Priorità Vitali

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“La propaganda è per la democrazia quello che il randello è per lo stato totalitario”

Avram Noam Chomsky

"Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi é permesso criticare"

Francois-Marie Arouet (Voltaire)

PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?
di
Antonello Tedde


In quest’ultimo mese e mezzo abbiamo sentito di tutto sui risultati elettorali, ma non abbiamo mai sentito qualcuno porre questa domanda: “PERCHE’ 13 MILIONI E MEZZO DI ELETTORI NON SONO ANDATI A VOTARE ?”
Non sapevano che c’erano le elezioni? Avevano tutti un impegno irrimandabile? Erano tutti soddisfatti di come andavano le cose per cui il loro voto non era necessario?
Certamente non sono questi i motivi dell’astensionismo, oltretutto sempre crescente: rispetto al 2013 altri 2 milioni di elettori hanno rinunciato al voto.
Chi è andato a votare si è trovato davanti una scheda in cui poteva fare una croce mediante la quale sceglieva tra alcuni pacchetti preconfezionati. Il suo voto è servito a mandare in Parlamento come suo rappresentante una persona di cui non sa nulla : non ne conosce il nome, non sa in quale parte d’Italia si trovi e, se il suo voto è all’interno di una coalizione, non sa neppure con certezza a quale partito appartenga. Non è una esagerazione : tutti i voti dati a +Europa sono andati al PD e tutti i voti dati a UDC sono andati agli altri partiti della coalizione del Centrodestra. I parlamentari erano stati scelti a monte, con criteri che non conosciamo ma che possiamo immaginare, dai gruppi dirigenti dei vari partiti.  
I capi delle più importanti forze politiche della passata legislatura, ossia quelli che hanno scelto i parlamentari che sono stati eletti il 4 marzo scorso, erano un ex-senatore (Berlusconi) non più parlamentare perché ineleggibile per la legge Severino, un ex-sindaco (Renzi) non parlamentare, un cittadino (Grillo) senza alcun mandato politico.
Quanti elettori erano consapevoli che buona parte del Parlamento che “stavano per eleggere” era stato composto e definito da persone che non avevano alcun mandato da parte degli elettori stessi ?
Probabilmente questo era abbastanza chiaro, almeno nei suoi principi generali, agli elettori che non sono andati a votare, gli altri forse hanno fatto finta di non saperlo, ma ad ogni tornata elettorale il numero di chi rinuncia a sperare va sempre aumentando: dalle elezioni del 1996 ad oggi i non votanti sono passati dal 17 % al 27 %, da 8 milioni a quasi 14 milioni.
Quando un elettore decide il suo voto, normalmente lo fa credendo che le sue aspettative, le sue esigenze, il tipo di società in cui vorrebbe vivere possano identificarsi con quanto promesso dal partito da lui scelto. Quando il partito delude l’elettore, non è che questo cambia opinione e vota per chi prometteva l’opposto delle sue aspettative, se mai voterebbe per il partito più vicino alle sue posizioni, ma in un sistema bipolare  o forzatamente bipolare non esistono partiti “vicini” perché o sono conglobati e fagocitati in una coalizione o vengono esclusi, per cui l’elettore semplicemente non vota più.
La politica dell’alternanza vaneggiata da chi vedeva Centrodestra e Centrosinistra alternarsi nei ruoli di maggioranza e opposizione ipotizzando che gli elettori facessero pendere la bilancia verso uno o l’altro schieramento a seguiti di una attenta e ponderata analisi politico e sociologica non era in realtà che il brutale “Ti ho votato, mi hai deluso, non voto più” con il conseguente aumento di cittadini che rinunciano al voto.
Se si rinuncia al voto, però, si rinuncia alla democrazia e il potere va nelle mani di chi lo cerca unicamente per i propri interessi e le proprie ambizioni.
Da oltre venti anni non abbiamo più la possibilità di scegliere i parlamentari, che vengono scelti dai partiti e siamo fortemente limitati anche nella scelta dei partiti col desolante risultato che la qualità dei politici è penosamente degradata al punto che in un sistema che è parlamentare e proporzionale continuano a ragionare come se fossero in un sistema presidenziale e maggioritario che nella Repubblica Italiana non è mai esistito.
Sarebbero patetici se non avessero la responsabilità di una Nazione.


29 Aprile 2018

COME  VOLEVASI  DIMOSTRARE
di
Antonello Tedde


Come volevasi dimostrare ….. cambiata la legge elettorale è cambiato l’assetto del sistema politico, con buona pace di chi affermava che  “la legge elettorale non interessa gli italiani”.
Come volevasi dimostrare …..non sono mancati gli”esperti” che si sono precipitati a dichiarare che siamo nella Terza Repubblica,. Secondo questi signori cambia la Repubblica ogni volta che cambiano le proporzioni dei partiti nel Parlamento. Quando la Democrazia Cristiana  ed il PSI furono demoliti dal terremoto provocato da  “Mani Pulite”, si parlò di Seconda Repubblica, oggi che il Partito Democratico si è demolito da solo con la fallimentare politica dell’ultima  legislatura si vaneggia di Terza Repubblica. Ciò che rattrista è che qualcuno ci crede.
Come volevasi dimostrare ….. i politici italiani sono, per la maggior parte, incompetenti, principalmente preoccupati di riuscire a soddisfare la loro personale ambizione, incapaci non solo di immaginare e costruire la politica dei prossimi anni ma addirittura incapaci di comprendere la situazione politica attuale. Lo stesso si può dire di molti commentatori.
Fortunatamente siamo ancora nella prima Repubblica, la Costituzione non è cambiata, le regole sono le stesse degli ultimi settanta anni ed il Presidente della Repubblica, garante della Costituzione, ad esse si attiene.
Fortunatamente non tutti i politici attuali sono incompetenti e qualcuno, forse sino adesso poco ascoltato, sta timidamente ricordando che una democrazia parlamentare non è una dittatura di partito e che la situazione attuale degli schieramenti politici dovrebbe essere la norma e non un avvenimento drammatico che porterà “all’ingovernabilità” e a nuove elezioni. Il fatto anomalo non è che gli elettori abbiano preferenze diverse, ma piuttosto che i vari schieramenti politici abbiano condotto la campagna elettorale lanciandosi  palate di letame in maniera vergognosa e incivile. Con questo antefatto viene un poco difficile far finta di nulla e riconoscere che in fondo i programmi sono compatibili e conciliabili con gli interessi dei cittadini.
L’attuale legge elettorale, per molti versi deprecabile, ha un unico pregio: aver eliminato il cosiddetto “premio di maggioranza” che, giustamente dichiarato incostituzionale, permetteva al partito che avesse anche un solo voto in più di avere la maggioranza assoluta, con le conseguenze che abbiamo visto in questi ultimi anni. Un partito che ha la maggioranza assoluta controlla il Parlamento e di conseguenza il Governo, può cambiare le leggi (anche la legge elettorale) ed anche la Costituzione senza controllo da parte di nessuno. Chi controlla il partito di fatto controlla la Nazione. Un sistema di questo tipo porta facilmente ad una deriva autoritaria e ad una forma di dittatura più o meno palese.
Stiamo attenti prima di sostenere che basta cambiare “un pochino” la legge elettorale e tornare subito a votare.

