stretta delle teorie del “lassez-faire” di Adam Smith e Ricardo, campioni del liberismo estremo, sembrava assolutamente superata dal tempo, parte di quel mondo tetro e cupo di quella  prima industrializzazione che (soprattutto nei paesi anglo-sassoni) aveva permesso ad un limitato numero di persone di emergere ed affermarsi a spese della fatica, delle privazioni e delle sofferenze dei  più. Pur da conservatore quale sono naturalmente sempre stato, ero invece ben contento di vivere in un paese nel quale questa fase non aveva riguardato la stragrande maggioranza della popolazione ed era comparativamente durata assai di meno, ed in un mondo nel quale le classi sociali avevano saputo interagire e confrontarsi, magari traumaticamente, per arrivare a modelli di sviluppo condivisibili (o perlomeno accettabili) da tutti, e che per tutti  assicurassero crescita e sviluppo, magari in misura diversa.
Dopo il tracollo dell’impero comunista i potentati economico-finanziari del mondo occidentale hanno però potuto rivedere con rinnovato interesse le teorie di Smith e Ricardo che propugnavano libera concorrenza (basata soprattutto sul costo del lavoro) in mercati aperti senza vincoli o barriere di sorta: le hanno poi applicate su una scala globalizzata planetaria nella quale rientrava anche una Cina nazional-comunista la cui competitività derivava soprattutto da nuove ed inaccettabili forme di legalizzazione della schiavitù nel mondo del lavoro. Si stanno così vanificando un secolo di lotte sindacali e tutto il progresso nelle condizioni socio-economiche dei ceti medi e meno abbienti del mondo occidentale: per l’estremizzazione del profitto si è insomma umiliato il contenuto “etico” ed ambientale insito in quanto veniva prodotto e consumato in Occidente, pregiudicando il nostro futuro.
L’economia globalizzata che i grandi cartelli monopolistici e finanziari hanno imposto alle masse ha quindi finito con l’annullare diverse grandi recenti conquiste dell’uomo moderno, innescate dalle rivoluzioni americana e francese, e dall’equilibrio che nel mondo occidentale si era poi faticosamente trovato fra il loro lascito e la cultura cristiana ancora predominante. Da vecchio accanito antagonista di ogni fenomeno legato al comunismo internazionale, per me è stato difficile capire ed assimilare come un capitalismo senza più contrappesi avesse potuto portarsi su posizioni estreme, e rinnegando ogni modello liberale o di economia sociale di mercato fosse tornato al liberismo puro di inizio ‘800, ancora basato sul mero sfruttamento del lavoro dei propri simili.
Data questa regressione politico-sociale di due secoli non meravigliamoci se, venti anni dopo la caduta del muro di Berlino, torni attuale anche l’analisi marxista sull’evoluzione naturale del capitalismo: i ricchi sarebbero diventati sempre più abbienti e meno numerosi, e mentre le classi medie si sarebbero appiattite verso il basso il numero dei proletari (i poveri) sarebbe cresciuto a dismisura.
Prendono quindi forma e senso alcuni dei primi insegnamenti di politica ed economia dati da mio padre, autentico vecchio liberale cristiano, ad un figlio ancora bambino cui cercava con scarso successo di ampliare gli orizzonti: che l’uomo sia stato “homo hominis lupus” dai suoi albori fino all’epoca moderna: che lo sfruttamento e l’oppressione di tanti siano stati resi plausibili dalla “presa” sulla massa della necessità di difesa preventiva ed espansione territoriale che portavano alla guerra, nonché da miti come quello della nazione per il fascismo, della razza per il nazismo, e della classe per il comunismo, dietro ai quali si occultavano interessi di oligarchie ristrette.
Il dubbio che mio padre mi espresse sempre fu che fosse stato proprio lo sviluppo di movimenti comunisti, socialisti e sindacali nel mondo libero, con la paura da essi generata e diffusa di un totale sovvertimento o rivoluzione, che avesse costretto i nostri “capitalisti” a moderare la loro ingordigia ed a distribuire in modo diverso la torta ai loro sottoposti, attenuando le tensioni sociali, e che così fosse stata proprio la minaccia della possibile “alternativa” ad aver contribuito in modo determinante al miracolo della crescita diffusa del mercato e dei consumi, ed al benessere diffuso dell’economia della nostra Europa del dopoguerra, soprattutto in quegli anni ’50 e ’60 nei quali vanno ambientate le sue parole. Gli avvenimenti degli ultimi decenni, e soprattutto l’accelerazione della globalizzazione e della deriva liberistica all’inizio del nuovo millennio, testimoniano l’esattezza della sua intuizione: come la fine dell’alternativa social-comunista abbia liberato il capitalismo finanziario e bancario da ogni suo timore ed esso si sia organizzato, combinando e governando meccanismi finanziari e di globalizzazione, per rastrellare in poche mani tutta la ricchezza ed il benessere creati in mezzo secolo di libertà politica e soprattutto economica nella nostra bella Europa.