9 Aprile 2018

LE POLEMICHE SUL GIURAMENTO DI SALVINI IN PIAZZA DUOMO
di
Vittorio Zedda

Penso che tanti potrebbero condividere, come fosse loro, questa mia osservazione: sono politicamente un laico e se, per fantasiosa ipotesi, mi fossi trovato  a fare un comizio in piazza del Duomo, per qualsivoglia partito,non avrei fatto alcun giuramento pubblico, né sulla Costituzione, né sul Vangelo. Semplicemente, non mi sarebbe nemmeno venuto in mente. Presumo che , il mio, sia un modo di sentire abbastanza comune, radicato nel costume, quindi di una “forma mentis” che non richieda spiegazioni. Ma io non sono un politico, tanto meno uno impegnato in campagna elettorale, attento a fare calcoli previsionali in merito alle conseguenze o all’esito che possono avere certe parole “forti” sugli elettori. Di fatto quel giuramento, fatto a sorpresa in chiusura di comizio, ha suscitato critiche: ha fatto pensare ad un azzardo, ad una discutibile trovata elettorale, ad una boutade poco ponderata, secondo quello stile “salviniano” diretto ed esplicito, per alcuni aggressivo e sgradevole, per altri semplicemente sincero. Quindi uno scivolone politico. Viceversa, leggendo quotidiani e “social”, mi colpiscono le critiche che tendono a cogliere in fallo Salvini più sugli aspetti religiosi che su quelli politici del suo “gesto”. E sveglia l’attenzione il fatto che in una società come la nostra, così poco religiosa e ancor meno cristiana, si indirizzi la polemica su una presunta contraddittorietà di Salvini rispetto al Vangelo da lui richiamato, piuttosto che sul valore o sul disvalore strettamente politico del suo discorso. Quasi che valide e opposte ragioni eminentemente politiche non ce ne fossero. E qui si palesa il nodo della questione. Già l’arcivescovo di Milano l’ha criticato, ma su questo non mi pronuncio: mi potrei immaginare nei panni di chiunque, ma non in quelli di un arcivescovo. Ho le mie opinioni anche su di lui, ma non mi spingo oltre.  Ho letto però le critiche di improvvisati esegeti del Vangelo e della Bibbia, evidentemente digiuni dell’uno e dell’altra. E non parlo di fede, ma di semplice lettura.  Critiche provenienti da sedicenti cristiani, presunti tali o immemori del verbo evangelico, ma anche critiche provenienti da non cristiani, la cui ignoranza dei due citati testi sarebbe stata peraltro l’unica giustificata, a patto però che si fossero astenuti dal citare ciò che non conoscono. Superato l’impatto emotivo o di sconcerto per quel giuramento, più volte riproposto in televisione, ne emerge invece col tempo la logica di non immediata comprensione,ma meditata e intenzionale. Si sia d’accordo o no sul senso dell’operazione, Salvini ha voluto dichiarare fino in fondo i suoi convincimenti. Il più scontato, in ipotesi, potrebbe essere il seguente: "Io sono così e lo dico per chiarezza; se a qualcuno non sta bene, libero di scegliere altro". Politicamente forse un'operazione a somma zero: perderà l'appoggio di alcuni e ne guadagnerà di altri. Un giuramento può anche marcare un discrimine, e certo non aggrega o seduce i dubbiosi. Per di più , fatto in un comizio elettorale, viene recepito dalla gente, che non è ingenua, per il suo valore  simbolico, un po’ sopra le righe, ovviamente propagandistico. Ma la logica che c’è sotto emerge tenendo in conto dati connessi al tempo, al luogo e alla storia recente. Il fatto è che la gente, sommersa da notizie e polemiche, tende  a vivere una sorta di permanente oblio ed estraniamento dai fatti in tumultuosa successione e, presumibilmente, proprio da quelli cui dovrebbe dare maggior attenzione. Quella di Salvini e' stata invece una probabile sottolineatura identitaria, culturale e politica racchiusa direi, più che concisamente, seccamente in poche parole. Proviamo ad analizzare il quadro geopolitico e culturale di riferimento.  L’Italia è contagiata da un costume, diffuso a livello europeo, in cui pare che dichiararsi cristiani assuma una connotazione  discriminante verso chi non lo è. E’ assurdo, ma è così..Mi limito al dato, perché la sua analisi svierebbe il discorso. A fronte di questa sorta di  compressione della testimonianza cristiana, si rafforza la presenza islamica nella società, nonché l’islamizzazione appoggiata da settori politici delle sinistre nazionali ed europee che vedono nella crescita dell’islam in Europa un’utile forza d’urto per ribaltare il  quadro politico-sociale ancora prevalente nell’occidente, e quindi battere una “fastidiosa” presenza religiosa residua,  erede di una ormai debole radice cristiana. Il romanzo “ Sottomissione” di Houellebeck, per certi versi continuazione di certe visioni profetiche di Oriana Fallaci, descrive molto bene il progressivo piegarsi della Francia all’islam, a seguito della perfusione quasi osmotica di un condizionamento sociale, che sostituisce all’arrendevole sentire cristiano del nostro tempo, la forte e totalizzante presenza islamica e filo-islamica. Curiosamente non desta meraviglia che la terra dei lumi, la patria di “liberté,egalité,fraternité” che modificò politica e costume anche facendo cadere tante teste, si arrenda ad una mentalità islamica, ideologicamente agli antipodi, arretrata, oscurantista, immodificata e che comunque di teste continua a farne cadere qua e là nel mondo per tutt’altre ragioni. Il quadro è reso più drammatico da molti fatti: da quel che sta succedendo in Svezia, da un terrorismo che semina stragi ovunque in Europa e non solo, da una massiccia immigrazione manovrata e solo in parte giustificata, da una minaccia trasversale all’intero occidente il cui dato più appariscente è la perdita della sicurezza e della libertà dei cittadini nelle loro patrie. Una  città come Milano è sotto costante minaccia terroristica e chi ci vive in merito sa più di quanto i mezzi d’informazione volutamente non dicano, per evidente condizionamento politico. Di più: chi non soffre di amnesie ideologiche ha ben presente almeno tre fatti che riguardano la città. Il primo è la prepotente manifestazione di forza data dai musulmani a Milano, il 4 gennaio 2009, quando a migliaia occuparono senza alcuna autorizzazione la piazza del Duomo e vi celebrarono un’imponente preghiera collettiva, orientata, in modo dottrinalmente e geograficamente esatto, verso La Mecca. Chiunque può immaginare che cosa succederebbe se dei cristiani inscenassero abusivamente un rito religioso, di fatto ostile, nelle sacre pertinenze di una moschea. Per quel fatto, che configurava anche fattispecie di reato, oltre che  un atteggiamento violento e offensivo, non vi furono conseguenze. Rappresentanti di una piccola minoranza di quei musulmani in preghiera presentarono poi  le loro personali scuse per quel gesto così eclatante e così sottaciuto, avendone evidentemente avvertito in ritardo la gravità e temendone le conseguenze, su cui peraltro il mondo religioso e civile della metropoli sorvolò. Il secondo fatto è la presenza nel consiglio comunale di Milano di una musulmana , di cui è nota la vicinanza ai Fratelli Musulmani, organizzazione accusata di contiguità col terrorismo  persino in alcuni importanti paesi arabi. Il terzo,  più recente e più grave fatto è costituito dalla manifestazione di odio razzista anti-ebraico inscenata il 9 dicembre 2017  a Milano da una folla di immigrati musulmani e da loro sostenitori, estremisti politici nostrani, in cui si inneggiò ripetutamente con una formula religiosamente islamica alla “morte degli ebrei “ ( non degli israeliani ), ricordando la strage operata a suo tempo a Kaybar dal profeta dell’islam, e auspicandone la cruenta ripetizione, a danno degli ebrei. Razzismo chiaro ed esplicito, manifestato a breve distanza dalla Giornata del Ricordo, ma passato incredibilmente sotto silenzio e pare persino impunito.
Sui tre fatti citati (e non posso sapere se a queste motivazioni Salvini ne potesse aggiungere altre) ne derivano motivi per spiegare la dichiarazione di  appartenenza culturale cristiana dell’oratore, ma anche per richiamare opportunamente il dovuto  rispetto ai principi della Costituzione. Una Costituzione più volte definita anche da un nostro presidente della Repubblica come la “religione civile degli Italiani” a cui il giuramento fatto in piazza del Duomo si riferiva per motivi politicamente discutibili quanto si vuole, ma certamente appropriati e non irrilevanti. In quanto al giuramento sul Vangelo, che ha scandalizzato i benpensanti, mi riservo, da laico, di dedicare altre riflessioni in una prossima occasione. Ma pare oggi meno inappropriato il motivo per cui nella piazza del Duomo di Milano, luogo simbolo e scenario di eventi non solo simbolici sopra ricordati, sia stata pronunciata una parola forte e inusitata. Tacere non sempre è saggio.

2 Marzo 2018

                                                                                                                       

PERCHE’  E’ IMPORTANTE VOTARE
di
Antonello Tedde


Chi ha avuto la pazienza di leggere la legge elettorale, probabilmente sta pensando che andare a votare, il 4 Marzo, sia solo una perdita di tempo perché ben poca influenza il nostro voto avrà nella formazione del prossimo Parlamento. Questo è certamente vero per il singolo voto ma il complesso di tutti i voti dell’esercito dei non votanti, può avere una notevole influenza. Forse non a tutti è nota la consistenza di questo “esercito” che sta diventando sempre più imponente: nelle ultime politiche del 2013, alla Camera, il numero di coloro che non sono andati a votare sommato a quello di chi è andato ma ha inserito una scheda bianca o ha annullato il proprio voto è superiore a 13 milioni e settecentomila ossia più del 29 %  degli elettori.
Per avere un’idea più chiara dei rapporti di forza si tenga presente che il partito più votato nel 2013, ossia il M5S, ha ottenuto poco meno di 8 milioni e settecentomila voti e che la coalizione più votata, il Centrosinistra di Bersani, ha ottenuto poco meno di 10 milioni e cinquantamila voti. Come si vede “gli astensionisti” (da sottolineare come sono bravi i media ha inventare delle definizioni che hanno lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica e quindi di far sparire un fenomeno preoccupante che una volta  “battezzato” non sembra più un problema), gli astensionisti, dicevo, sono la più grossa forza politica della Nazione, ma non se ne rendono conto e non sanno usare la loro forza: pertanto non contano nulla, per loro scelta.
Si potrebbe obiettare che forse gli astensionisti sono tali perché sono soddisfatti di come stanno le cose, ma sappiamo tutti che non è vero. Quelli che sono soddisfatti vanno a votare per assicurarsi che nulla cambi . Quelli che non votano, non solo non sono soddisfatti ma pensano che niente potrà cambiare e che il loro voto è inutile.
Gli astensionisti non si rendono conto che i loro voti non utilizzati, valgono potenzialmente più di 170 seggi (alla Camera, per il Senato il ragionamento è analogo) e pertanto stanno “regalando” hai politici che dicono di disprezzare quella forza che permette ai partiti maggiori di governare come meglio credono. Anche le percentuali ufficiali verrebbero ridimensionate : la coalizione di Centrosinistra nel 2013 ha ottenuto il 29.55 % dei voti validi, ma solo il 21.42 % degli elettori ha votato per il Centrosinistra, ossia poco più di un elettore su cinque. Questa cosiddetta maggioranza ha governato l’Italia e tenuto in scacco il Parlamento per 5 anni. Quattro elettori su cinque hanno dovuto subire un Parlamento ed un Governo che non volevano. Questa sarebbe democrazia, secondo i nostri politici.
La legge elettorale sembra fatta apposta per scoraggiare dal votare chi non è simpatizzante dei partiti maggiori. Non lasciamoci abbindolare troppo facilmente. Il voto è un fondamentale diritto nei sistemi democratici: non lasciamocelo portare via. Inoltre l’esercizio del voto è un dovere civico, come stabilito dall’Art. 48 della Costituzione.
Se gli “astensionisti per disgusto” si chiedessero quali sono le cause reali che hanno portato al degrado della politica probabilmente potrebbero dare un notevole contributo al suo risanamento. Uno di questi motivi è che vengono accettate e non vengono messe in discussione delle “verità” (che verità non sono) e che distorcono il nostro giudizio. Alcune sono “frottole trasversali” che sono comuni ai tutti i partiti, altre sono nate da una parte, ma nessuno le ha contestate e come succede spesso una bugia ripetuta e non contestata “diventa”verità.
Vediamone alcune.
Si suppone che qualunque cittadino abbia le capacità e le competenze necessarie, ossia che non siano necessarie particolari capacità e competenze, per ricoprire qualunque carica politica. Nulla di più falso. I Deputati e i Senatori, nel nostro sistema istituzionale, hanno il compito di promulgare le leggi che regolano la vita dei cittadini, di accordare la fiducia al Governo, di controllarne l’operato ed inoltre di eleggere il Presidente della Repubblica, pertanto per svolgere il loro lavoro devono avere capacità, competenza ed esperienza, ovviamente, nel campo della politica. Sembra una osservazione ovvia: se devo far volare un aereo mi occorre un pilota capace ed esperto, non volerei mai su un aeroplano pilotato da un chirurgo o da un avvocato, sia pure bravissimi nel loro mestiere, ugualmente non mi farei operare da un pilota di Jumbo. In politica questa sembra un’eresia, addirittura un attentato alla libertà. Da oltre venti anni siamo ossessionati da frasi che ci mettono in guardia dai “professionisti della politica” così ci troviamo di fronte una classe politica costituita per la massima parte da dilettanti.
L’”ingovernabilità-“ é la maggiore disgrazia che possa capitare ad una nazione e potrebbe essere una verità se si desse al termine il suo vero significato. Per i politici che ci ritroviamo, governabilità significa: “se non abbiamo una maggioranza che ci permetta di fare quello che vogliamo per cinque anni, non possiamo governare”. Sarebbe più corretto dire che non sanno governare e non sanno neppure come si governa, perché, in democrazia, la politica è la capacità di comprendere le diverse esigenze e mediandole trovare una soluzione ottimale in grado di soddisfare il maggior numero di cittadini. Questo è possibile se tutta la società civile è correttamente rappresentata nel Parlamento ed i parlamentari hanno la capacità e la volontà di cercare e trovare il bene comune . La presunzione di possedere la sapienza assoluta (e questo sottintende che chi non è d’accordo non capisce niente e probabilmente è in malafede) é l’anticamera della dittatura ed il seme del malgoverno.
“Non esistono più le ideologie”. Può essere, nella migliore delle ipotesi, una battuta di spirito. In un sistema in cui il benessere e le esigenze dei cittadini sono secondari e strumentali alle esigenze dell’Economia e della Finanza, affermare che non esistono ideologie è soltanto una cinica beffa. L’idea che il mercato e le sue leggi siano l’unico e indiscutibile principio al quale la Società debba sottomettersi  non è una verità assoluta, ma soltanto la conseguenza di una ideologia che non è neppure nuova. Un segnale inquietante è che i cittadini non sono più cittadini, sono diventati “consumatori”, “risparmiatori”, “speculatori” (quelli un po’ monelli), insomma sono soltanto degli elementi dell’economia.  Sino a qualche secolo fa si dava per scontato che il potere fosse nelle mani dell’aristocrazia “per diritto divino” sino a quando ci si è resi conto che i nobili non avevano il sangue blu, ma rosso come tutti. La questione fu risolta con rivoluzioni sanguinose, ma il circolo vizioso potere-porta-ricchezza e ricchezza-porta-potere non si è interrotto, al più si é invertito l’ordine: si parte dalla ricchezza per raggiungere il potere, ma, essendo un cerchio, il risultato non cambia. L’aristocrazia è cambiata, non ha più il sangue blu, si tiene opportunamente riservata ma ha comunque in mano la maggior parte della ricchezza del pianeta. Le ideologie esistono, non lasciamoci lavare il cervello.
“Quello che conta è il Programma”. Anche questa è una bella frase ad effetto, presuppone che si possa veramente descrivere il programma di governo di 5 anni. Tutto quello che può accadere ed accade in cinque anni non è certamente prevedibile, a meno di sovrannaturali capacità di preveggenza. Non è immaginabile come verrà gestito tutto quello che non è previsto nel programma (terremoti, alluvioni, guerre e tensioni internazionali, crisi finanziarie ecc. ecc.). Se qualcuno esamina i programmi (che con l’attuale legge elettorale devono essere depositati e firmati dal rappresentante del partito) si rende conto che più che programmi sono proclami elettorali che enfatizzano i risultati che si prefiggono di ottenere, ma restano nebulosi su come questi dovrebbero essere raggiunti. Dire che si vuole cambiare la Scuola, la Sanità, la tassazione, le istituzioni non significa nulla se non viene detto come ed in quale direzione si vuole procedere. Per descriverlo non sono sufficienti una o due od anche qualche decina di pagine (che già nessuno legge, figuriamoci se fossero centinaia o migliaia).
Le frasi “rischiamo di tornare alla Prima Repubblica”, “sono metodi da Prima Repubblica” sono spesso ripetute enfatizzando un evidente disprezzo per la “Prima Repubblica”. Niente di più ridicolo: la “Prima Repubblica” è una trovata giornalistica. Di grande successo senza dubbio, ma soltanto un modo di dire, perché non è mai esistita una Seconda Repubblica. Normalmente si numerano le Repubbliche (prima, seconda, terza ecc.) quando avvengono delle variazioni nella struttura delle istituzioni fondamentali di una nazione: In Italia si sarebbe potuto parlare di Seconda Repubblica se fosse passata la riforma della Costituzione, seccamente bocciata dai cittadini nel Referendum del 4 Dicembre 2016. Il confine tra la cosiddetta Prima Repubblica e l’immaginaria Seconda Repubblica viene di solito posizionato nel 1994 in coincidenza con le elezioni politiche nelle quali fu applicata per la prima volta la Legge Mattarella. Fu una riforma del sistema elettorale non della Costituzione. Dal 1993 ad oggi abbiamo avuto quattro leggi elettorali ma questa è ancora la prima ed unica Repubblica, anche se molti, male informati e poco desiderosi di informarsi, potranno accogliere questa affermazione come una manifestazione di nostalgia della “disprezzata prima repubblica”. Quello che è cambiato è che, nell’immaginario collettivo, siamo diventati una nazione bipartitica, con un Premier eletto dal popolo, compiacendoci di essere un pò anglosassoni  anzi un po’ americani, sino al punto che qualche partito vuole scegliere il candidato premier  con le Primarie (all’italiana) e segretari e/o presidenti di molti partiti si autonominano “candidato premier” dimenticando che qualunque cittadino italiano che goda dei diritti politici è potenzialmente un “candidato premier”.
“La legge elettorale non interessa gli italiani”. Questa è una affermazione pericolosa perché la legge elettorale effettivamente non è interessante, nel senso che non è una lettura divertente e piacevole, però interessa moltissimo gli elettori, perché la devono usare ed è lo strumento con il quale si dovrebbe espletare in maniera civile e democratica la sovranità del popolo. Che la sovranità appartenga al popolo non è una affermazione velleitaria ma è esplicitamente dichiarato nella seconda riga dell’articolo 1 della Costituzione (non ci vuole molta fatica a trovarla) ed è diritto e dovere del popolo vigilare e controllare coloro ai quali il potere è stato delegato. Se il sistema politico si è degradato, evidentemente vi è stata poca cura e poca attenzione da parte degli elettori, vittime di una propaganda condotta con molta costanza e determinazione.
In una nazione politicamente matura il giorno dopo le elezioni non ci si dovrebbe preoccupare di sapere chi “ha vinto”, perché le elezioni non devono essere una gara per la conquista del potere. Gli elettori non dovrebbero essere divisi in vincitori e perdenti, che dovranno subire cinque anni di un governo che non vogliono.
Il 5 Marzo non andremo a votare per scegliere il Governo, andremo a votare per scegliere il Parlamento, sarà il Presidente della Repubblica, dopo aver visto la composizione del Parlamento voluto dagli elettori, a nominare il Presidente del Consiglio che proporrà i componenti del Governo. Se il Governo, nel corso della Legislatura, per qualsivoglia motivo non riscuoterà la fiducia del Parlamento, il Presidente della Repubblica ne nominerà un altro (senza nuove elezioni,alle quali si ricorrerà solo se il Parlamento si rivelerà incapace di approvare un altro Governo). Questo è quello che prevede la nostra Costituzione ed è anche il minimo di conoscenze politiche e istituzionali che ogni cittadino dovrebbe avere.
Nel corso della campagna elettorale si sentono da parte di molti politici delle dichiarazioni sorprendenti, si parla di “inciucio” ossia di imbroglio (pasticciando su un termine dialettale che ha tutt’altro significato), riferendosi a quella che dovrebbe essere la normale trattativa politica successiva alle elezioni, ossia dopo che gli schieramenti politici saranno stati definiti dai cittadini, si parla di premier e di squadra di governo, si giura e si spergiura che non ci saranno alleanze post-elettorali perché non possono esserci alleanze con corrotti e disonesti (se invece le alleanze si fanno prima tutto va bene). Si invita a non votare per un partito per  non far vincere gli avversari, si mette in guardia l’elettore dal disperdere i voti. Questa non è politica matura, é pressappochismo e dilettantismo. Quel che è peggio è che la stampa ed i commentatori politici trovano normale questo sproloquio sconclusionato.
Alla luce di quanto detto, perché è importante andare a votare?  Perché, come gia detto, la quantità di non votanti è talmente imponente da poter cambiare completamente i rapporti di forze tra gli schieramenti, perché liste teoricamente escluse dalle soglie minime di voto potrebbero tranquillamente entrare in Parlamento arricchendo il panorama politico e le possibili scelte di maggioranze alternative (tanto odiate da Centrodestra, Centrosinistra e M5S), perché nei collegi uninominali si avrebbe la possibilità di scegliere un candidato per le sue qualità e non per l’appartenenze alle liste o alle coalizioni principali, perché la logica di minoranze che controllano il Governo, che controlla il Parlamento che a sua volta condiziona con leggi elettorali progettate ad “hoc”  l’elettorato allontanandolo dalla politica venga finalmente interrotta e i partiti ritornino al ruolo di portavoce dei cittadini, dopo troppi anni di partitocrazia al limite della Democrazia.
Cambiare questo stato di cose dipende da noi elettori.

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SI TORNA A VOTARE
di
Antonello Tedde