Nella rubrica “economica” del nostro laboratorio avrò l’ambizione di spiegarvi con parole comprensibili meccanismi finanziari e monetari della nostra economia, per i quali buona parte della ricchezza che produciamo col nostro lavoro ci viene sottratta “all’origine” da chi gestisce e governa la grande finanza, e come il grande processo di globalizzazione selvaggia (senza regole) cui stiamo assistendo sia ben servito ad accelerare la spogliazione delle risorse accumulate in paesi industrializzati come il nostro, anziché a realizzare quel mondo ordinato e prospero, basato su competenze produttive, che ci era stato prospettato.
Se crediamo ancora che nella natura umana sopravvivano aspetti positivi, che vadano dall’idealismo e dalla ricerca del bene comune al mero buon senso, e che essa sappia autoregolarsi prima che la situazione arrivi agli estremi che Marx ed Engels avevano previsto, ci dovremo muovere ed organizzare per rompere l’egemonia dei cartelli oligopolistici dominanti: vorremmo evitare che il saccheggio selvaggio delle nostre economie, e la povertà che incombe sulle masse non appena avranno esaurito le risorse accumulate, debbano portare anche in Italia alle sanguinose rivolte (qui sarebbero per il pane, laggiù per il cous-cous!) cui abbiamo assistito in Nord Africa e Medio Oriente: che quella non sia l’unica strada per la quale, dopo mille contraccolpi, si possa arrivare ad una riaffermazione ed un riassetto dei principi di libertà ed equità coi nostri valori tradizionali di base!
L’ombra di Massimiliano Robespierre mi osserva sorridendo beffarda mentre scrivo che credo sia possibile intervenire modificando radicalmente il sistema finché in Europa ed in Italia esistano ancora strutture produttive e qualche benessere diffuso sui quali basare più agevolmente e rapidamente una ripresa: l’ambizioso obbiettivo del nostro laboratorio è di contribuire a fare sì che la gente comune, disorientata dal martellamento di notizie di cronaca nera, di informazioni calcistiche, dal valzer e dal teatrino di una politica, sempre comunque orientata a distrarre l’attenzione dai problemi maggiori, disponga di elementi propri ed autonomia con cui valutare la situazione, resistendo poi alla inevitabile campagna di contro-informazione che non potrà non sommarsi alla disinformazione già in atto. Solo allora, sulla base di informazioni certe ed accurate sulle origini e le cause della recessione economica che, pur in un mondo in crescita globale,  sta attanagliando il nostro paese e diversi altri occidentali, potremo ambire alla forza necessaria per stabilire nuove regole, esautorando e punendo, ove vi siano i presupposti, i responsabili del saccheggio che stiamo vivendo.
Non sarà compito facile, anche perché il livello decisionale è stato scientemente portato da quello nazionale dei singoli stati a quello sovranazionale europeo, allontanandolo ancor di più dalla portata dei singoli cittadini e di eventuali loro organizzazioni: ma l’alternativa è che il processo in atto arrivi alle sue conseguenze più estreme, e la fame e la disperazione dei più finiscano col portare alla rivolta, mentre culture diverse e religioni militarizzate a noi estranee potrebbero trovare in questo caos e vuoto decisionale e culturale concomitante spazi di espansione incontrollata. Pur in una situazione critica, ed in un sistema manipolato da un’Europa guidata da grandi interessi, lontani da ogni controllo democratico, il nostro futuro resta per ora ancora nelle nostre mani.
Il nostro laboratorio “Priorità Vitali” rappresenta quindi un piccolo contributo di libera informazione affinché conosciute le cause vere del disastro in corso, noi possiamo mobilitarci prima che ogni parvenza di democrazia sia soffocata, l’economia nazionale spenta, ed il processo diventi irreversibile.  
Il Natale trascorso, più frugale degli altri, per i suoi soliti valori, gli unici che veramente contano è stato comunque uno splendido Natale: ad onta della recessione  manteniamo vivo nei nostri cuori il fuoco della speranza, perchè il futuro può e deve tornare nelle nostre mani. Nell’alternanza delle umane cose, dopo ogni tramonto il sole è sempre tornato a splendere al mattino. Auguri!


 
 
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