Finalmente si ritorna a votare per le politiche, Tra meno di un mese  potremo sostituire i parlamentari eletti con la legge Calderoli (legge nº 270 del 21 dicembre 2005, il cosiddetto “Porcellum”)  che, come noto, è stata dichiarata incostituzionale con la sentenza N° 1 del 2014 della Corte Costituzionale.
Voteremo con una Legge che è stata studiata ed approvata dall’atttuale Parlamento. Questo stesso Parlamento aveva tentato di introdurre “l’Italicum”, legge elettorale che fu bocciata dalla Consulta ancor prima di essere stata usata. L’attuale legge elettorale, la n. 165 del 3 novembre 2017, viene spesso definita un’obbrobrio, anche da quelli che l’hanno approvata, e difficilmente si può dar loro torto. D’altra parte chi l’ha votata si difende affermando che è stata il risultato del miglior compromesso raggiungibile, compromesso un po’ forzato visto che, se non ricordo male, è stata approvata ricorrendo ben otto volte al voto di fiducia.
Sarebbe auspicabile che il nuovo Parlamento elaborasse una legge elettorale rispondente ai principi costituzionali, che garantisse la rappresentatività degli elettori, la possibilità per i cittadini di scegliere i propri delegati e riportasse i parlamentari a rispondere del proprio operato ai propri elettori e non alle segreterie dei partiti che li hanno portati in Parlamento.
Cerchiamo di capire un po’ meglio questa legge e quali sono le principali differenze con la precedente del 2005.
La Legge prevede un sistema misto con una parte dei seggi assegnati con sistema maggioritario e i restanti assegnati con sistema proporzionale, analogamente alla Legge Mattarella dove il 75% dei seggi era attribuito con sistema maggioritario ed il 25% con metodo proporzionale mentre la attuale legge prevede il 64% dei seggi assegnati con metodo proporzionale ed il 36% con metodo maggioritario (231 seggi per la Camera e 109 per il Senato) dando quindi una prevalenza alla quota proporzionale.
Il territorio è diviso in circoscrizioni (per il Senato corrispondono alle 20 Regioni)  a loro volta suddivise in collegi uninominali; più collegi uninominali, di norma, formano un collegio plurinominale.
Ogni collegio uninominale assegna un seggio col sistema maggioritario, pertanto ogni lista o coalizione di liste presenta un unico candidato. Il più votato va in Parlamento. Nella stessa scheda sono presenti le liste singole (o le liste accorpate in coalizioni) che partecipano all’assegnazione dei seggi del collegio pluriniminale, che vanno da tre sino ad otto seggi per la Camera e da due ad otto per il Senato, a seconda delle dimensioni del collegio. Per ogni lista sono elencati i candidati, da un minimo di 2 ad un massimo pari al numero di seggi del collegio, ma comunque non superiori a quattro.
Sulla scheda non è possibile esprimere preferenze (le liste sono bloccate e l’ordine in cui sono elencati i candidati definisce la graduatoria degli stessi per l’assegnazione dei seggi).
Come si vede con un unico segno si vota per il collegio uninominale, per il collegio plurinominale, per la lista e per la coalizione. Pacchetto preconfezionato: si può scegliere solo la lista con buona pace della libertà di scelta del cittadino e del mandato al suo rappresentante in Parlamento.
E’ da notare come il numero dei candidati sia mediamente inferiore al numero di seggi disponibili per cui con un contorto meccanismo di recupero può essere ripescato un candidato non eletto nel suo collegio e potenzialmente appartenente anche ad un’altra circoscrizione, per cui non solo col proprio voto si firma una cambiale in bianco per dei candidati che non si conoscono  se non per il nome scritto sulla scheda ma anche per dei candidati che non si sa neppure chi siano e da dove provengano. E’ abbastanza evidente che limitare il numero di candidati nel collegio ha il solo scopo di permettere l’elezione “sicura” di personaggi che il partito vuole in Parlamento. Tutto questo non è fatto nell’interesse dei cittadini e della democrazia ma soltanto nell’interesse personale di alcuni candidati e per sottolineare il potere di scelta che il partito esercita sui propri candidati. Abbastanza chiaramente il “senza limite di mandato” previsto in Costituzione per i parlamentari risulta fortemente condizionato visto che il parlamentare non è scelto dall’elettore ma dal partito.
A differenza della precedente, in questa legge non è previsto il premio di maggioranza,  con grande rammarico dei nostalgici del “partito forte” e della governabilità assoluta. Sono però rimaste le soglie di sbarramento per cui una lista che non raccolga almeno il 3% dei voti validi non può avere seggi in Parlamento. Questo per consolare quei ”democratici” che ritengono abbiano diritto ad avere rappresentanti in Parlamento solo i più forti mentre le minoranze, con i loro diritti e le loro richieste, devono sparire e non far perdere tempo. Per chi non ha voglia di fare i conti, il 3% di 47 milioni di elettori è circa pari a 1.400.000 voti. Non è proprio una minoranza trascurabile.
Si vota su una scheda unica per la quota proporzionale e per quella maggioritaria. Non è ammesso voto disgiunto, ossia votare per il plurinominale una lista diversa dall’uninominale, pena l’annullamento della scheda.
La possibilità per i partiti di presentarsi in coalizione consente ai partiti maggiori di aumentare le probabilità di avere seggi nei collegi uninominali, mentre i piccoli partiti (inferiori al 3% ma superiori all'1%) appartenenti alla coalizione, pur non prendendo seggi per il partito danno i voti da loro ottenuti alla coalizione aumentando i seggi a questa spettanti nei collegi plurinominali. Appare ancora una volta evidente il tentativo di trasformare la politica italiana in un sistema bipartitico (od almeno bipolare), tentativo assolutamente velleitario iniziato 25 anni fa  e miseramente fallito visto che alle attuali elezioni sono state presentate oltre 30 liste ed i poli di aggregazione sono, per adesso, indiscutibilmente almeno tre.
Pur essendo ammesse le coalizioni a livello nazionale non esiste un capo della coalizione né  un programma della coalizione, esiste invece un capo ed un programma per ogni lista.
Questa nelle sue linee principali la legge elettorale in vigore. Qualche dubbio sulla sua rispondenza ai principi costituzionali sicuramente può nascere, ma al momento non si può fare nulla e con queste regole andremo a votare.
Per molti il problema non è “per chi” ma “se” andare a votare. La mia opinione è che votare è nostro diritto e nostro dovere, tanto più ci rendono difficile manifestare le nostre scelte tanto più dobbiamo esercitare il nostro diritto. Non votare non è una manifestazione di protesta: è una dichiarazione di resa.


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6 Febbraio 2018



COME CANARINI IN GABBIA
di
Vittorio Zedda

Avevo un canarino. Ogni tanto gli aprivo la gabbietta e lasciavo lo sportellino aperto. Il canarino usciva nella stanza, faceva un voletto, sostava incerto su qualche mobile e poi tornava verso la sua gabbia, cercando di rientrarci. Temeva la libertà e non sapeva più che farsene. Come imparò a uscire, imparò a rientrare. Dentro la gabbietta c’era l’acqua e i semi di miglio. Fuori non trovava nulla ed era disabituato a volare. Meglio la prigione: garantiva la sopravvivenza.
La UE ha abituato i suoi cittadini a comportarsi da canarini, e con l’euro li ha messi in gabbia. Prima i cittadini hanno debolmente protestato e gli economisti più avveduti hanno denunciato con ogni mezzo che l’euro era la truffa del secolo. Ma i governi che avevano partecipato all’operazione truffaldina hanno fatto di tutto per rinforzare la gabbia e hanno seminato la paura: “Chi si ribella all’euro non avrà più né acqua né miglio nella vaschetta!”. Il tempo che passava senza che nulla cambiasse, se non in peggio, ha giocato a favore di chi ha venduto i popoli europei a poteri finanziari che i cittadini non possono controllare, ad un sistema bancario che è padrone della moneta che ci somministra secondo i suoi interessi. Per meglio realizzare i suoi disegni, il potere si avvale di inediti progetti di ingegneria sociale e di sostituzione etnica, e anche culturale. Nei popoli la voglia di ribellarsi e il legittimo desiderio di partecipare alle scelte, hanno un po’ alla volta ceduto ad una sorta di mesta rassegnazione generale. Cittadini senza voce né forza, incapaci di orientare il proprio destino, subiscono le scelte di un potere non democratico, estraneo, incomprensibile e lontano, che ha deciso per noi e contro di noi, quale deve essere la nostra vita, la nostra casa, le nostre idee e il nostro cibo e a chi dobbiamo cederlo. Un potere sovrannazionale ha deciso il nostro destino e chi ci governa in Italia è il suo occhiuto guardiano in casa nostra.
Abbiamo ancora una possibilità di alzare la testa il 4 marzo. Di iniziare daccapo una graduale, avveduta, tenace inversione di tendenza. E di tracciare un nuovo percorso da uomini liberi e partecipi. Nulla è facile. Impossibile è solo ciò cui rinunciamo prima di provarci. Pensiamoci bene e diamoci da fare, il 4 marzo.

29 Gennaio 2018


L’INFANTE MUTO DEL VANGELO E QUELLO “PARLANTE” DELL’ISLAM
di
Vittorio Zedda


Papa Francesco generalmente si mostra propenso a cercare punti di vicinanza o di possibile dialogo con l’islam. Mi ha colpito viceversa la sua omelia nella messa di Natale, perché orientata in tutt’altro senso. Chi abbia una certa conoscenza del Corano oltre che dei Vangeli, sa di che parlo e se ne sarà accorto. In questo caso,pur senza nominare l’islam e citando solo il Vangelo, Papa Francesco, a mio avviso, è andato “giù duro” su una inconciliabile differenza fra le due religioni. Il tono è parso intenzionale e mentre l’ascoltavo mi attenuava il maligno dubbio che il discorso nascondesse una sorta di “tiro mancino”scritto da altri, tanto mi pareva diverso dal solito nel tono e nella sostanza. E vengo al nocciolo, che potrà sembrare una puntualizzazione marginale, ma non lo è. Chi vuole mettere in risalto i punti di contatto tra l’islam e il cristianesimo, in genere fa riferimento a Gesù e a sua madre Maria Vergine, più volte citati anche nel Corano. Ma è un discorso a dir poco mistificante. Quel che non si dice o si nega o è narrato in tutt’altro modo, lascia pochi punti di similitudine tra i due personaggi per come sono descritti nei testi delle due religioni. Non voglio dilungarmi nella giustapposizione e nel confronto fra i testi sacri che in modo diverso trattano il tema, perché è cosa abbastanza agevole a farsi, attraverso una attenta lettura comparata, per chi ne sia interessato. Ma, per cominciare, il Cristo del Corano qualche inquietudine la suscita. Eh sì, perché la funzione più importante svolta da Cristo, secondo l’islam, parrebbe quella di preannunciare la venuta di Maometto, il profeta per antonomasia. E' una falsificazione dei Vangeli ed una apostasia, "tecnicamente" parlando. Che nella narrazione coranica ci sia una grande considerazione della figura di Cristo, subordinandola a Maometto e relegandola al ruolo di profeta secondario, mi pare da escludere. Ed è un luogo comune ripetuto a vanvera. Preannunciare Maometto, con quello che storicamente ha fatto e ha detto (vedere la Sirah, gli Hadith e il Corano) non mi pare cosa degna del Dio che si fa Uomo. Ma, tornando all’omelia di Francesco, colpisce quel che il Papa ha rimarcato e il momento scelto, cioè il più significativo ed opportuno. Il tema, sapientemente scelto, è quello del “silenzio”, il “silenzio di Maria e del Bambino”, un silenzio col quale Maria “custodisce la Verità”. Riassumendo Francesco ha detto: “Maria non parla: il Vangelo non riporta neanche una sua parola in tutto il racconto del Natale. Anche in questo la Madre è unita al Figlio: Gesù è infante, cioè senza parola, è muto.
Il Dio davanti a cui si tace è un bimbo che non parla. La sua maestà è senza parole, il suo mistero di amore si svela nella piccolezza. Questa piccolezza silenziosa è il linguaggio della sua regalità. La Madre si associa al Figlio e custodisce (la verità) nel silenzio”. E’ questo, com’è noto, l’intimo e profondo significato del Natale Cristiano. E nella ribadita insistenza sul “silenzio”, il papa ha rimarcato la differenza con la narrazione islamica, nel Corano. E il momento più incisivo non poteva essere che quello del Natale, occasione in cui anche esponenti dell’islam tentano di accreditarsi presso il mondo cristiano e la Chiesa come estimatori di Cristo e di Maria, ma poi non resistono alla loro esigenza di accreditare come vera la loro versione dei fatti. E qui sta il punto. Nel Corano, alla 19a sura dedicata a Maria, Maria e Cristo parlano, e quanto parlano! Comincia Maria alla quale viene attribuita una lamentosa esternazione sulla sua condizione di donna incinta senza un marito accanto, con connessi rischi per la sua reputazione,chiaramente esplicitati. Nella sura citata non compare la figura di Giuseppe il falegname, lo sposo posto a tutela della madre di Gesù. In compenso a confortare Maria ricompare l’arcangelo Gabriele che pazientemente conforta e rassicura la Vergine. Poi Maria, che nel frattempo si è ritirata in un luogo appartato e si è nascosta con un velo, partorisce sotto una palma e una voce le dice come procurarsi datteri e acqua. Non c’è nel Corano il riferimento al censimento romano, né al ricovero di fortuna della partoriente in una stalla,per irreperibilità di un alloggio. Quindi Maria porta il bambino dai suoi parenti, che non le risparmiano rimbrotti e critiche. Ma a questo punto interviene Gesù, secondo il Corano, e il neonato nella culla non solo miracolosamente parla difendendo implicitamente la madre, ma esplicita la sua missione. Visto il contesto narrativo, non possiamo dire che il neonato parla come un Dio, ma certo parla almeno come un profeta in subordine. C’è poco o nulla del nostro Natale Cristiano e dei suoi protagonisti nella narrazione islamica. Narrazione che viene scritta presumibilmente sei secoli dopo la stesura dei primi Vangeli, il che fornisce un elemento ulteriore di giudizio su quale sia la versione più attendibile fra quella cristiana e quella islamica, curvata questa alle esigenze della nuova dottrina. L’omelia di Francesco sul tema del silenzio spazia su ampi e profondi significati spirituali, ma trova nella narrazione evangelica del Natale uno spunto non pretestuoso e assolutamente azzeccato. Nel Natale del 2017, in occasione del quale è stata registrata una serie di incursioni vandaliche senza precedenti a danno dei presepi esposti al pubblico, possiamo dire che Papa Francesco con la sua omelia, ”ha rimesso ordine nel presepio”. E ha messo, finalmente, anche vari puntini sulle “i”, compresa quella di islam.

4 Gennaio 2018

IL FINTO SUICIDIO PER INCOLPARE IL NEMICO
di
Vittorio Zedda


   E il PD "in sé medesmo si volvea co' denti"

IL GOVERNO A GUIDA PD :

-1) dopo aver incrementato verso l'Italia e sostenuto oltre ogni ragionevole misura una "auto-invasione", assistita nel trasferimento in ingresso, ma incontrollata sul territorio nazionale, di africani prevalentemente privi di documenti e pertanto anche di verificabili diritti ad ottenere accoglienza e rifugio
- 2) dopo essersi rivelato incapace di una accoglienza ragionevolmente programmata,umanamente dignitosa ed efficacemente organizzata in ordine alla prevedibile consistenza dei flussi
-3) dopo aver assurdamente sottostimato le esigenze finanziarie e di personale da impiegare ai fini di un controllo minimo sufficiente dei nuovi arrivati per ovvie questioni di sicurezza, di ordine pubblico e tutela sanitaria
-4) dopo essere stato, suo e nostro malgrado, coinvolto di fatto e speriamo solo per dabbenaggine, in una tratta di esseri umani su cui lucravano in Africa e per mare criminali trafficanti di "nuovi schiavi"
-5) dopo essersi reso responsabile del diffondersi dell'illusione di una illimitata accoglienza in Italia, che ha spinto decine di migliaia di africani a spendere cifre esorbitanti, incongruenti con condizioni di presunta povertà, per una traversata marittima verso il nostro paese con migliaia di annegamenti dovuti anche ai mezzi inidonei
-6) dopo essersi reso responsabile di impari trattamento fra italiani poveri o ridotti in povertà per la crisi economica e le calamità naturali e migranti spesso meglio garantiti nelle loro esigenze di alloggio e mantenimento rispetto ai cittadini italiani in situazione di grave disagio
-7) dopo essere stato buggerato alla grande da una UE che si è a lungo defilata dal problema, approfittando dell'incauta iniziativa del governo renziano che si era detto disponibile ad accogliere tutti i migranti prelevati o salvati in mare anche da navi di altri paesi (cui per il codice marittimo sarebbe invece spettata l'accoglienza),
-SI E', IN FINE LEGISLATURA, ACCORTO CHE L'OPERAZIONE POLITICA SULL'IMMIGRAZIONE E LO IUS SOLI NON AVREBBE PORTATO A CHI L'AVEVA SOSTENUTA GLI SPERATI VANTAGGI ELETTORALI.

Peggio: l'operazione conclusiva di tale strategia, centrata sull'approvazione di una modifica della legge già esistente e vigente sullo ius soli, tendente però a rivedere le condizioni e i requisiti d'età per l'ottenimento del beneficio di concessione della cittadinanza italiana agli stranieri, giungendo dopo un tale disastroso bilancio sulla gestione dei flussi migratori (o meglio dell'"auto-invasione assistita"), appariva come un'operazione elettoralmente suicida. Milioni di cittadini disgustati dalla politica sopra descritta, a fronte dei gravi problemi economici e sociali e delle vere e urgenti esigenze connesse, non avrebbero gradito.
QUINDI, CON UN'OPERAZIONE POLITICA AL LIMITE FRA IL RIDICOLO E IL ROCAMBOLESCO, IL REGIME HA MANOVRATO IN MODO CHE LA LEGGE SULLO IUS SOLI, PRESENTATA IN EXTREMIS, NAUFRAGASSE PRIMA ANCORA DEL VARO. AVREBBE VOLUTO CHE LA COLPA DI CIO' RICADESSE SOLO SULL'ODIATA OPPOSIZIONE, MA IN SENATO LA SCENEGGIATA SI E' RIVELATA FRUTTO DI UNA PESSIMA REGIA.
E nelle file del PD c'è chi se ne è accorto e non gradisce. Peggio la toppa che il buco.


27 Dicembre 2017

I Rohingya : interessi geopolitici ed economici, mascherati da un conflitto etno-religioso, strumentalizzato ad arte.
di
Vittorio Zedda

Questa vicenda dei musulmani Rohingya perseguitati in Myanmar mi ha lasciato a lungo perplesso e dubbioso. La storia ultramillenaria dei conflitti innescati dall’espansionismo islamico in tutto il mondo ha avuto, e non lo nego, il suo peso nella mia iniziale perplessità, anche in riferimento all’attuale momento politico mondiale e anche per il modo e l’insistenza singolare con cui i presunti “fatti” ci venivano raccontati dai mezzi di informazione. Ho quindi recepito con una certa freddezza le notizie. In ogni caso , poiché cerco di costruirmi  un mio giudizio basato su dati per me attendibili e sostenibili, evito di farmi guidare acriticamente da un pregiudizio, quand’anche frutto di convincimenti maturati e fondati . Ogni fatto può avere specificità non riconducibili a schemi noti. Quindi, conscio di quanto premesso, quando stampa e TV hanno cominciato a proporre e riproporre reportage  sulla “persecuzione dei musulmani Rohingia” non ho escluso affatto che qualcosa di serio ci potesse essere  in quel  lontano conflitto, di cui peraltro si sapeva solo ciò che volevano farci sapere quelli preposti alla diffusione delle notizie. E non ho escluso parimenti a priori che gli effetti crudeli dello scontro in atto potessero aver determinato come al solito sofferenze, lutti e ingiustizie inaccettabili a carico delle fasce più deboli o più esposte delle popolazioni coinvolte in quegli eventi. E soprattutto a danno dei perdenti. Un motivo in più per volerci veder chiaro, per uno come me che non ha poi tanta voglia di abbeverarsi a certi fonti di verità prefabbricate, presentateci come oro colato.

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DEMOCRAZIA : QUAL E’ QUELLA VERA ?        
di   
Vittorio Zedda
                                                                                  

Il popolo catalano ha piena facoltà di esprimere nei confronti del governo centrale spagnolo la sua opinione in merito ai livelli di autonomia dell'entità territoriale e amministrativa di cui fa localmente parte. Ma stante la Costituzione vigente, un’ iniziativa catalana che minaccia l'unitarietà dello stato, si colloca al di fuori della legalità. E ciò vale per qualsiasi paese in cui l’assetto costituzionale sancisce l’unità e unitarietà dello stato: anche se la maggioranza di una entità regionale qualsiasi propendesse per la secessione dallo stato centrale unitario di appartenenza, tale propensione non si configurerebbe comunque come un diritto costituzionalmente garantito, ma con il suo esatto contrario. Il referendum catalano poteva quindi essere gestito e considerato come una mera consultazione popolare, priva di ogni effetto giuridico, ma utile solo a misurare entità e consistenza di un orientamento politico locale. La contesa fra indipendentisti catalani e governo centrale a quanto pare è stata molto mal gestita da entrambi i contendenti. Da parte catalana, mi sembra, accentuare il significato indipendentista della consultazione referendaria non poteva non portare allo scontro per violazione della Costituzione.


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Sull'immigrazione, lettera aperta a due cari amici
di
Vittorio Zedda


E "aridaje" con l'islamofobia, che poi significa solo paura dell'islam, mentre invece si insiste nell'attribuirgli il significato di "miso-islamismo", parola che non esiste ma che comincerò ad usare e che meglio indicherebbe l'odio per l'islam. La paura dell'islam, così vicino nella struttura del suo pensiero "supremazista" (o "suprematista") al nazismo, anche in riferimento all'odio predicato dal profeta contro gli ebrei, da sterminare definitivamente prima del giorno del giudizio, ritengo renda ragionevole ed opportuna l'islamofobia, da intendersi, sia chiaro, come ragionevole preoccupazione per la pericolosità della dottrina dell'islam politico, non come odio contro le persone. Opinione, questa mia, condivisa coraggiosamente da amici musulmani su FB, che rischiano non poco,esponendosi così. Tra islamismo e nazismo i punti di contatto come entrambi sapete, sono storicamente accertati e concretamente rappresentati, oltre che dalle intese politiche, dalla vicenda della 13a Waffen "Freien Arabien", e dalla preoccupante analogia di concatenazioni ideologiche, violente, antiebraiche, ( la "soluzione finale", a ben vedere, non l'hanno inventata i nazisti ), antidemocratiche e discriminanti. Mi viene il dubbio che chi si accanisce contro l'islamofobia non si renda conto di " accarezzare (inavvertitamente beninteso) il basso istinto nazista"di qualcuno.

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La manifestazione "pro migranti" di Milano
di
Vittorio Zedda


Sono andato a vedere. Le migliaia e migliaia di cittadini milanesi,di cui si favoleggia, a sfilare non c'erano . Lungo il percorso, ad assistere ad una sorta di corteo folcloristico e propagandistico, c'erano tantissimi spettatori, certo più numerosi dei manifestanti, prevalentemente gente a passeggio nel pomeriggio del sabato. Ma a sfilare non 80.000 (ma dove ?) forse 25.000, al 90 % stranieri. Una sfilata folcloristica, con gruppi in costume che ballavano e cantavano, con cartelli di promozione turistica, del tipo " Visit Sri Lanka"...e simili. Fotografatissime le giovani e statuarie ballerine sudamericane, con copertura tessile ridotta al minimo sindacale. E quelle danzanti epidermidi hanno del tutto oscurato le cupe e velate musulmane, coperte da capo a piedi, con i loro incomprensibili cartelli in arabo, alla faccia della comunicazione interculturale e dell'integrazione.

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25 aprile : la guerra finita e quella che continua
di
Vittorio Zedda

La ricorrenza annuale della “liberazione” mi riporta a confrontarmi con la memoria di eventi vissuti. Capita a molti della mia generazione: ci riscopriamo testimoni di storia, e per la nostra parte, protagonisti di un’epoca. Testimoni e protagonisti: attivi, o secondari, o minimali, inconsapevoli. Abbiamo percorso, passo  passo, forse non una sola, ma  più  epoche successive, comprese in poco più di tre quarti di secolo: così tante, tanto diverse. E nel confronto con quel che succede oggi,  tanto terribilmente simili. Comincio da una riflessione, recente. Visito un cimitero di guerra alleato, alla periferia di Milano. Lì riposano  417 militari del Commonwealth, caduti  nel periodo 1943-44. Leggo su una lapide: “Known unto God”. Significa “ conosciuto da Dio”. Noi, in italiano, avremmo scritto “ignoto”. E non è proprio la stessa cosa.
Penso ad un più denso significato, e  a tanti altri combattenti della seconda guerra mondiale, militari e non. A chi è morto su un fronte o sull’ altro, per un’idea o per il suo contrario, consapevoli  o no di essere nel giusto,  forse dubbiosi  o pentiti. Penso a scelte e drammi di coscienze diverse svanite nel nulla, a noi ignote come quel caduto. “Known unto God”.  Solo Dio lo sa. E  mi rivedo bambino. Con la mia sorellina assisto  a distanza ad un evento di cui non posso cogliere la portata. Sono a Vigolante, presso Parma. Con la mia famiglia siamo sfollati per la guerra nella  casa di campagna dei nonni . E’ posta al termine d’una stradetta campestre, ora intitolata al mio nonno materno : via Chierici. Oggi posso  individuare con precisione il giorno e l’anno dell’evento, anche perché ho un archivio domestico di documenti, foto e cimeli, cui attingere per ricostruire e verificare i ricordi. Con la mia sorellina sono nel giardino di quella casa, presso la siepe che lo chiude  sul lato che guarda verso Parma. Da lì assisto in pieno giorno ad un bombardamento aereo sulla città, laggiù, lontano, oltre i campi. E’ il 25 maggio del 1944. Nell’eco dei boati, vedo alzarsi alte dense nubi di fumo di color rosso mattone. Mesi dopo quei fatti, girando per la città, imparerò anche l’odore dei bombardamenti: un sentore acre e pungente, mai dimenticato, che si sprigiona dalle macerie, mentre le facciate delle case hanno le occhiaie vuote di finestre senza infissi, che mostrano l’azzurro del cielo dall’altra parte, perché non c’è più il tetto, né la casa dietro. Immagini simili a quelle che ancora oggi vediamo in tv, nei reportage di guerra, da Aleppo e dalle città distrutte della Siria.

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NEO-SCHIAVISTI ,  ANTI-RAZZISTI  DI COMODO
di
Vittorio Zedda


La stampa di mezzo mondo si occupa del prelievo di finti profughi effettuato dall'Italia, per mezzo della sua Marina militare, nei pressi della Libia e NON NEL CANALE DI SICILIA che è lo stretto braccio di mare che separa il nord della Tunisia dalla punta occidentale della SICILIA. Tutta l'Africa sa che è possibile arrivare in Italia con l'aiuto del governo Italiano.
Ciò incoraggia una migrazione disordinata sfruttata da profittatori, che causa migliaia di morti, la cui responsabilità ricade su chi ha prodotto e sostenuto l'esodo. E' UN ESODO VOLUTO E INCENTIVATO ANCHE DA CHI ACCOGLIE. Ciò peggiora la condizione dei paesi soggetti a spopolamento e destabilizza i paesi soggetti a immigrazione, innescando anche nei paesi europei inevitabili conflitti interni, spontaneamente autodifensivi da parte delle popolazioni autoctone, ma falsamente liquidati come "razzistici" da chi vuole coprire le responsabilità governative. Visto che in Italia SIAMO GIUNTI ALLA RESA DEI CONTI, SE NE CHIEDA CONTO AL GOVERNO IN USCITA, che s'è reso complice di un evidente disegno sovranazionale neo-schiavistico di importazione di mano d'opera a basso costo e di sostituzione etnica di popolazione europea in calo demografico. Non si tratta di "un fenomeno epocale" ascrivibile a negati "complotti", ma di una operazione intenzionalmente manipolata e finalizzata da centri di potere capaci di indirizzare le azioni dei governi a fini economici e politici, sfruttando le guerre e le crisi internazionali in atto. E' UNA VERITA' NOTA, MA VOGLIAMO CHE IL GOVERNO NE RENDA CONTO IN MODO ESPLICITO. Italiani ed europei vogliono che si dica la verità, anche e soprattutto su questo.

7 Dicembre 2016
                                                                         

L’interminabile retorica dei ponti , dei muri e della tolleranza.
di
Vittorio Zedda


Di ponti e di muri sentiamo parlare ogni giorno, da anni. E’ sempre il solito pistolotto retorico in cui si
cimentano un po’ tutti, in tv, in chiesa, nelle piazze, nei partiti e nelle sedi istituzionali nazionali  e internazionali. E secondo le regole non scritte del pensiero unico dominante  i due termini architettonici a confronto, usati come metafore, sono uno irrimediabilmente cattivo e l’altro indiscutibilmente buono. O almeno così pareva fino a qualche tempo fa.  In epoca di relativismo c’è da chiedersi però fino a quando l’immagine di questi “manufatti”, tanto evocata come fantasma ammonitore e grimaldello ideologico dai manipolatori  di coscienze, possa ancora reggere al logorio delle mode. Nonché al mutare degli slogan, con cui si vuole impedire alla gente di  affaticarsi a pensare “in proprio”, per  scegliere in autonomia. E’ questo il tempo delle “scelte non scelte”, imposte dal potere e dalla sua propaganda come  indiscutibili  e buone, ma curiosamente camuffate con facili metafore. Anche le metafore, però, diventano obsolete.
Orbene i muri,metaforici o no, “non sono buoni”. Anzi sono cattivi. Anche l’Europa l’ha detto. E il presidente ungherese Orban è stato additato alla pubblica riprovazione per la barriera anti-immigrati che ha fatto erigere .Intanto però l’Inghilterra, col consenso  della Francia, sta costruendo un muro anti-immigrati sul territorio francese, a protezione degli accessi al tunnel sottomarino del Canale della Manica. Si dirà che i migranti rischiano la vita avventurandosi furtivamente nel tunnel, per raggiungere il Regno Unito. Forse si tratta di un “muro umanitario”, quindi “ buono”. L’eccezione è sempre ammessa. Negli USA di Obama, invece, la lunga barriera che ostacola l’immigrazione dal Messico non pare costituire motivo di esecrazione. O, quanto meno,sui “media” si preferisce parlarne poco. Forse c’è muro e muro. O forse la differenza sta in chi lo fa. Poi, detto a margine, c’è anche  il muro del pianto a Gerusalemme che  vive una vicenda paradossale. Infatti questo  muro , ma anche il luogo in cui sorge, ha un nome “ buono”, che è quello che gli hanno dato gli arabi, e uno“non  buono” che è quello assai più antico con cui lo appellano gli ebrei. Il tutto secondo una recente pronunzia dell ‘Unesco. Senza voler mancare di rispetto a nessuno,  c’è da batter la testa nel muro. E qui si dovrebbe fare una digressione sulla “retorica dell’odio”, sempre esecrabile, salvo che per gli odiatori di Israele, che paiono gli unici ammessi. Ma questa tema lo tengo in fresco,per altra occasione.
In quanto ai ponti, questi sono “indiscutibilmente buoni”, come pare sia obbligatorio affermare .Relativamente obbligatorio. Sarei più cauto sul ponte dello stretto di Messina, oggetto di opposti giudizi .Chi lo rifiutava, perché lo voleva  la destra , ora lo ripropone da sinistra . E viceversa. Anche  ideologicamente è  un ponte sospeso. Personalmente apprezzo  i ponti levatoi (non solo quelli dei castelli : pensate al Tower Bridge di Londra), i ponti girevoli presenti in alcuni porti, e comunque non immobili, per la loro polivalenza funzionale. Ponti e muri, unire e separare, non sono cose buone o cattive in sé stesse, ma solo in riferimento agli scopi, all’opportunità, al bene comune, alla giustizia.

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La sera del 3 novembre 1966, a Firenze
di
Vittorio Zedda

Passavo in autostrada in prossimità di Firenze,diretto a Lucca, quella sera. Avevo percorso l’autostrada Bologna – Firenze sotto il più pauroso nubifragio che io a tutt’oggi ricordi. Sul tratto appenninico l’acqua scorreva a fiumi, scendeva limacciosa lungo il pendio dei monti, grondava sull’autostrada e l’attraversava, cadendo a cascata dai viadotti, nel vuoto sottostante. La visibilità era scarsissima più per l’intensità della pioggia che per la fine del giorno. L’asfalto era viscido ,scivoloso , percorso da acqua e melma. Su tutta l’autostrada c’erano auto e camion fermi, messi di traverso, persino sullo spartitraffico erboso, che allora c’era, a tratti. Molti si fermavano, evidentemente in preda al panico, non potendo vedere dove andavano a finire, non fidandosi di procedere nell’acqua limacciosa. Io invece non mi fermai. Pensavo : qui chi si ferma è perduto. Dovevo andare avanti, dovevo togliermi da quella situazione. Alla luce dei fari, stetti alla guida non so quante ore, passando adagio a zig-zag, tra veicoli fermi, sotto il diluvio, col naso incollato al parabrezza cercando di vedere qualcosa. O almeno di indovinare. I raccordi autostradali mi evitarono l’ingresso a Firenze, dove avrei potuto anche fermarmi per una sosta, ma non volevo far stare in ansia chi mi aspettava. All’epoca i telefonini cellulari non esistevano .Arrivai a Lucca, dalle zie preoccupatissime, ad ora tarda, e raccontai. La mattina dopo la radiosveglia mi destò .Trasmetteva un appello : “ Si invita la popolazione a non uscire dalle case. Si stanno organizzando i soccorsi …” Non ci voleva molto a capire cos’era successo. Metà Toscana era sott’acqua e Firenze era stata sconvolta dal fiume in piena. Molte vie di comunicazione erano rimaste interrotte. Dovetti restare a Lucca qualche giorno, prima di rientrare a Milano. Ritornai a Firenze pochi mesi dopo, a Pasqua. Volevo vedere coi miei occhi quel che la televisione in bianco e nero aveva per mesi mostrato. Del rischio che avevo corso mi dimenticai, quando vidi Firenze, com’era.
Ho ritrovato un breve articolo, scritto e pubblicato 50 anni fa, sulla rivista “L’Educatore italiano”-Fratelli Fabbri Editori , inserto geografico “ Toscana”. Allora scrivevo per il settore scolastico e divulgativo di quella casa editrice. 
Rileggendo ora quell’articolo, mi è venuto da pensare ai cosiddetti cambiamenti climatici, che forse non sono cambiamenti, data la loro secolare ricorrenza, ma fenomeni meteorologici ciclici , la cui gravità tende però ad accentuarsi in modo più che preoccupante .Riporto sotto l’articolo.

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I L "BURKINI" CI RIGUARDA ?
di
Vittorio Zedda


A proposito del burkini, c’è chi sostiene che è un problema delle donne islamiche il fatto di indossarlo e che a noi,non musulmani, non  deve riguardare. Invece sotto vari profili ci riguarda, e come, e quanto,se viene indossato nel nostro paese.
In un ambito sociale tutto ciò che è manifestazione esibita di un'ideologia   qualsiasi, ha, si voglia o no,  un’ intenzionale volontà di comunicazione. Ed è una comunicazione efficace ed immediata, produttiva di effetti, interazioni e conseguenze socialmente avvertibili, anche rilevanti. Nell'islam il velo, come del resto tutto l'abbigliamento femminile (in varie occasioni anche quello maschile, con l’aggiunta della barba incolta con il labbro superiore rasato, la "zebiba" sulla fronte,ecc . ) assumono, se esibiti in terra di “infedeli”, il simbolo di una testimonianza, un modo di "segnare il territorio", l' orgogliosa e prepotente affermazione di una presenza imposta e di una presunta superiorità morale e religiosa, che giustifica una volontà di supremazia, quella dell'islam su tutto il mondo e sui non-islamici in particolare. Il tutto è nella dottrina islamica e chi la conosce lo sa. D’altronde, secondo l’islam, essendo Allah l’unico vero dio esistente, chiunque nasca su questo pianeta nasce musulmano. E’ un musulmano inconsapevole, se viene educato non islamicamente e da ciò deriva la necessità di “riportare all’islam” tutti gli “infedeli” sviati da altre religioni. Ecco perché il "burkini” ci riguarda tutti se viene indossato in Italia: è un segno visibile di islamizzazione, nonché di discriminazione ed oppressione della donna. E se qualcuna può anche convintamente indossarlo con orgoglio, resta il fatto che il “burkini” è pur sempre un segno esteriore esibito "erga omnes" di una discriminazione contraria ai canoni della nostra civiltà, della nostra cultura e delle nostre leggi. E' l’affermazione  di una integrazione sdegnosamente respinta in nome di una presunta superiorità religiosa e politica. Contiene un messaggio coranico che non può esserci imposto, quello che prescrive che la donna sia chiusa e coperta da capo a piedi in una "gabbia" di tessuto. Tollerare il “burkini” significa subire un'imposizione barbarica. Mentre, per altro verso, l’islam non tollera nulla: impone ! Cioè non si adegua e obbliga invece gli altri ad adeguarsi o a subire o ad andare incontro a guai peggiori.
Non sono bastate le decapitazioni, le lapidazioni, gli sgozzamenti e le crocifissioni di ispirazione coranica per dissuaderle: le nostre filo-islamiche di sinistra, pur di mostrarsi “aperte”, anzi “spalancate” verso l’islam, ora in mancanza d’altro difendono anche il “burkini”. Non hanno proprio più niente a cui aggrapparsi. L islam, non mi stancherò di ripeterlo, è' un'ideologia politico-religiosa totalitaria, violenta, discriminante e oppressiva, soprattutto verso le donne. Il "burkini" non è un simbolo di libertà di scelta, poiché chi lo indossa non ha scelta, se non quella pericolosissima di infrangere una legge sacra, spogliandosi. E’ quindi l’espressione di una medioevale discriminazione e sorprende amaramente che ci siano donne non musulmane che lo approvano, accampando una presunta libertà di scelta che di fatto alle islamiche la loro religione non consente. E' una corbelleria, tipica degli islamici, ma non solo, quella di tirare in ballo, per confronto, le suore cristiane. La suora veste una divisa (e nemmeno tutti gli ordini oggi la vestono più quotidianamente) e non c'è alcun libro sacro cristiano che lanci anatemi contro le suore se si tolgono la divisa e si mettono in costume da bagno, né ciò le espone  al rischio di essere malmenate o lapidate, come può capitare invece alle islamiche disobbedienti. Il ministro Alfano, a quanto dice, non  vieta il "burkini" in Italia per evitare ritorsioni. E’ quel ministro secondo il quale l’ "intelligence" funziona in Italia e tiene lontano gli jihadisti …  Abbiamo capito il "metodo Alfano” e anche la sua “intelligence”! Gentile ministro, il "burkini" non è una espressione della libertà, per cui ciascuno si veste come gli pare. No. E' un'imposizione oppressiva, arcaica e incivile ! E lei, come ministro, non deve tollerarla né, tanto meno, accettarla per malintesa protezione dell'incolumità pubblica. Se ha paura persino del "burkini", allora non è  capace di tutelare nulla di nulla. Nemmeno di contrastare ciò che ha portato il "burkini" anche da noi e soprattutto ciò che ne consegue. E che ne conseguirà, se chi ci governa continuerà questa politica suicida di sottomissione dell’Occidente all’islam più integralista.

                                                                               
20 Agosto 2016

BREXIT : Un’Europa da rifondare
di
Vittorio Zedda

" La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora"
(Winston Churchill,1947).

A proposito di Brexit. Ancora si dà addosso al voto "degli sprovveduti". La sinistra rispolvera il vecchio arnese della superiore consapevolezza delle élite politiche, nonché il ruolo della democrazia rappresentativa, ovviamente senza controllo popolare, che dà sempre molto fastidio. E come no, s'è vista, la consapevolezza, e pure l'élite : hanno portato l'Europa allo sfascio economico, sociale e politico. Con la Grecia in miseria; il sud dell'Europa in bilico; l'immigrazione gestita nel modo peggiore; la moneta-debito; la UE guidata da una congrega di "nominati" che assomma in sé potere legislativo ed esecutivo; l'unità del continente di fatto affidata alla BCE, che regge i cordoni della borsa; un parlamento europeo pletorico con nessun effettivo potere; una politica estera a guida USA; una politica economica a guida Merkel; una politica di difesa inesistente ed eterodiretta; una politica industriale e produttiva che affossa l'agricoltura italiana e progressivamente deindustrializza il nostro paese; una politica della sicurezza che serve solo a far la conta delle centinaia di vittime del terrorismo, da Madrid, a Parigi, a Bruxelles. E mi fermo qui, perché l'elenco è lungo e pure noto a chi usa la testa. I popoli europei volevano e vogliono ancora l'Europa, ma questa che hanno è un tradimento dell'Europa che volevano. E l'Italia, che è comunque parte della UE, è guidata dal superstite di una faida interna al PD, che ha detronizzato Letta, e non si sa il perché, in favore di Renzi, e il perché temiamo di saperlo. E già, ma il presidente della Repubblica può......ecc. ecc.. Ma quando la democrazia formale soppianta la democrazia sostanziale vuol dire una cosa incontestabile: che solo la prima è funzionale a far da stampella a quest'Europa, attraverso chi s'è prestato, o venduto, a questo gioco. Continuando così chi si meraviglierebbe più se alla "Brexit", per dirla all'inglese, seguisse un' "UscITA", per dirla in italiano ?

24 Giugno 2016

BREXIT : LA VITTORIA DEL SENSO COMUNE
dal
Movimento Distributista


Ascoltando la BBC ed i commenti dei giornalisti e politici inglesi ieri sera, emergeva che il voto è stato la rivincita dell'uomo comune, trasversalmente ad ogni ideologia, contro l'establishment politico e finanziario. Il "leave" inaspettatamente ha vinto in molti distretti "rossi" tradizionalmente di sinistra e malgrado i leader dei partiti maggiori (di sinistra e di centro-destra) avessero indicato il contrario.
Per questo il voto di ieri può essere l'inizio di in risveglio civile, della ripresa di una volontà popolare che non intende più delegare il potere ma controllarlo e gestirlo direttamente, il ritorno del senso comune e della ragionevolezza contro le follie dei partiti, un segnale importantissimo che la gente è matura per una svolta distributista.

Per informazioni: distributismomovimento.blogspot.com

24 Giugno 2016


Di ciò che non c’è non puoi fare cattivo uso  
di
Vittorio Zedda

   Quando papa Francesco parla contro il "potere malefico del denaro" e quasi vagheggia una società in cui si possa fare a meno del denaro, capisco ciò che vuol dire e ovviamente conosco le fonti che ispirano quel pensiero, nobile e alto nelle sue migliori intenzioni. Ma al di là del fascino del messaggio evangelico e della purezza dell'utopia, non posso non pensare alle possibili conseguenze pratiche e ad alcuni fondamentali aspetti di prospettiva di un "mondo senza denaro". Al giorno d'oggi infatti quel pensiero religioso trova, purtroppo, suo malgrado e senza alcuna ipotetica corresponsabilità, una "sponda" interessata fra coloro che mirano all'eliminazione del contante per motivi che ben poco hanno di nobile, spirituale e tanto meno evangelico. Accampando un’istanza etica , cioè quella di combattere il malaffare, il riciclaggio di “denaro sporco”, nonché l’evasione fiscale, si pensa che l’eliminazione del denaro contante elimini ipso facto qualsiasi uso illecito dello stesso. Di ciò che non c’è non si  può fare cattivo uso. Si tenta così progressivamente di eliminare il denaro contante in favore del solo denaro virtuale, quello che non è nelle mani dei cittadini e che non è nemmeno compiutamente sostituito dalla carta di credito o dal bancomat, che non sono denaro. Quelle tessere plastificate con microchip e banda magnetica  sono utili per pagare, ma sono solo chiavi d'accesso al denaro che è "altrove" e "nel possesso d'altri" che teoricamente lo custodiscono per noi.  E, come s'è visto, questi "altri" non è detto che ne facciano sempre buon uso o a nostro vantaggio. Sono convinto che l'eliminazione totale del contante in favore di una moneta elettronica invisibile e in mano altrui, è uno dei passi decisivi verso una nuova e definitiva schiavitù, peggiore di qualsiasi malaffare mafioso e di qualsiasi evasione fiscale. Affidare di fatto il controllo di tutti i nostri bisogni e di tutti i nostri desideri concreti e vitali, nonché di fatto, ed in conseguenza, il governo della gente e dell'economia, ad una tecnologia sempre più invasiva e gestita da super-esperti del sistema, crea di fatto nuove caste e nuove divisioni sociali, anche su base tecnologica e tecnocratica. Siamo tutti indotti a servirci sempre di più della tecnologia, ma ben pochi fra noi sanno come “funziona” e quindi come si possa dominarla, invece di esserne dominati. Il tutto si risolve a danno dei comuni utenti,totalmente dipendenti da un sistema non conoscibile compiutamente dalla massa che è però costretta ad avvalersene. Siamo sicuri che i “semi latenti di incontrollabilità del sistema” non siano un rischio mortale per la libertà, la democrazia e la civiltà ? Inoltre chi crea o conosce profondamente i "sistemi tecnologici" sa anche come distruggerli o violarli. Esattamente come i ladri che continuamente ci clonano le carte di credito. Il denaro è buono o cattivo secondo l'uso che se ne fa. Ogni nuovo strumento tecnologico non è buono in se stesso, in quanto espressione di progresso. Dipende sempre dall’uso che se ne fa, per la gente o contro la gente. L'eliminazione totale del denaro contante in favore dell'esistenza di solo denaro virtuale, non elimina il "denaro, sterco del demonio". Lo rende del tutto invisibile e gli cambia padrone. Che può essere ancor più invisibile, inconoscibile, incontrollabile e impunibile.
                                                              
6 Aprile 2016

A chi ha la testa sulle spalle, ancora
di
Vittorio Zedda

L'attacco dei terroristi islamici al cuore dell'Europa, a Bruxelles, come a Parigi pochi mesi fa, dimostra chiaramente che i nostri governi non sanno difenderci, forse non possono o forse addirittura subiscono gli eventi per scopi certo non facilmente decifrabili. Il sospetto non è così campato in aria : anni di invasione agevolata, assistita e incentivata di finti profughi, di clandestini e di sedicenti rifugiati politici, mescolati a migliaia di autentici disperati, mentre il terrorismo islamista continua, anno dopo anno, a colpire ovunque e anche nei paesi "accoglienti"dell'Europa, ci fanno pensare o a sesquipedali incongruenze politiche, o forse a qualcosa di peggio. Sembra quasi che i governi ci vogliano succubi di un incerto e pericolante progetto sovranazionale, cui sembrano asserviti, proni, forse venduti. Mentre la democrazia in Europa è ridotta ai minimi storici, i cittadini disorientati e avviliti non capiscono più dove i governi li vogliano condurre, e perché. Guardatevi attorno : non è mai stata così grande la distanza fra popoli e governi. La gente si sente insicura, minacciata nei beni, nel lavoro, nella convivenza sociale, nella salute, nella vita. Nessuno si sente più sicuro nemmeno in casa propria. E se va in piazza, al mercato o in metrò, spera in cuor suo di poter tornare a casa senza danni. Una sola cosa comincia ad apparire chiara : la gente ha capito che si deve difendere da sola, da qualsiasi tipo di minaccia, anche se ancora non sa come. Come sempre, però, la necessità aguzza l'ingegno e fra non molto cominceremo ad accorgercene, credo. Si vive in una condizione di guerra diffusa, contro la delinquenza, contro una politica assurda e oppressiva, contro il terrorista "della porta accanto". Nessuno vorrebbe la guerra. Ma c'è. Anche la nostra Costituzione ammette che la difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Ma anche la legittima difesa della mia vecchia pellaccia consunta è un mio sacro dovere. La guerra ce la stanno facendo : o la subiamo da imbecilli o ci difendiamo. Sono certo che c'è gente d'ogni età, ovunque in Europa, che si sta organizzando, in proprio, non certo alla luce del sole, perché è evidente che non si può e non si può farlo sapere. Altri attendono, inerti, il destino.

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RUSSIA, AMERICA, ARABIA SAUDITA, LA GUERRA DEL PETROLIO
di
Pier Luigi Priori


Si stimava pochi anni fa che l'economia russa, male industrializzata e pesantemente dipendente dalle esportazioni risorse naturali e petrolio, sarebbe tracollata ad un suo calo di prezzo, e molti economisti discutevano quale potesse essere il “punto di non ritorno”, dibattendolo fra i $ 60 ed $ 80 a barile.  La Russia, superata recentemente dagli Stati Uniti, è il secondo produttore del mondo di petrolio, davanti all'Arabia Saudita, e petrolio e gas rappresentano circa la metà delle sue entrate.
Di fronte alla rapida crescita produttiva dello “shale oil” americano, a differenza che in passato l'Arabia Saudita non ha ridotto la sua produzione: per eccesso di scorte e di offerta nei giorni scorsi il prezzo del barile di petrolio è addirittura precipitato a 30 dollari... un prezzo poco remunerativo per i sauditi, ma tale da non rendere più conveniente l'estrazione di buona parte dello “shale oil” americano,  e di stroncare l'economia russa, e con essa la figura di Putin, reo di essersi opposto all'espansione islamica nei territori del Caucaso ed in Siria, e di mantenere la sua presa sulle province orientali dell'Ucraina, abitate in prevalenza da russi.  
Vista la resistenza della Russia nelle zone  di sua influenza storica all'espansione economica occidentale, è probabile che gli Stati Uniti mantengano comunque la loro produzione di petrolio ai livelli più alti sostenibili, anche ad onta della “concorrenza” dei loro alleati sauditi, sperando di riaffermare con l'arma economica il loro stato di unica superpotenza.
Se la Russia precipitasse ancora nel caos economico, come alla fine del 1998, il destino politico di Vladimir Putin sarebbe segnato, la pax nord-atlantica riaffermata, e l'espansione islamista garantita. Nell'agosto 1998 i prezzi di gas e petrolio declinarono significativamente, e non bastarono più a bilanciare le problematiche economiche della giovane democrazia russa: il rublo vide crollare il suo valore da 6 a 20 rubli per dollaro, l'inflazione salì al 80%, la borsa di Mosca perse il 75% del suo valore, i titoli di stato non poterono essere ripagati, né gli stipendi pubblici retribuiti... Ma fu proprio in quel periodo, sanguinoso e violento, che prese autonomia e forza Putin, allora vice-sindaco di Leningrado (San Pietroburgo): nel caos della amministrazione moscovita raggiunse l'autorizzazione a poter esportare direttamente in Europa ingenti quantità di prodotti petroliferi dalla sua regione, ottenendo derrate alimentari e quanto altro per farne sopravvivere gli abitanti alla vigilia di un inverno glaciale. Gli fu certamente utile la sua trascorsa esperienza nel KGB: dimenticando il contesto in cui operava, noi occidentali potremmo dissertare sulla liceità delle transazioni con cui bypassò l'apparato centralizzato moscovita e su chi si sia appoggiato per rendere questo possibile... ma si trattava quantomeno di un burocrate capace e decisionista, che abbinava una forte preparazione economica ad un notevole pragmatismo.  
Dopo la sua ascesa al potere (maggio 2000) nelle elezioni che seguirono le dimissioni di Eltsin,  Putin seppe liberarsi della mafia degli “oligarchi”, perlopiù ex esponenti comunisti, che soffocava una economia della quale si era impadronita: fece poi piazza pulita della criminalità che infestava le strade, e ridette ai cittadini russi certezze e senso di appartenenza. La sua alleanza con la Chiesa Ortodossa, in nome della Rodina e delle sue tradizioni cristiane, ne ha poi alimentato una popolarità poco intaccata da sporadici ricorsi a “maniere forti”... la situazione antecedente era ben più tetra!
Sulla carta gli Stati Uniti dispongono di risorse (economiche e militari) enormemente superiori a quelle della Federazione Russa: non hanno però personaggi-guida capaci di gestire situazioni politico-economico tremendamente complesse con qualità che Putin ha dimostrato di possedere, salvo che in occasione del tragico affondamento del Kursk...  
Nel teatro siriano la Nato  sta perdendo la sua compattezza, con le forze aeree francesi che bombardano l'Isis assieme a quelle russe, mentre gli americani sono costretti ad accettare le duplicità di Turchia e paesi arabi.  La guerra del petrolio e del gas naturale dunque continua, e per il mondo liberista è l'unico modo di piegare l'avversario senza un conflitto nucleare: da piccolo studioso di economia mi meraviglio del fatto che la Russia sopravviva ancora ai prezzi attuali del greggio... ma dietro al suo presidente c'è un popolo che ha ritrovato nell'ortodossia cristiana la sua anima, e con una capacità di sopportazione e sofferenza indicibile, come testimoniato dagli assedi di Stalingrado e Leningrado. Non potendo purtroppo influirvi, lasciamo  il futuro nelle mani di Dio!

16 Gennaio 2016


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